La storia economica dell'Italia preunitaria percorre i cambiamenti economici e sociali del territorio italiano dall'epoca romana fino all'unità d'Italia (1860).

In epoca romana, la penisola italiana ebbe una densità demografica ed una floridezza economica più elevate rispetto al resto dell'Europa e del bacino del Mediterraneo, specie durante i secoli I e II. A partire dal III secolo d.C., l'Impero romano si avviò al declino. Durante l'alto medioevo (secoli VII-IX) l'economia era depressa, di semi-sussistenza, e gravitava attorno ai centri feudali. A partire dal X secolo, la popolazione e l'economia italiane cominciarono nuovamente a crescere, assieme ai centri urbani. Si svilupparono col tempo estese reti commerciali che legavano i centri italiani ad un bacino di relazioni dall'Asia all'Europa settentrionale. Questi centri di attività manifatturiere, finanziarie, mercantili e culturali resero l'economia italiana più prospera degli altri paesi europei. L'arrivo della peste nera alla metà del XIV secolo decimò la popolazione, ma fu presto seguita da una rinascita economica. Questa crescita produsse una florida economia rinascimentale, avanzata rispetto agli altri paesi europei. I settori di punta del territorio italiano erano il tessile (lavorati di lana e seta, ampiamente esportati), i servizi bancari e i trasporti marittimi. Nel corso del XVII secolo il sistema economico si indebolì e le imprese legate ai maggiori centri urbani declinarono. Olanda, Inghilterra e Francia assunsero un ruolo economico prominente in Europa e l'Italia perse la posizione dominante nelle esportazioni tessili, nelle intermediazioni finanziarie e nei trasporti marittimi. La stagnazione avviò una frantumazione delle relazioni economiche nell'area italiana. Tra il Settecento e la metà dell'Ottocento, l'Italia rimase suddivisa in piccoli stati e a discapito di diverse riforme rimase un territorio periferico e depresso.

Andamento delle economie prima della crescita moderna

Caratteri generali della crescita del PIL nelle economie preindustriali

Le economie del passato, prima dell’industrializzazione erano caratterizzate da un andamento diverso da quello attuale. A differenza di oggi, il prodotto aggregato, che è l’attività produttiva complessiva di un paese, e il prodotto pro capite, che è un indicatore che permette di valutare il tenore di vita di un singolo individuo della popolazione, spesso non crescevano insieme, questo è dovuto al fatto che insieme alla crescita del prodotto aggregato è presente una forte crescita della popolazione, che però cresceva più velocemente della produzione, questo comportava una forte pressione sulle risorse comportando una diminuzione del prodotto pro capite nel lungo periodo, fino a che un fattore esterno come carestie ed epidemie causava una diminuzione della popolazione che comportava un crollo del prodotto aggregato e un aumento della ricchezza pro capite. Questo modello di crescita si mantenne in gran parte dell’Europa occidentale fino al 1820, quando grazie all’introduzione di importanti innovazioni fu possibile l’inizio della crescita moderna caratterizzata da un rapido aumento di tutte e tre le variabili.

Andamento della crescita italiana dall’anno mille Questo modello di crescita si sviluppò anche in Italia, dopo una lunga fase di declino e stagnazione della popolazione e del prodotto aggregato durante la tarda antichità e l’alto Medioevo seguì una rapida crescita nel basso Medioevo.

Infatti intorno all’anno mille per via di vari cambiamenti, ci fu un rapido aumento del prodotto aggregato e della popolazione. Si stima che in trecento anni il prodotto aggregato e la popolazione siano aumentati rispettivamente di cinque e tre volte, lo stesso accade in modo assai modesto per il prodotto pro capite con un aumento del 50% circa, questa cifra risulta assai inferiore se si tiene conto che si stima un fortissimo aumento delle disuguaglianze.

Intorno al Trecento l’aumento della popolazione portò una forte pressione sulle risorse, causando la diminuzione dei rendimenti del lavoro e del capitale; a peggiorare questa situazione si aggiunse la fine del periodo caldo medievale che portò a raccolti molto meno abbondanti, ciò causò diverse carestie. Questa situazione cambiò nel 1346 per la ricomparsa della peste. A differenza del passato per l’aumento della densità abitativa e l’aumento della mobilità, si sviluppò un elevato tasso di mortalità per diversi anni, che portò ad una forte diminuzione della popolazione. La diminuzione della popolazione comportò una caduta del prodotto aggregato, ma un aumento del prodotto procapite e una diminuzione delle disuguaglianze per l’aumento dei salari, causato dalla mancanza di forza lavoro, che permise ai lavoratori di avere una maggiore forza contrattuale rispetto al passato. Questa fase si mantiene fino al 1550 quando l’Europa recuperò la popolazione e il prodotto aggregato del periodo pre-peste. A differenza del passato però erano presenti diverse innovazioni: migliori imbarcazioni, la stampa, la scoperta di nuovi continenti, il consumo di patate e mais e l’uso domestico del carbone; che permisero un ulteriore aumento della popolazione e del prodotto aggregato, senza cambiamenti del prodotto pro capite che comincerà a diminuire dal Settecento fino al 1820.

