La storia del Madagascar è una storia di isolamento; le specie animali e vegetali e le culture indigene hanno seguito uno sviluppo indipendente da quello dell'Africa e di altre isole dell'Oceano Indiano. I contatti relativamente sporadici con gli arabi contribuirono a diffondere anche verso l'Occidente l'idea di un'isola straordinaria, misteriosa, con una flora e una fauna tali da alimentare miti di creature fantastiche come quelle di cui narra Marco Polo nel Milione. Quando i primi esploratori europei giunsero sulla "grande isola", trovarono un gran numero di etnie di diversa provenienza, che avevano dato luogo a un amalgama culturale e linguistico unico. La tratta degli schiavi e la colonizzazione non furono sufficienti a distruggere l'incredibile atipicità dell'isola.

Storia antica

Si ritiene che il Madagascar fosse parte del supercontinente di Gondwana, e che fosse quindi unito all'Africa, da cui si sarebbe staccato circa 140 milioni di anni fa. In un primo periodo, il canale di Mozambico che separa il Madagascar dalla costa africana fu di dimensioni abbastanza ridotte da permettere qualche sporadica traversata da parte delle forme di vita animali o vegetali; in seguito, la fauna e la flora malgasce rimasero isolate, prendendo vie evolutive completamente differenti da quelle del continente. Testimonianza di questo isolamento biologico sono animali come i lemuri, presenti solo in Madagascar, o il fossa, l'unico grande predatore, una sorta di mangusta, che, per un fenomeno di convergenza evolutiva, prese l'aspetto dei grandi felini africani. Più in generale, lo straordinario tasso di endemismo della flora e della fauna del Madagascar testimoniano direttamente del suo antico isolamento. Sebbene l'ampiezza dello Stretto del Mozambico non fosse tale da impedire alle popolazioni africane di attraversarlo, l'uomo giunse in Madagascar solo 2000 anni fa, e questi antichi colonizzatori non provenivano dall'Africa.

L'arrivo dell'uomo Secondo la mitologia malgascia, i primi colonizzatori del Madagascar, da cui tutte le popolazioni indigene discenderebbero, erano un popolo di misteriosi esseri umani di bassa statura, chiamati Vazimba. Ancora oggi molti malgasci ritengono che gli spiriti degli antenati Vazimba veglino sulla loro terra, e interi clan vantano una discendenza particolarmente pura o diretta da questa stirpe leggendaria.

Secondo gli studiosi moderni, i primi colonizzatori giunsero probabilmente dall'Indonesia e dalla Malaysia. In un viaggio incredibile, queste popolazioni di origine polinesiana avrebbero navigato per 6000 km, attraversando l'Oceano Indiano da un capo all'altro su canoe a bilanciere, colonizzando sia le Comore sia il Madagascar. È possibile che abbiano viaggiato costeggiando prima l'Asia meridionale e poi l'Africa orientale; e in effetti, imbarcazioni di tipo indonesiano sono diffuse in gran parte della costa africana che si affaccia sull'Oceano Indiano. Moltissimi elementi suffragano l'idea di un'origine asiatica del popolo malgascio, a partire da considerazioni linguistiche (la lingua malgascia viene classificata nelle lingue austronesiane), somatiche, e culturali (per esempio la diffusione in Madagascar di culture orientali come il riso). Inoltre, la colonizzazione del Madagascar verrebbe così a qualificarsi come parte del grande movimento di espansione austronesiana a cui si deve anche il popolamento di Giava, Sumatra, Polinesia, Micronesia, Hawaii e Isola di Pasqua. Da questi primi colonizzatori malesi-indonesiani discendono etnie malgasce dai tratti chiaramente orientali, come i Merina.

