Con imperialismo culturale si intende l'imposizione di una cultura da parte di una nazione (o gruppo etnico) nei confronti di un'altra. Strumenti dell'imperialismo culturale sono la gestione: dei mezzi d'informazione, dell'insegnamento, delle transazioni economiche, dei rapporti sociali, delle offerte commerciali, ecc. Storia Nella storia vi sono stati numerosi esempi di imperialismo culturale. Uno dei primi fu quello della Grecia del periodo ellenistico. Alla dominazione militare romana dell'intero bacino del Mediterraneo seguirono anche forme di imperialismo culturale, sebbene generalmente i romani tollerassero lingue e culture differenti.
Quando l'egemonia culturale di un modello di vita sociale si fonde in un sistema di relazioni internazionali, essa si esprime nel rifiuto del multilateralismo. Più recentemente esempi di imperialismo culturale sono state definite: la politica statunitense nei confronti dei paesi latinoamericani nonché dei nativi americani, quella sovietica nei confronti dei paesi del blocco orientale comunista, quella cinese nei confronti del Tibet e quella turca nei confronti dei curdi.
Semantica Hegel nella sua fase filo-napoleonica coniò la parola d'autore Zeitgest per descrivere lo «Spirito del tempo» che spirava a favore della rivoluzione della borghesia.
Per converso, la parola d'autore "pensiero unico" fu coniata dallo scrittore Jean-François Kahn - nel gennaio 1992 su L'Événement du jeudi - per descrivere le reazioni ostili alla scelta filopalestinese del governo francese di ospitare per un ricovero George Habbash.
Idea Conteporanea
L'imperialismo culturale può riferirsi sia all'acculturazione forzata di una popolazione soggetta, sia all'adozione volontaria di una cultura straniera da parte di individui che lo fanno di propria spontanea volontà. Poiché si tratta di due concetti molto diversi, la validità del termine è stata messa in discussione.
L'influenza culturale può essere percepita dalla cultura "ricevente" sia come una minaccia che come un arricchimento della propria identità culturale . Sembra quindi utile distinguere tra imperialismo culturale come atteggiamento (attivo o passivo) di superiorità e la posizione di una cultura o di un gruppo che cerca di integrare la propria produzione culturale, considerata in parte carente, con prodotti importati.
I prodotti o servizi importati possono rappresentare, o essere associati a, determinati valori (come il consumismo). La cultura "ricevente" non percepisce necessariamente questo legame, ma assorbe passivamente la cultura straniera attraverso l'uso di beni e servizi stranieri, assorbendo insieme all'utilizzo del prodotto, anche il comportamento che deriva dal soddisfacimento del bisogno che quel bene soddisfa. che può non per forza appartenre al sogetto della cultura ricevente. (Consumatore) ma che invece è parte della cultura produtrice, ideatrice o comunque da cuoi quella tipologia di bene deriva.
l'imperialismo culturale implica la diffusione di comportamenti tipici di una cultura "dominante" in un'altra ricevente e di conseguenza l'alterazione di quest'ultima, questo per differerire dal normale scambio culturale deve possedere la volonta da parte della cultura "dominante" di alterare l'altrui questo può essere specifico indirizzato a una determinata colletività o generale per tutte, questo comportamento può essere innato nei conponenti di una nazione che si considerano "più meritevoli" (vedasi storicamnte i Romani nella citta colonia o i britannici in india) oppure può assumere uno stampo più dirigista dallo stato questo è solito dei regimi dittatoriali.
Alcuni ritengono che la nuova globalizzazione economica della fine del XX e dell'inizio del XXI secolo abbia facilitato questo processo attraverso l'uso delle nuove tecnologie dell'informazione. Questa forma di imperialismo culturale deriva da ciò che viene definito "soft power ". La teoria del colonialismo elettronico estende la questione alle problematiche culturali globali e all'impatto dei principali conglomerati multimediali, da Paramount, WarnerMedia, AT&T, Disney, News Corp a Google e Microsoft, concentrandosi sul potere egemonico di questi giganti della comunicazione, perlopiù con sede negli Stati Uniti.
