Lisolazionismo è una dottrina di politica estera che combina il non-interventismo militare a una politica di protezionismo economico.
Definizione In sintesi, l'isolazionismo è dato dall'unione della dottrina del Non-interventismo, secondo la quale lo Stato deve evitare alleanze vincolanti con altri Paesi e guerre non direttamente collegate alla sicurezza nazionale, e del Protezionismo, secondo il quale devono esistere barriere doganali per limitare, se non impedire, il commercio e lo scambio culturale con persone ed enti di altri stati. Introduzione L'isolazionismo è da sempre un argomento di acceso dibattito politico, poiché la decisione di uno Stato di adottare o meno una politica isolazionista esercita una forte influenza sia sulla popolazione, sia sui leader politici che la promuovono. Alcuni sostengono che il protezionismo impoverisca la popolazione, poiché limita il commercio e lo scambio di beni, servizi e capitali tra i Paesi, riducendo notevolmente gli scambi commerciali e i vantaggi che storicamente ne derivano.
L'isolazionismo nei vari Stati
Bhutan Il Bhutan è storicamente, almeno fino alle più recenti riforme Costituzionali a partire dal 2008, uno stato di tipo isolazionista
Corea del Nord La Corea del Nord attua una politica di isolazionismo.
Giappone Dal 1641 al 1853 lo shogunato Tokugawa del Giappone rafforzò una politica chiamata Sakoku, che proibiva contatti con l'estero tranne che con la Cina, la Corea e i Paesi Bassi. Durante questo periodo la cultura giapponese si sviluppò libera dalle influenze esterne ed ebbe uno dei più lunghi periodi di pace della sua storia. Tuttavia, in assenza di modernizzazione, il Giappone iniziò a subire i tentativi di ingerenza delle potenze europee, interessate ad aprirne il mercato. L'epoca di riforme e di sviluppo economico e militare che seguì permise al Giappone di mantenere la propria autonomia politica e istituzionale e prende il nome di Restaurazione Meji.
Nuova Zelanda Sotto il governo di Robert Muldoon, fu instaurato il protezionismo, che fu sensibilmente ridotto durante il quarto governo laburista che giunse al potere nel 1984. La politica del non-interventismo è tornata in uso recentemente, nelle guerre di Afghanistan e Iraq.
Stati Uniti Nel suo discorso d'addio alla politica, il primo Presidente degli Stati Uniti, George Washington, ammonì che gli Stati Uniti avrebbero dovuto "evitare alleanze permanenti con qualsiasi parte del mondo straniero". Molti anni dopo, questo approccio venne etichettato come isolazionista, ma alcuni storici della diplomazia americana sostengono che, invece, da allora e per oltre un secolo la politica estera americana è stata tradizionalmente guidata dall'unilateralismoWalter A. McDougall, Promised Land, Crusader State (1997); John Lewis Gaddis, Surprise, Security, and the American Experience (2004)..
Washington non era isolazionista nel senso più rigoroso del termine, inteso come scelta di un isolamento autosufficiente. Il suo obiettivo era rafforzare il peso politico internazionale della Nazione attraverso lo sviluppo dell’economia e, in particolare, delle relazioni commerciali con l’estero. A tal fine, riteneva necessario mantenere una posizione di equidistanza sia nei confronti dell’Inghilterra — come dimostra il trattato di Jay — sia della Francia, entrambe potenze europee coinvolte in conflitti.
La neutralità rappresentava dunque una necessità, che poteva essere eccezionalmente accantonata attraverso «alleanze temporanee», mentre le «alleanze permanenti» avrebbero potuto arrecare danni agli Stati Uniti.
Dopo la Prima guerra mondiale gli Stati Uniti poterono permettersi una politica isolazionista grazie alla propria forza economica. La domanda da porsi è, semmai, perché non lo avessero fatto prima. Sebbene fossero già sostenuti da una forte domanda di beni di consumo durevoli, non disponevano ancora di un autentico mercato nazionale integrato, che il sistema ferroviario avrebbe contribuito a consolidare negli anni successivi.
Gli investimenti, meno ingenti rispetto al periodo precedente al conflitto, furono indirizzati verso profonde innovazioni nei prodotti e, soprattutto, nelle tecnologie produttive. L’esponente più noto di questo processo fu Henry Ford con l’introduzione della catena di montaggio e della produzione standardizzata. L’automobile, inizialmente concepita anche come mezzo di lavoro per i campi, si trasformò progressivamente in un bene di consumo familiare.
L’aumento della produttività determinò una crescita dei salari e, di conseguenza, della domanda di beni di consumo. A ciò contribuì anche la riduzione dei prezzi, resa possibile dalla diminuzione dei costi medi di produzione all’aumentare della quantità prodotta. Il boom economico di quegli anni fu trainato soprattutto dalla diffusione dell’automobile privata e dall’espansione dei consumi di energia elettrica.
Quella che inizialmente era apparsa come una benedizione — la crescita della produttività — si trasformò tuttavia in uno degli elementi che contribuirono a innescare il Grande crollo del 1929. Quando, alla fine degli anni Venti, il mercato iniziò a mostrare segnali di saturazione, la crescente produttività avrebbe potuto essere impiegata per finanziare nuovi investimenti tecnologici, ridurre ulteriormente i costi, rendere i prezzi più competitivi e aumentare i salari, sostenendo così i consumi interni in un contesto di politica isolazionista.
Si preferì invece mantenere elevati i profitti e indirizzarli verso operazioni di speculazione finanziaria, in un mercato azionario nel quale il valore dei titoli aveva ormai perso il rapporto con il valore reale della produzione delle imprese. Inoltre, era possibile ottenere prestiti bancari per acquistare beni immobili o investire in Borsa anche in assenza di garanzie adeguate, o con garanzie assai limitate. Il cittadino comune aveva così imparato quanto fosse facile guadagnare e spendere senza particolari sacrifici, e il meccanismo speculativo si completò.
La bolla esplose quando le vendite dei titoli superarono gli acquisti: iniziò una corsa alla vendita. Le imprese fallirono e, con esse, andarono perduti posti di lavoro e salari. La lezione della Bolla dei tulipani olandesi del 1637, che prima o poi avrebbe dovuto mettere in guardia dai pericoli della speculazione, sembrava non aver insegnato nulla.
Gli Stati Uniti, usciti dal conflitto mondiale trasformati da Paese debitore in principale Paese creditore, divennero il centro finanziario al quale l’Europa poté rivolgersi per finanziare la ricostruzione del dopoguerra. La Grande crisi statunitense del 1929 provocò però il rientro dei capitali prestati al continente europeo, in particolare alla Germania, aggravandone la crisi economica e favorendo la sua deriva totalitaria.
A seguito dei sacrifici della prima guerra mondiale, la popolazione degli Stati Uniti tornò all'isolazionismo durante gli anni venti, opponendosi ad ogni azione del governo che avrebbe condotto la nazione in un'altra guerra europea. L'isolazionismo americano giunse all'epilogo durante la seconda guerra mondiale, in particolare dopo l'attacco di Pearl Harbor operato dai rivali giapponesi il 7 dicembre del 1941, assumendo fin da subito una connotazione negativa che non aveva mai avuto fino ad allora.
Note
Voci correlate Dottrina Monroe America First
https://www.treccani.it/enciclopedia/la-grande-crisi_%28Storia-della-civilt%C3%A0-europea-a-cura-di-Umberto-Eco%29/
Categoria:Teorie politiche