Dal 1820 per una serie di innovazioni come la rotazione continua delle colture, che permette di utilizzare i campi senza interruzioni, abolendo il maggese e soprattutto attraverso la creazione della macchina a vapore, ebbe inizio la crescita moderna. L’Italia avviò più tardi questo modello di crescita per la mancanza del carbone che impediva un ammodernamento del sistema secondario e l’impossibilità di applicare la rotazione continua, visto che per permettere quest’ammodernamento era necessaria una grande quantità di concime, che era possibile solo attraverso il mantenimento di un bestiame di importanti dimensioni, che richiede pascoli abbondanti. Le condizioni per fare ciò, erano presenti nelle regioni umide, e quindi nel Nord Europa. Verso la fine dell’Ottocento grazie a nuove innovazioni come il petrolio, l’elettricità e i fertilizzanti chimici fu possibile anche per l’Italia avviare il processo di crescita moderna.

Epoca romana

Ascesa (secoli III a.C.-II d.C.) Storici ed economisti hanno cercato di ricostruire una visione dell'economia dei secoli romani e dei suoi cambiamenti secondo l'interpretazione contemporanea dell'economia; alcuni hanno anche intrapreso studi quantitativi. Gli studi non sono giunti a risultati precisi generalmente condivisi. Tuttavia, alcune nozioni generali sull'economia dell'epoca romana sono divenute abbastanza accette.La penisola italiana aveva una densità demografica ed una floridezza economica più elevate rispetto al resto dell'Europa e del bacino del Mediterraneo. Questo vale in particolar modo per i secoli I e II, che rappresentarono un periodo di relativa stabilità politica e di picco delle condizioni economiche. Le stime demografiche della popolazione italiana dell'epoca romana variano. Le più accettate la attestano a 7-8 milioni. Alcuni studiosi la stimano fino a 15-16 milioni: questa stima rappresenterebbe un livello che successivamente sarebbe stato raggiunto di nuovo solo del XVIII secolo.

Il potere economico imperiale accentrava verso l'Italia il flusso di risorse economiche dalle provincie. La relativa floridezza economica era anche sostenuta da istituzioni politiche ed amministrative avanzate (incluso il sistema giuridico); dalle competenze tecnologiche (specie nel settore delle costruzioni) e scientifiche; e dal generale progresso culturale, soprattutto nelle numerose città.

Le valutazioni quantitative dell'economia romana oggi disponibili sono considerate speculative. Tuttavia, al di là delle cifre assolute, esse suggeriscono una ricchezza significativamente maggiore nella penisola rispetto ad altre regioni dell'Europa meridionale e del bacino del Mediterraneo. Soprattutto, le stime ipotizzano che, durante i tre secoli precedenti l'età Augustea, ci sia stata una crescita del reddito pro-capite medio: per osservare un'altra evenienza del genere, occorre attendere fino al sorgere dell'età industriale.

Declino (secoli III-VI d.C.)

A partire dal III secolo d.C., l'Impero romano si avviò al declino. Gli storici hanno proposto centinaia di teorie sulle sue cause (politiche, economiche, demografiche, sociali, culturali, ambientali): è probabile che molti fattori abbiano concorso a causarlo. Un fatto oggettivo fu il declino demografico che colpì la penisola, che alcuni storici legano a due pandemie (II e III secolo).

Alla fine del III secolo l'amministrazione dell'imperatore Diocleziano introdusse un'importante riforma fiscale: per la prima volta la popolazione italiana veniva tassata (prima era esente). La tassazione colpì particolarmente le zone meno popolose dell'Impero e contribui all'ulteriore calo demografico nelle regioni occidentali, tra cui l'Italia. Per permettere la stabilità fiscale di fronte al declino demografico ed economico, l'Impero impedì ai contadini di muoversi, e li vincolò alla terra, istituendo il colonato; anche agli appartenenti ad alcune professioni urbane vennero imposti limiti agli spostamenti, e in generale le attività artigianali e professionali vennero inquadrate rigidamente in collegia, strettamente sorvegliati dall'autorità statale.. Lo spostamento della capitale imperiale a Costantinopoli nel 330 d.C. allontanò il centro politico e sociale dall'Italia e contribuì al suo ulteriore declino. Le invasioni dei Goti e dei Vandali (V secolo) e la lunga guerra di riconquista di Giustiniano (VI secolo) accelerarono il forte calo demografico della penisola.

Assieme ai cambiamenti demografici, politici ed economici, il territorio italiano vide anche un declino delle realtà urbane la cui ricchezza culturale aveva sostenuto la sua età più florida. L'amministrazione imperiale estraeva risorse a vantaggio di sé stessa, dei grandi proprietari terrieri e, in misura crescente, del clero, mentre reprimeva la vitalità sociale del territorio italiano, ormai periferico all'Impero. Anche la cultura cominciò cambiare, allontanandosi dai valori delle epoche precedenti.

Nonostante il declino dei centri urbani, in Italia resse più a lungo la centralità della città rispetto alle campagne, dalle quali provenivano i profitti dell'aristocrazia fondiaria. Questa situazione non mutò sotto il regno di Odoacre e nemmeno con la dominazione ostrogota. Con Teodorico, la cui politica continuava ad appoggiarsi alla classe urbana dei proprietari terrieri, si verificò una modesta ripresa; di fatto però, l'economia si fondava sulle stesse dinamiche in essere nel basso impero..

Alto Medioevo (secoli VII-IX)

Nell'alto Medioevo le città furono largamente spopolate e le campagne si impoverirono. Tuttavia, a differenza del resto d'Europa, in Italia rimasero in vita numerose piccole città, eredi della fitta maglia urbana del periodo romano; dopo l'anno mille furono alla base della ripresa economica e sociale. L'economica era depressa e ruotava attorno centri delle proprietà feudali, come abbazie e castelli. L'economia rurale si poggiava su una produzione agricola di semi-sussistenza, mentre il commercio era limitato e si basava su fiere annuali..

Periodo bizantino e longobardo