Il Palazzo Galletti di Santamarina (o Palazzo del Marchese di Santamarina) sorge a Palermo su un'area del Mandamento Monte di Pietà prossima all’incrocio di piazza Vigliena e si presenta, oggi, come una porzione consistente dell’isolato delimitato a est dalla via Maqueda, a sud dalla via del Celso, a ovest dalla Discesa Santamarina e a nord dalla via dei Candelai.
Storia Le origini del Palazzo risalirebbero al Trecento; al primo ventennio del XIV secolo, infatti, sarebbe da assegnare la costruzione di una casa gentilizia (Hospicium) edificata sul tratto settentrionale delle antiche mura del Cassaro lungo la Shera settentrionale - che in questo tratto assumeva il nome di la Shera Cancellarii - per volontà di un esponente della nobile famiglia dei Crispo, probabilmente Rinaldo, che fu baiulo (ambasciatore) di Palermo dal 1312 al 1313. La possibilità di costruire sulle antiche mura della città era sorta già in età normanna, allorquando la realizzazione di un nuovo e più vasto circuito difensivo che inglobava le due distinte cinte murarie del Cassaro e della Kalsa aveva reso queste ultime non più indispensabili alla difesa.. La costruzione sulle antiche mura nel Medioevo era regolata da una delle Consuetudini di Palermo, quella che aveva per titolo De domibus existentibus super munibus Civitatis et spetialiter super munibus Cassari Panhormi che nelle prescrizioni iniziali recitava: «I Cittadini Palermitani per antica consuetudine possono possedere, fare e costruire case sopra le mura e i muri della città e specialmente sopra le mura del Cassaro di Palermo (…). E se in qualche tempo dovessero cadere le mura sulle quali si trovano le case di alcuni cittadini, la Curia debba farle riparare e rifarle a sue spese sino alla cornice ossia sino al primo solaio, e nelle stesse case [del Cassaro] soltanto sia lecito ai Cittadini palermitani costruire merli e ripari.». Quest’ultima annotazione autorizza a pensare che il privilegio di costruire sulle mura del Cassaro sia stato appannaggio di potenti casati e di influenti ordini religiosi (non mancarono, infatti, sul circuito difensivo grandi e importanti complessi religiosi). E certamente potente dovette essere, tra XIV e XVI secolo, la famiglia dei Crispo che tra i suoi esponenti annoverò un Federico pretore nel 1384-1385, un Tommaso con la stessa carica nel 1399-1400, un Rinaldo capitano di giustizia di Palermo nel 1480-1481 e forse egli stesso giurato nel 1494-1495 e 1505-1506. Un Giovanni fu secreto di Palermo nel 1479, un altro Rinaldo senatore di Palermo negli anni 1572-1573.
All’edificio fatto costruire da Rinaldo appartenne quasi certamente il fronte lungo via del Celso, esteso dal cantonale sulla discesa Santamarina allo spigolo orientale con la colonna angolare incastonata in quella che originariamente doveva essere la zona basamentale, fortemente alterata dal punto di vista altimetrico a seguito dell’abbassamento dell’antico piano stradale, resosi necessario per raccordare la via del Celso alla nuova quota della "Strada Nuova" (via Maqueda), più sottomessa. La riprova del l'abbassamento della via è testimoniata dal plinto in marmo bianco dell'originario portale del palazzo. La colonna angolare, negli edifici medievali, era un elemento tipico, posto a scandire e sottolineare i confini del palazzo e il prestigio dei suoi proprietari: era sempre collocata sopra lo zoccolo basamentale dell’edificio in posizione angolare, come ancora oggi si può vedere in numerosi esempi a Palermo: Palazzo Chiaramonte-Steri, palazzo Alliata di Pietragliata (ex palazzo Termine) in via Bandiera, palazzo Bonet alla Fieravecchia e in palazzo Merlo nella via omonima al cantonale con via Arco di Resuttano ma anche nel cantonale con vicolo della Salvezza del complesso religioso della Gancia. La sua presenza, a palazzo Santamarina, rivela quella che doveva essere la delimitazione originaria dell’edificio, prima che avvenissero gli accorpamenti con le case a levante.
Le variazioni altimetriche dell’attuale via del Celso, in realtà, si sono rese necessarie almeno due volte: agli inizi del Seicento, con l’apertura della Strada Nuova, e dopo il 1856, con l’abbassamento ulteriore di via Maqueda stabilito dal Senato palermitano per garantire un miglior deflusso delle acque piovane. Se si assume, dunque, come quota del piano di sedime originario la risega ancora oggi leggibile per metà del prospetto, si potrebbe ipotizzare per l’edificio originario un corpo di fabbrica parallelepipedo all’incirca lungo 30,00 metri, alto 11,00 metri e profondo almeno 8,00 metri, caratterizzato nel fronte sull’attuale via del Celso (l’antica shera settentrionale) dal ricco motivo delle bifore a conci alternati di arenaria e pietra lavica (diffusi in Sicilia fin dal XII secolo) che ritroviamo nelle fasce orizzontali che decorano la zona sovrastante alla linea di imposta degli archi delle finestre. Un motivo decorativo di evidente ascendenza continentale (toscana e genovese) che si ritrova soprattutto nell'"edilizia di matrice chiaramontana" ed in altri esempi siciliani del XIV secolo come il convento dei Francescani di Paternò e il Duomo di Messina e, soprattutto, il palazzetto attiguo allo Steri dei Ventimiglia (Osterio Magno) a Cefalù. La vicinanza stilistica tra il palazzo di via del Celso e il palazzetto di Cefalù potrebbe non essere casuale; se si esamina, infatti, la storia del popolamento del Feudo di Capaci, del quale i Crispo detenevano la titolarità, si trovano a partire dalla fine del XIV secolo strette relazioni tra le famiglie Crispo e Ventimiglia.. Giovanna Crispo detta Giovannella, figlia di Filippa de Palmerio e di Tommaso Crispo, “dottore in Legge” e pretore nel 1399-1400, andò in sposa a Giovanni Francesco Ventimiglia. Interessante anche notare che il fratello di Giovannella, Nicolò, sposò Elisabetta Lombardo la quale, diventata vedova, si unì in seconde nozze con Francesco de Gualbes. Dunque anche la vicinanza dei due palazzi di via Celso non sembra essere stata del tutto casuale.
