Il vaso di Aristonothos o cratere di Aristonothos è un cratere rinvenuto in una sepoltura di Caere, nell'Etruria meridionale, ed esposto nel Palazzo dei Conservatori dei Musei Capitolini di Roma, dove il catalogo del museo lo registra come Cratere con l'accecamento di Polifemo e battaglia navale. Porta dipinta la firma del suo autore, ed è la più antica firma d'artista greca che si sia conservata per intero..

Il vaso fu fabbricato in Etruria da un artigiano greco, e questa combinazione di argilla locale e di mano greca, insieme all'accostamento di una scena tratta dallOdissea e di una scena di guerra navale fra Greci e non Greci, ne fa uno dei documenti più discussi dei rapporti fra Greci ed Etruschi nel VII secolo a.C.; . Vedia Izzet lo definisce un oggetto unico fra i prodotti dell'interazione fra Etruschi e Greci, perché insieme alla prima firma reca la più antica rappresentazione di una scena presente nell'epica omerica..

Il ritrovamento I resoconti ottocenteschi non danno altra informazione che il ritrovamento in una tomba di Cerveteri, e la mancanza di un contesto archeologico più preciso limita il tipo di indagine cui il vaso può essere sottoposto.. Il vaso fu pubblicato per la prima volta da Richard Förster nel 1869 negli Annali dell'Instituto di Corrispondenza archeologica; gli studi monografici successivi sono quelli di Pericle Ducati, del 1911, e di Bernhard Schweitzer, del 1955.

Il cratere fa parte della collezione Castellani, che l'orafo, collezionista e mercante antiquario Augusto Castellani donò al Comune di Roma nel 1867 e nel 1876, e che comprende circa settecento pezzi provenienti in larga parte dalle necropoli dell'Etruria, del Lazio e della Magna Grecia.

La firma La firma di Aristonothos è una delle più antiche firme dipinte su vaso. Bruno d'Agostino ne elenca sei anteriori alla metà del VII secolo a.C.: un frammento di cratere di Pithekoussai, il «candeliere» di Aetos a Itaca firmato da Kallikleas, un dinos di Smirne firmato da Istroklès, il cratere di Aristonothos, un frammento di cratere dall'isola di Naxos e un aryballos ovoide protocorinzio d'imitazione conservato a Boston con la firma di Pyrrhos.. François Villard, che colloca il cratere fra il 670 e il 660 a.C. circa e lo dice di fabbricazione occidentale, ne conta cinque fra il 700 e il 640 a.C. e vi include, al posto dellaryballos di Boston e del frammento di Naxos, un frammento di grande stamnos di Selinunte di fabbrica megarese di Sicilia; osserva inoltre che le firme dei pittori di vasi sono le prime firme conosciute nella storia delle arti figurate, anteriori a quelle degli scultori e degli architetti.. Luisa Banti accosta la firma a quelle di Kalkleas, su un manufatto itacense probabilmente usato come candeliere, di Pyrros, forse beota, su un frammento di coppa, e a una firma parziale su un altro frammento rinvenuto a Milo; non sono noti altri vasi firmati o attribuibili allo stesso artigiano, ceramista o ceramografo che fosse, o forse ambedue..

In tutti questi casi, osserva d'Agostino, la firma è messa in mostra: occupa un posto in vista, dentro la fascia dipinta e non ai suoi margini. Il termine di paragone è l'unica scritta dipinta che si comporti altrimenti, sul cratere euboico della tomba della coppa di Nestore a Pithekoussai, dove corre sul piede e si perde fra gli ornati. Sul cratere di Aristonothos, aggiunge, non c'è nemmeno da chiedersi perché la firma sia toccata proprio a quel vaso: a spiegare l'orgoglio di chi lo dipinse bastano l'articolazione e la ricchezza delle scene.

