Campo della Fiera è un sito archeologico pluristratificato situato nella vallata ai piedi del versante sud-occidentale della rupe di Orvieto, frequentato con continuità dalla metà del VI secolo a.C. alla metà del XIV secolo. Vi è venuto alla luce un vasto complesso santuariale etrusco, che la letteratura scientifica identifica in larga prevalenza con il Fanum Voltumnae, il santuario federale della lega etrusca.; ; . Il toponimo conserva il ricordo delle fiere che vi si svolsero in età medievale, erede della lunga vocazione dell'area a ospitare mercati.; .
Storia delle ricerche I primi scavi documentati nell'area risalgono agli anni tra il 1876 e il 1886 e portarono al recupero di strutture murarie monumentali e di terrecotte architettoniche di pregio, alcune delle quali presero presto la via di Berlino, dove sono oggi conservate al Pergamonmuseum.; ; . Le relazioni originali: Giuseppe Fiorelli, in Notizie degli Scavi di Antichità, 1876, p. 184, e 1877, p. 146. Nel 1935 Geralberto Buccolini, rileggendo quelle relazioni di scavo, indicò per primo nella zona del "Giardino della Regina", entro il più ampio Campo della Fiera, la possibile sede del santuario federale etrusco..
L'ipotesi tornò d'attualità nel 1987, quando la trincea aperta per il nuovo acquedotto cittadino intercettò abbondante materiale edilizio etrusco insieme a ceramica etrusca, greca e orientale; il saggio di verifica condotto dalla Soprintendenza archeologica per l'Umbria mise quindi in luce una strada romana fiancheggiata da edifici più antichi con diverso orientamento.; . Lo scavo sistematico prese avvio nell'estate del 2000 per iniziativa dell'Università di Macerata; nel 2008 la concessione ministeriale passò all'Università di Perugia; dal 2010 partecipa alle ricerche un gruppo dell'Università di Foggia guidato da Danilo Leone, incaricato delle fasi tardoantica e medievale, sempre sotto la direzione scientifica di Simonetta Stopponi.; . indica invece il 2009 per l'ingresso dell'ateneo foggiano. Le campagne proseguono ogni anno e hanno interessato finora una superficie di oltre tre ettari, con più di 30.000 metri quadrati scavati in profondità.; ; ; .
Le evidenze archeologiche La fase etrusca Dopo labili tracce di età villanoviana, la frequentazione del sito diventa consistente poco prima della metà del VI secolo a.C., come indicano le terrecotte architettoniche di prima fase e le importazioni greche, sempre più fitte nel terzo quarto del secolo.. Il cuore del complesso è un recinto sacro dotato di due pozzi, rimaneggiato più volte fino a età imperiale, entro il quale sorgono il tempietto A, rivolto a est e servito da due altari, uno in tufo e uno in trachite, un donario monumentale in trachite, un thesaurus in pietra per le offerte di monete e una struttura quadrangolare che custodiva una base iscritta.; . Nell'Area Sud, il settore a quota più elevata dello scavo, un possente basamento in blocchi di tufo (struttura A), associato a una fontana circolare e a un recinto, ha restituito materiali non posteriori alla ceramica a vernice nera, oltre ai frammenti d'impasto villanoviano più antichi finora rinvenuti nel sito.. Al di fuori del recinto, un secondo tempio (B) domina l'area da una posizione rialzata, in asse con una strada basolata rettilinea, larga fra i sette e i nove metri, letta come via sacra; un terzo edificio arcaico (tempio C) sorgeva lungo il lato orientale di quest'ultima.; .
Le decorazioni architettoniche fittili, spesso con la policromia conservata, si scaglionano dalla fine del VI agli inizi del III secolo a.C.; una matrice di età classica dimostra che parte della produzione avveniva sul posto.; . Fra i materiali votivi si contano ceramica attica a figure nere e rosse, bronzetti, teste fittili femminili e monete di zecche umbre, greche e siculo-puniche.. Dal sito provengono inoltre documenti epigrafici di rilievo, primo fra tutti la base con la dedica arcaica della liberta Kanuta alle divinità Tluschva, la più lunga iscrizione arcaica orvietana nota.; .
La fase romana
Verso la metà del III secolo a.C. venne lastricata la strada, larga cinque metri e segnata dai solchi delle ruote, che attraversando il sito collegava Orvieto a Bolsena.. Il percorso, ripreso dalla via del Tamburino, è stato identificato con la mia eisodos che Procopio ricorda come unico accesso utile alla città durante la guerra gotica.Procopio, Bellum Gothicum, II, 20, 7-12; . Dopo la conquista romana di Velzna (264 a.C.) la frequentazione cultuale si concentrò sul solo tempietto A, mentre i templi B e C risultano abbandonati.. Il thesaurus restituì un deposito di 221 monete che scende fino ad assi di età augustea; fra i resti organici conservati al suo interno è stato identificato legno di Vitis vinifera.; .