L’importanza della figura di Tommaso Crispo farebbe propendere per una datazione più tarda della prima prestigiosa fase del palazzo di via del Celso, e cioè alla seconda metà del XIV secolo come suggerisce, seppur in maniera contraddittoria, Giuseppe Spatrisano nel suo fondamentale studio sull’architettura del Trecento in Sicilia.. Ma più che a Tommaso forse l’edificazione del palazzo andrebbe ascritta al padre Rinaldo (o Rainaldo), vicinissimo al conte Francesco II Ventimiglia della cui piccola corte cefaludense, riunita presso lOsterio Magno nella cittadina di Ruggero, faceva parte.. Di un Rainaldo parla, infatti, Tommaso Fazello nel suo De rebus siculis, in particolare nel libro ottavo laddove descrivendo le antiche porte di Palermo a proposito della cosiddetta «Porta Sclavorum» (Porta degli Schiavi) scrive che «era posta nel luogo ch’è tra la casa di Rinaldo Crispo verso levante e di Giantommaso Gualbes verso ponente, appresso la piazza della Cancellaria dove essendo mancata la sua antica forma, si vede una piccola stradetta per la quale si va alla Beccaria nuova, ed al luogo detto con voce saracena Ainroma, dove l’anno 1550 furon fatte assaissime botteghe d’arte di lana.». Il toponimo Ainroma è la corruzione del termine arabo Ayn-Rum, la sorgente che alimentava la fiorente attività tessile per la quale questo quartiere avrebbe assunto il nome di Panneria (la Fonte della Panneria nei pressi della piazza S. Onofrio). Fazello scrive intorno alla metà del Cinquecento (la sua opera verrà data alle stampe nel 1558), dunque è probabile che il Rinaldo di cui parla sia il figlio di Federico III Crispo, giurato di Palermo, Capitano di Fanteria del quartiere Cilvaccari (Cilvaccari o Civalcari, corruzione del toponimo di Seralcadi) e Capitano d’arme per il Regno..
Più certa, invece, appare la seconda fase del palazzo, quel rifacimento operato intorno alla seconda metà del Quattrocento e documentato dall’umanista Pietro Ranzano il quale, nella sua memoria sulla città di Palermo databile al 1470-1471 e pubblicata da G. Di Marzo scrive: «Iacopu di Pilaya di cui supra fu facta mentioni et Cristofano Di Benedicto clarissimo juris consulto, Federico Crispo cavaleri et secreto di Palermo, Simuni di Artali quondam castellano di lo palaczo et altri multi di li princhipali di la chitati li loro antiqui casi hanno renovato et mirifìcamenti exornato».. In questo caso dovrebbe trattarsi di Federico II Crispo, figlio di Giovanni e come questi Secreto e Mastro Procuratore della Città di Palermo, Strategoto della Città di Messina nel 1472 e marito di Costanza Ventimiglia.
Un cambio di proprietà del palazzo viene registrato da Vincenzo Di Giovanni, che nel suo Del Palermo restaurato scrive che la casa dei Crispo «è quella che oggi è di Arias Giardino a Santa Ninfa».. Di Giovanni redige il suo resoconto agli inizi del XVII secolo, probabilmente entro il primo ventennio, dunque il passaggio che vede la casa dei Crispo perdere, almeno formalmente, il patronimico della nobile famiglia di origine pisana sarà avvenuto tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento, mentre l’area veniva interessata a scala urbana dal grande intervento del “taglio” della Strada Nuova e dal vicinissimo cantiere per la Casa e Chiesa dei Crociferi, oggi S. Ninfa.
Se il possesso del palazzo da parte di Luigi Arias Giardina, barone di Santa Ninfa dal 1615 e Marchese delle stesse terre dal 1621, sembra avere lasciato traccia a livello documentale solamente nell’annotazione del Di Giovanni, più significativo deve essere stato il passaggio dell’antico hospicium dai Crispo ai Santamarina. È a questa nuova proprietà che si devono ascrivere le fondamentali innovazioni e stravolgimenti tardo rinascimentali che appongono timpani rettilinei e nuovi balconi che si sovrappongono e modificano la scansione bicroma medievale delle bifore e delle fasce marcapiano. Il nuovo portale e l'intero nuovo scalone con loggia sulla corte interna paiono appartenere invece alla prima metà del XIX secolo.