La collocazione dell'iscrizione La scritta è in grafia euboica e in dialetto ionico.. È disposta in parte da destra a sinistra e in parte dall'alto verso il basso, ad angolo retto, e si trascrive ΑΡΙΣΤΟΝΟΘΟΣ ΕΠΟΙΣΕΝ, in forma normalizzata Ἀριστόνοθος ἐποίσεν (Aristonothos epoisen), cioè «Aristonothos mi fece».Come tutte le iscrizioni greche arcaiche, quella del cratere è in sole maiuscole e priva di accenti e di spiriti, segni introdotti in età ellenistica, mentre le minuscole sono di età bizantina. Né l'una né l'altra trascrizione riproduce dunque le lettere effettivamente tracciate sul vaso, che appartengono all'alfabeto euboico: sono convenzioni editoriali moderne.

Izzet ha richiamato l'attenzione sul punto del vaso in cui è stata posta. Aristonothos avrebbe potuto firmare in qualunque luogo del cratere, e invece iscrive il proprio nome non sopra, ma dentro la scena dell'accecamento, nel suo centro narrativo. Nel racconto omerico, in quel momento Polifemo ha già chiesto a Odisseo il suo nome e Odisseo ha risposto di chiamarsi Οὖτις, «Nessuno»: il nome del pittore entra dunque nell'immagine esattamente là dove l'anonimia di Odisseo è decisiva per l'esito della vicenda. L'iscrizione non corre distaccata sopra le teste dei personaggi, ma piega a metà per entrare nella scena, e in questo modo, secondo Izzet, diventa essa stessa un personaggio..

Il nome Il nome è composto da due lemmi, aristo-, che vale «il migliore» o «il più nobile», e -nothos. Federica Cordano precisa che nothos designa il figlio nato fuori da legittimo matrimonio, e che il suo significato è negativo solo in apparenza: il nothos restava dentro il proprio gruppo familiare, e la distinzione fra figli legittimi (gnesioi) e illegittimi si poneva soltanto nelle famiglie aristocratiche e solo per questioni ereditarie, non nelle classi artigiane. Proprio per questo, secondo Cordano, la combinazione con aristos è quanto mai appropriata. La lettura Ἀριστό-νοθος risale a Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff ed è stata accolta da Friedrich Bechtel e da molti altri..

Izzet valuta la combinazione in modo opposto e la definisce un ossimoro. Sulla base del Lexicon of Greek Personal NamesIl conteggio di Izzet poggia sul Lexicon of Greek Personal Names, il repertorio dei nomi personali greci che la Clarendon Press di Oxford pubblica a partire dal 1987. rileva che il cratere reca l'unica occorrenza nota del nome Aristonothos, e che il prefisso Aristo- ricorre in 267 nomi, dei quali 266 hanno come secondo elemento una parola di connotazione positiva, come in Aristodemos o Aristokleia. Esistono altri composti in -nothos, quali Nothippos, Timonothos, Kleinothos, Philonothos e Demonothos, ma in nessuno di essi l'opposizione fra i due termini è così diretta. Il nome, conclude, è esso stesso illegittimo, perché unisce elementi che non dovrebbero stare insieme, e uno dei due è proprio la parola che dice l'illegittimità..

Le rese proposte sono diverse. John Boardman traduce «noble bastard» e Seth D. Pevnick «best bastard», dove l'inglese bastard vale «figlio illegittimo», secondo l'uso corrente negli studi sull'argomento;È il termine impiegato da Daniel Ogden, Greek Bastardy in the Classical and Hellenistic Periods, Oxford 1996, la monografia di riferimento sul tema, citata da Izzet a p. 196. Mario Torelli, in italiano, rende «il migliore dei mezzo sangue» e vi legge un'autoironia brutale del pittore. Nicholas Coldstream, Françoise-Hélène Pairault Massa e Nigel Spivey hanno letto nel nome un indizio dell'origine servile del pittore, ipotesi che Michel Gras, sulla scorta di Giovanni Colonna, non accoglie.; . Seth D. Pevnick avanza l'ipotesi che il nome sia stato inventato dall'artista come gioco visivo: come Odisseo inganna il Ciclope con un nome inventato, così l'artista potrebbe ingannare chi guarda, e il significato del vaso risulterebbe assai ridotto se il committente avesse conosciuto davvero l'artista e se il suo nome fosse stato davvero Aristonothos..