Fra la fine del I secolo a.C. e gli inizi del I d.C. sorse a ridosso del santuario una residenza rurale articolata in una grande aula e in un oecus, con annesso impianto termale; l'aula, fondata su murature in opera reticolata nelle quali è stata ipotizzata una precedente domus, è stata letta anche come sede di rappresentanza collegata alle funzioni federali del sito.; ; ; . Il II e il III secolo segnano la massima espansione edilizia del complesso, con la posa di un pavimento in opus sectile e l'ampliamento delle terme, dotate di nuovi mosaici; duecento metri più a nord, in contrada Gabelletta, ambienti affacciati su una strada basolata, riconoscibili come impianti produttivi e di servizio del santuario grazie ai distanziatori da fornace rinvenuti, vennero in seguito trasformati in case-bottega.; . Alla metà del IV secolo risalgono la dismissione delle terme e, con ogni probabilità, la fine del culto pagano; alla luce del rescritto di Spello è tuttavia plausibile che fiere, agoni e spettacoli legati alle antiche festività proseguissero ancora nell'area.. Al momento dell'abbandono tardoantico del complesso venne deposto con cura entro una fossa un busto marmoreo di età tardo-adrianea o età severiana, rinvenuto nel 2008 e interpretato come possibile ritratto di Geta, del proprietario della residenza o, secondo altra lettura, come atto di pietas verso il luogo sacro.; ; ;
Le fasi tardoantica e medievale Tra la fine del IV e il V secolo il complesso residenziale fu profondamente ristrutturato e le terme dismesse vennero convertite in abitazione: la cronologia della fase è ancorata al rinvenimento di una moneta aurea di Valentiniano III e di un quarto di siliqua emesso da Teoderico a nome di Anastasio. L'area assunse la fisionomia di un insediamento vicano, prossimo ad assi viari e al corso del Rio Chiaro, con spazi per l'immagazzinamento delle derrate e per le attività artigianali e commerciali connesse a mercati stagionali (nundinae); le fonti medievali chiameranno il luogo campus fori o campus nundinarum, e la vocazione mercatale dell'area si sarebbe protratta fino agli inizi del Novecento.; .
Tra la fine del VI e gli inizi del VII secolo la grande aula fu nuovamente modificata e forse trasformata in chiesa, con una nuova pavimentazione musiva; al luogo di culto si lega la vasta necropoli di sepolture in nuda terra che dal VII secolo occupò l'area circostante fino agli inizi del XIII, con rari corredi (pettini in osso, fibule ippomorfe in bronzo) confrontabili con quelli delle necropoli longobarde dell'Italia centrale, mentre frammenti scultorei del pieno IX secolo, forse pertinenti a una recinzione presbiteriale, ne documentano la vitalità altomedievale.; . Sul finire del XII secolo o agli inizi del XIII fu aperto il cantiere di una nuova chiesa, che la documentazione d'archivio ha permesso di identificare con San Pietro in vetere (o in vetera), della quale si era perduta l'esatta ubicazione: ricordata dalle fonti fin dal 1211, sorgeva in un punto nevralgico della viabilità, lungo la direttrice che dall'altopiano dell'Alfina risaliva verso la città, poco fuori Porta Maggiore e non lontano dal Rio Chiaro.; . Nel 1226 il vescovo Capitaneo la concesse ai Frati Minori, che la tennero probabilmente fino al 1243, quando alla morte del beato Ambrogio da Massa si trasferirono nella nuova chiesa cittadina; nel 1260 il vescovo Giacomo la cedette, con le case, gli orti e gli alberi annessi, all'ordine dei Servi di Maria, perché il culto divino non venisse meno. Il piviere omonimo, censito fra i possedimenti del Comune nel 1278, compare nel catasto orvietano del 1292 fra i più ricchi del contado, con decime pagate in vino. Dopo la peste nera del 1348, che spopolò le campagne, la chiesa fu annessa nel 1349 a Bartolomeo de Faheno e comparve solo episodicamente nella documentazione successiva.; ; .
L'identificazione con il Fanum Voltumnae
L'ipotesi di riconoscere nel sito il santuario federale etrusco, avanzata da Buccolini nel 1935, ha trovato conferma negli scavi ed è oggi ampiamente condivisa dalla letteratura scientifica.; ; . Resta invece discussa la sorte del santuario dopo il 264 a.C.: gli scavatori sostengono la continuità di frequentazione del sito fino al pieno medioevo, Mario Torelli vi colloca la ricostituzione augustea della lega etrusca pur lasciando aperta la questione di uno iato, mentre una posizione minoritaria ipotizza il trasferimento delle funzioni federali presso la rifondata Volsinii (Bolsena).; ; .
Note
Bibliografia
Voci correlate Fanum Voltumnae Orvieto Volsinii Voltumna
Collegamenti esterni
Categoria:Siti archeologici della provincia di Terni Categoria:Orvieto