Imperialismo culturale nell'industria della bellezza e dei media l'influenza culturale anche attraverso le industrie globali della bellezza e dei media.
L'industria cosmetica funziona sia come forza economica che come mediatore culturale di questi ideali. Attraverso strategie di marketing che promuovono l'"illuminazione" o il "rinnovamento", mercifica gli standard di bellezza, contribuendo a rendere questi canononi estetici come universali per l'attrattiva.
Questi canoni di bellezza si estendono oltre il tono della pelle per includere la struttura del viso, la consistenza dei capelli e la forma del corpo.
Gli ideali di bellezza occidentali, come la magrezza, l'altezza e i lineamenti delicati, sono spesso lodati, mentre i tratti al di fuori di questi canoni vengono marginalizzati. Pratiche cosmetiche come la stiratura dei capelli, il contouring e la chirurgia plastica spesso cercano di rafforzare questi tratti, consolidando aspettative estetiche ristrette. Il femminismo Da più parti è stato criticato il femminismo occidentale, sostenendo che ha creato una rappresentazione distorta della "donna del terzo mondo", dipinta come completamente impotente e incapace di resistere al dominio maschile.
Questo porta quindi alla narrazione, spesso criticata, dell'"uomo bianco" che salva la "donna di colore" dall'"uomo di colore". Altre critiche, più radicali, agli studi sullo sviluppo riguardano il campo di studio stesso. Alcuni studiosi mettono persino in discussione le intenzioni di coloro che sviluppano questo campo di studi, sostenendo che gli sforzi per "sviluppare" il Sud globale non hanno mai riguardato questi paesi n sé. Piuttosto, si sostiene, questi sforzi sono stati compiuti per promuovere lo sviluppo occidentale e rafforzare l'egemonia occidentale.
Critiche alla teoria Il termine "imperialismo culturale" viene utilizzato solo in discussioni in cui il relativismo e il costruttivismo culturale sono generalmente considerati veri.
John Tomlinson fornisce una critica della teoria dell'imperialismo culturale e rivela importanti problemi nel modo in cui viene formulata l'idea di imperialismo culturale, in contrapposizione a quello economico o politico.
Nel suo libro "Cultural Imperialism: A Critical Introduction", approfondisce la teoria dell'imperialismo mediatico ".
Riassumendo la ricerca sulla ricezione dei programmi televisivi americani nel Terzo Mondo, contesta l'argomentazione dell'imperialismo culturale, esprimendo i suoi dubbi sulla misura in cui i programmi statunitensi nei paesi in via di sviluppo veicolino effettivamente i valori statunitensi e migliorino i profitti delle aziende statunitensi. Tomlinson suggerisce che l'imperialismo culturale sia in crescita sotto certi aspetti, ma le trasformazioni e le interpretazioni locali dei prodotti mediatici importati suggeriscono che la diversificazione culturale non sia giunta al termine nella società globale. Spiega che uno degli errori concettuali fondamentali dell'imperialismo culturale è dare per scontato che la distribuzione di beni culturali possa essere considerata come dominio culturale.
Sostiene quindi la sua tesi criticando aspramente il concetto che l'americanizzazione stia avvenendo attraverso la diffusione globale dei prodotti televisivi americani.
Egli cita molteplici esempi di reti televisive che sono riuscite a dominare i propri mercati nazionali e che, in genere, i programmi nazionali raggiungono i vertici degli indici di ascolto. Mette inoltre in dubbio l'idea che gli agenti culturali siano semplici destinatari passivi di informazioni. Afferma che il passaggio tra aree culturali/geografiche implica sempre traduzione, mutazione, adattamento e creazione di ibridazione.
Altre critiche chiave riguardano la vaghezza del concetto e la sua difficile misurazione oltre che la teoria di un'eredità del colonialismo non è sempre vera.
Note
Bibliografia
Traduzione italiana:
Categoria:Antropologia politica Categoria:Sociologia della cultura