Il Suicidio di Catone è un dipinto olio su tela (96×71 cm) del Guercino, datato 1641 e conservato nei Musei di Strada Nuova di palazzo Rosso a Genova.
Storia La prima menzione del dipinto si trova nella Felsina pittrice di Malvasia, sotto l’anno 1641, dove è indicato anche il committente: «Al Sig. Avvocato Eugenio di Roma, un Catone quando s’uccise». L’opera è registrata anche nel Libro dei conti,Il Libro dei conti è il registro amministrativo compilato dal fratello minore Paolo Antonio Barbieri dal 1629 al 1649, anno della sua morte, e proseguito dai familiari fino al 1666. dove risultano due pagamenti: il primo, datato 22 novembre 1640, di 20 scudi, riscossi da Paolo Guarini, francescano di Bagnacavallo, per conto di Marcantonio Eugeni, avvocato e filosofo di Perugia; il secondo, del 7 dicembre 1641, di 55 scudi, ricevuti come saldo direttamente dal committente. L’apparente discrepanza tra l’indicazione di Roma e quella di Perugia è spiegabile con il fatto che Eugeni, pur essendo nativo di Perugia, risiedeva stabilmente a Roma. Il tema del suicidio di Catone conobbe una vasta fortuna nella pittura barocca, soprattutto nell’ambiente genovese. Il soggetto fu affrontato da numerosi artisti, tra cui, oltre al Guercino (1641), Gioacchino Assereto intorno al 1640 e Giovanni Battista Langetti tra il 1655 e il 1656.
Dopo questa fase iniziale il dipinto scompare dalla letteratura per riapparire soltanto in un inventario manoscritto redatto alla morte di Anton Giulio II Brignole Sale (1673–1710), relativo alla residenza di famiglia nel Palazzo Rosso di Genova, datato 29 agosto 1717. Non è tuttavia possibile ricostruire con certezza le modalità attraverso cui l’opera entrò nella collezione dei Brignole Sale. È noto soltanto che Giovanni Francesco Brignole Sale (1695-1760) commissionò al Guercino almeno un altro dipinto e una pala d’altare con la Madonna in trono col Bambino e i santi Giovanni evangelista e Bartolomeo, oltre alla Cacciata dei mercanti dal tempio, oggi nella Pinacoteca civica di Cento.
Il dipinto è citato in un inventario del doge Rodolfo Brignole; nel 1756 risulta inoltre registrato in un inventario delle pitture conservate nel Palazzo Rosso di Strada Nuova, residenza della famiglia Brignole Sale. Compare anche nella guida di Carlo Giuseppe Ratti.
Secondo quanto precisato da Boccardo, alla morte di Anton Giulio II Brignole (1710) la famiglia era composta da tre figli: Giovanni Francesco Brignole Sale (1695–1760), Giuseppe, morto in giovane età, e Rodolfo Emilio Brignole Sale (1708–1774). In base alla successione ereditaria, il dipinto dovette appartenere dapprima a Giovanni Francesco e successivamente a Rodolfo Emilio, rimanendo sempre nella residenza di famiglia del Palazzo Rosso.
L’opera faceva parte della collezione lasciata alla città di Genova dall’ultima rappresentante della famiglia Brignole Sale, la marchesa Maria Brignole Sale, duchessa di Galliera, morta nel 1889.
Nel corso del Novecento e del XXI secolo il dipinto è stato incluso in importanti esposizioni dedicate al Guercino e alla pittura del Seicento, incluse le mostre Giovanni Francesco Barbieri. Il Guercino, 1591-1666 (Bologna, Cento, Francoforte, Washington, 1991-1992), Genova e Guercino (Genova, 1992), Guercino. Poesia e sentimento nella pittura del ’600 (Roma, 2004) e Guercino. Il mestiere del pittore (Torino, 2024).