Poco tempo dopo l'arrivo dei primi colonizzatori, gruppi di origine bantu iniziarono a giungere dall'Africa. Etnie di chiara origine africana come i Sakalava o i Bara ebbero fin da tempi antichi rapporti con i Merina e gli altri indonesiani, dando luogo a una sorta di cultura mista in cui talvolta le differenze etniche corrispondevano a stratificazioni in caste della società. La lingua malgascia conserva tracce di questo antico interscambio con la presenza di numerosi etimi di origine bantu. Di origine bantu è anche, per esempio, la valiha, strumento musicale nazionale e utilizzata spesso nelle cerimonie tradizionali malgasce. L'eredità bantu è più marcata nelle zone meridionali dell'isola, dove il bestiame (costituito da zebù) svolge un ruolo sociale molto simile a quello che si osserva nei popoli pastorali del continente.

Antichi contatti con Arabi ed Europei I navigatori arabi conoscevano il Madagascar già molto tempo prima che vi giungessero i primi europei. È probabile che Marco Polo, descrivendo nel Milione il Madegascar (che non aveva visitato, ma di cui aveva sentito parlare durante i suoi viaggi in Asia) attingesse direttamente o indirettamente da fonti arabe. Molti studiosi ritengono che Polo avesse fatto confusione, e intendesse in effetti parlare di Mogadiscio; tuttavia, sulla base del racconto di Polo, i cartografi europei iniziarono a scrivere "Madagascar" sulle mappe. In un celebre passaggio, Polo menziona un uccello gigantesco, simile al mitologico Roc:

In effetti, i viaggiatori arabi che avevano visitato il Madagascar potrebbero aver visto l'Aepyornis, uccello di oltre tre metri di altezza. Tuttavia, è anche appurato che in Madagascar non ci sono mai stati elefanti.

Influenza araba Secondo la tradizione malgascia, i primi arabi a stabilirsi in Madagascar erano profughi della guerra civile che seguì la morte di Maometto, nel 632 d.C. Le prime prove storiche di insediamenti risalgono al X o XI secolo; si trattava di commercianti arabi di schiavi provenienti da Zanzibar, che attingevano anche dalle popolazioni costiere del Madagascar. Alcune etnie malgasce discendono da questi antichi schiavisti; le origini dei popoli Antemoro e Antanosy, sulla costa orientale, si fanno risalire a un insediamento di questo tipo, chiamato Zafiraminia. Le loro colonie, tra cui Mahajanga e Vohemar, facevano capo al sistema feudale dei sultanati arabi. Gli Antalaotra sarebbero, invece, i discendenti di successive migrazioni arabe; essi furono i primi a portare l'Islam sull'isola.

Anche in questo caso, la cultura malgascia mantiene numerose tracce dell'influenza importante che gli arabi esercitarono (pur essendo sicuramente in numero molto ridotto rispetto agli indonesiani e ai bantu). Hanno nomi di origine araba, in lingua malgascia, le stagioni, i mesi, i giorni della settimana e le monete, e numerose forme di saluto. Maghi arabi si insediarono probabilmente nelle corti di molti regni tribali malgasci, e dalla loro tradizione derivano le pratiche astrologiche dei divinatori noti col nome di ombiasy. Furono inoltre gli arabi a trasmettere ai popoli malgasci il sistema patriarcale, che soppiantò in parte il precedente matriarcato tipico delle popolazioni austronesiane.

Al termine delle migrazioni di popolazioni arabe, il Madagascar contava 18 etnie, ciascuna con la propria cultura, la propria lingua e la propria religione. Fu questo caleidoscopio di civiltà che si prospettò ai primi esploratori e coloni europei.

L'arrivo degli europei

I primi europei a sbarcare in Madagascar furono i portoghesi della flotta di Diogo Dias, nel 1500. Avevano subito una deviazione a causa del maltempo, e stavano cercando di raggiungere le coste del Mozambico; fortuitamente avvistarono Mauritius, Riunione e, il 10 agosto, il Madagascar, che Dias battezzò "Isola di San Lorenzo" (Ilha de São Lourenço).

Nei secoli successivi, diverse potenze marinare europee (Portogallo, Paesi Bassi, Gran Bretagna e Francia) cercarono di creare insediamenti stabili sull'isola, allo scopo di utilizzarli come luoghi di scalo e rifornimento per le navi che doppiavano il Capo di Buona Speranza dirette verso l'Asia. Malattie, intemperie e scontri con le popolazioni locali risultarono però essere ostacoli insormontabili. Fra gli insediamenti a subire questa sorte c'è la prima colonia francese in Madagascar, a Fort Dauphin (oggi Tolagnaro).