Il verbo e la lettura dell'iscrizione Il verbo ἐποίσεν è una forma anomala di ἐποίησεν, terza persona singolare dell'aoristo di ποιέω, nella quale l'eta risulta assimilato al dittongo che lo precede; Carlo Gallavotti ne ha concluso che la lingua di Aristonothos era ionica o attica, come quella del coevo graffito di Tataies da Cuma, nel quale compare anche il theta a un solo tratto. Cordano osserva che il dialetto ionico, attestato a Cuma, si trova anche nelle colonie siceliote, e che l'iscrizione può essere euboica, come proponeva Lilian Hamilton Jeffery.. È l'unica attestazione di questa grafia del più consueto ἐποίησεν..

Sulla lettura della firma vera e propria le posizioni sono diverse. In passato alcuni studiosi proposero Ἀριστόνοφος, non sapendo che fare di un theta tracciato con un solo trattino interno; Cordano scarta questa lettura, perché di theta tracciati così Gallavotti ha raccolto altri esempi e perché con la phi la seconda parte del nome resterebbe priva di senso, e ricorda che Margherita Guarducci parlava a questo proposito di un travisamento eolico dello stesso nome. Considera più rispettabile l'altra proposta, ἀρίστ-ομφος, ripresa da Rudolf Wachter, perché collega la seconda parte del nome al tema di ὀμφή e indicherebbe chi pronuncia vaticini, ma osserva che per accoglierla occorre ammettere due sviste, un ny scritto per un my e un omicron di troppo, in un'iscrizione per il resto accuratissima. Wachter, dal canto suo, sostiene che sul vaso si legge chiaramente -νοφος e che Aristonophos sia una grafia erronea per Aristomphos, prodotta dall'inserzione indebita dellomicron dopo il ny a partire dal nome della lettera, che in parte della Ionia orientale era νό.; . Izzet considera invece acquisita la lettura con il theta e rinvia a Gallavotti, a Guarducci e a Jeffery.

Il vaso Il cratere ha una forma primitiva e anse orizzontali, e non rientra negli schemi canonizzati: potrebbe essere un modello originale del suo autore. Schweitzer, dopo aver mostrato in che cosa la forma si allontani dallo stile greco continentale della metà del VII secolo a.C., ne concludeva che essa è proprietà di Aristonothos e riflette le tradizioni, greche ed etrusche insieme, entro le quali egli opera. Boardman ha rilevato che lo stile del cratere è il più vicino a quello dei pochi crateri rinvenuti nell'Argolide del VII secolo a.C., e poiché Argo non aveva né colonie né commerci di rilievo in Occidente, ha supposto che uno o più ceramisti abbiano viaggiato e stabilito, forse dapprima a Siracusa, uno stile che attirò l'attenzione di tutto l'Occidente..

Il vaso è integro, e per questo il soggetto delle scene è sicuro. Izzet ne dà le misure: 36 cm di altezza e 40 cm di diametro nel punto più largo, appena sotto le anse. Presenta un'ingobbiatura pallida sia all'interno sia all'esterno, ed è dipinto con un colore bruno scuro e qualche ritocco in bianco. La decorazione figurata è principalmente a silhouette e parzialmente a linea di contorno; intorno al labbro corrono diciassette gruppi regolarmente spaziati di otto linee verticali, mentre due linee orizzontali fanno da linea di terra alle scene e le separano da due file di scacchi che girano sotto le anse tutt'intorno al vaso; più in basso si dispone una serie di otto triangoli alternati a boccioli, probabilmente di loto. Lo stelo è decorato con due linee strette e due larghe, e il piede è interamente dipinto..

Sull'argilla non è mai stata condotta un'analisi chimica. Il colore e la natura dell'argilla, insieme alla provenienza, hanno indotto a ritenere che il vaso sia stato fabbricato sul posto, e Schweitzer sostenne la fabbricazione nell'Italia centrale sulla base del confronto con l'argilla di altri vasi rinvenuti a Caere..