Il committente Marcantonio Eugeni (1592–1657), avvocato di origine perugina, svolse una carriera di rilievo tra Perugia e Roma, dove operava nell’ambiente giuridico e curiale. Nel 1641 ricopriva la carica di uno dei due consoli della città di Perugia; successivamente fu nominato avvocato concistoriale da papa Alessandro VII, attestando il prestigio raggiunto nella sua professione. Colto e interessato alla filosofia morale, Eugeni manifestò inclinazioni collezionistiche orientate verso soggetti di carattere stoico e meditativo. È documentato il suo rapporto con Salvator Rosa, con il quale tentò di acquistare un dipinto raffigurante Democrito, episodio che suggerisce una predilezione per immagini di filosofi antichi. In questo contesto si colloca anche la commissione al Guercino del Catone, cui fece seguito, nel 1643, il pagamento di una Morte di Seneca, oggi perduta, probabilmente concepita come pendant dell’opera per affinità di contenuto allegorico e morale. Anche il Catone fu pagato sessanta scudi; il soggetto era molto in voga in quell'anno nel catalogo del Guercino, tant'è che ne fu nota un'altra versione commessa dal cardinale Antonio Barberini e pagata 75 scudi. Alla sua morte, Eugeni fu sepolto nella chiesa di Sant’Agostino a Perugia; la tomba era ornata da un ritratto scolpito che lo raffigurava, oggi disperso. Descrizione Il dipinto raffigura Marco Porcio Catone Uticense a mezza figura, colto nell’istante in cui si infligge la ferita mortale. Il personaggio è rappresentato di tre quarti, seduto o appoggiato a un giaciglio coperto da un drappo chiaro, con il busto nudo e il corpo parzialmente avvolto da un ampio mantello rosso. Con la mano destra Catone impugna una spada, la cui lama è già conficcata nel ventre, da cui zampillano alcune gocce di sangue; la mano sinistra solleva pudicamente il mantello.
La testa è ruotata verso sinistra e leggermente sollevata, con lo sguardo rivolto verso l’alto; il volto barbuto mostra un’espressione concentrata e assorta. La muscolatura del torace e delle braccia è descritta con attenzione anatomica, mentre la figura è colta in una torsione che accentua la tensione dell’azione. Lo sfondo è scuro e privo di elementi architettonici riconoscibili; alle spalle del protagonista un ampio panneggio di forte presenza visiva si contrappone al giaciglio disfatto, accentuando il contrasto tra solennità eroica e realtà contingente.
Stile La composizione è costruita su un serrato gioco di contrasti tra luce e ombra, che fa emergere la figura di Catone dallo sfondo scuro e ne accompagna gradualmente il dissolversi nei toni più profondi. La definizione dei panneggi è particolarmente curata e partecipa attivamente alla costruzione del significato dell’opera: la tunica appoggiata sul torace nudo, trattenuta con pudore dalla mano sinistra, assume una funzione quasi simbolica, contrapponendo la dimensione storica e ideale dell’evento alla vulnerabilità della carne. Il Guercino concentra l’attenzione sull’istante iniziale del gesto estremo, nel punto di contatto tra la spada e il corpo di Catone, articolando con precisione il rapporto tra gesto, postura ed espressione. Il movimento del braccio destro, che si distende per accogliere la lama, e la relativa immobilità del sinistro si combinano con l’arretramento della testa, generando una tensione composta che si sviluppa entro il formato quasi quadrato del dipinto. Sul punto d’ingresso dell’arma compaiono i primi rivoli di sangue, resi con misura e senza compiacimenti descrittivi.
La gamma cromatica è volutamente limitata, dominata dai toni degli incarnati e dei rossi, che assumono un ruolo strutturante nella composizione. Due tonalità distinte di rosso caratterizzano rispettivamente il tendaggio, concepito come una sorta di sipario, e il mantello che avvolge la figura, creando un equilibrio cromatico attentamente calibrato. Il colorito caldo del corpo di Catone, segnato dalla lunga esperienza bellica, e la resa scura della barba e dei capelli arruffati contribuiscono a conferire al personaggio un aspetto virile e maturo, distante dall’immagine idealizzata e composta proposta dalla tradizione letteraria, come nel Catone del Purgatorio dantesco.
Pur muovendosi entro una sensibilità attenta agli effetti luministici di ascendenza caravaggesca, il Guercino evita ogni indulgenza verso soluzioni di gusto cruento o spettacolare. La scena è trattata con un controllo formale che avvicina l’opera al clima del classicismo coevo, in particolare a quello di Guido Reni, pur mantenendo una robustezza naturalistica che distingue nettamente il Catone guercinesco dalle opere reniane degli stessi anni.
Note
Bibliografia
Voci correlate Opere del Guercino
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