Sopravvissuti e profughi di vario genere, intanto, erano riusciti a entrare in rapporti con le popolazioni locali. Verso la fine del XVII secolo, proprio perché rimaneva fuori dal controllo delle grandi potenze europee, il Madagascar divenne il rifugio ideale per i pirati che depredavano le navi da carico sulla rotta delle Indie. In particolare l'isola di Sainte-Marie divenne l'equivalente di Tortuga nell'Oceano Indiano; secondo alcune fonti, l'isola arrivò a contare una popolazione di 1.500 pirati, armati con 50 cannoni. Molti pirati si mescolarono con le popolazioni locali, contribuendo ad arricchire il già variegato patrimonio culturale e genetico degli indigeni malgasci. Fra i pirati celebri che trascorsero parte della propria vita in Madagascar si possono citare François Cauche, Abraham Samuel, Long Ben, Samuel Burgess, William Kidd, Adam Baldrighe, Culliford, Tomas White detto "Tam" e James Plantain. Tra l'altro, furono i pirati statunitensi a portare il riso malgascio nella Carolina del Sud.

Fu in questo periodo che avrebbe avuto luogo la nascita di Libertalia, una nazione pirata anarchica di cui si narra nel libro A General History of the Pyrates scritto dal capitano pirata Charles Johnson (oppure, secondo alcuni studiosi, da Daniel Defoe).

Lo schiavismo e la nascita dei regni

Diversi popoli malgasci avevano l'abitudine di vendere i propri prigionieri di guerra come schiavi, e avevano praticato per secoli questo commercio con gli arabi. Con il colonialismo, e la conseguente necessità di manodopera a basso costo da inviare nelle Americhe, la richiesta di schiavi aumentò enormemente; questa volta i clienti erano gli europei.

Il colonialismo e il fenomeno della tratta degli schiavi africani verso le Americhe svolse un ruolo cruciale nell'evoluzione del Madagascar fra il XVI e il XVII secolo. Diversi popoli malgasci iniziarono a commerciare con gli europei, vendendo schiavi e importando alcool e armi da fuoco; in questo modo, riuscirono a imporsi sui propri vicini, formando i primi imperi. In questo periodo nacquero il regno dei Sakalava di Menabe a ovest, il regno degli Zana-Malata sulla costa orientale (i cui membri erano discendenti meticci degli indigeni e dei pirati), e il regno di Merina sull'altopiano centrale.

Il primo sovrano a puntare attivamente all'unificazione del Madagascar sotto la propria corona fu Andrianahifotsy, figlio di Andriamisara I, fondatore del Regno di Menabe. Il tentativo di Andrianahifotsy però fallì. Lo stesso Regno di Menabe si scisse con la nascita del Regno di Boina, fondato da un secondogenito di stirpe reale di Menabe, Andriamandisoarivo.

Fra la fine del XVII secolo e l'inizio del XVIII, il piccolo clan degli Tsitambala, guidato da Ramanano, riuscì a conquistare il controllo dell'intera costa orientale dell'isola. Nel 1712, l'esercito di Ramanano fu sconfitto presso Fenoarivo dalle forze di un leader emergente del popolo Zana-Malata, il meticcio Ratsimilaho, figlio del pirata britannico Thomas White e di una principessa indigena di Sainte Marie di nome Antavaratra Rahena. In parte attraverso la scelta accorta di matrimoni politici, Ratsimilaho riuscì a unificare sotto il proprio dominio tutti i popoli del Madagascar orientale, fondando il regno di Betsimisaraka ("coloro che sono uniti"). La figlia di Ratsimilaho, Bety, divenne regina a quindici anni. Nel 1750, Bety sposò un naufrago francese, Jean Filet detto "Capitano Bigorne", al quale in seguito donò l'isola di Sainte Marie, che Bigorne poi cedette a sua volta alla Corona di Francia. Questo episodio apparentemente insignificante era destinato a fornire ai francesi un primo pretesto formale per l'occupazione militare di suolo malgascio.