Biografia Giuseppe Pappacoda nacque a Centola il 12 maggio 1692, figlio secondogenito di Domenico, 1º principe di Centola, e di sua moglie Giovanna Pappacoda dei principi di Triggiano. Suo zio fu il letterato Federico Pappacoda. Alla morte del padre, gli successe al principato il figlio primogenito Salvatore nel 1723 e Giuseppe ebbe modo quindi di inserirsi nella carriera amministrativa del regno.

In precedenza, Giuseppe ebbe modo di studiare con Giambattista Vico, dal quale venne indirizzato agli studi di retorica, filosofia, lettere e greco e latino antichi, studiando matematica poi con Antonio Monforte e Agostino Ariani. Studiò da autodidatta le materie giuridiche.

Giuseppe venne quindi ammesso alla corte borbonica di Napoli come gentiluomo di camera e nel 1747 ottenne il cavalierato di San Gennaro. Quando il conte di Santisteban venne allontanato da Napoli, questo fatto ebbe delle pesanti ripercussioni sui fratelli Salvatore e Giuseppe Pappacoda che si trovarono così privati di una figura di supporto e fiducia, ma Giuseppe, con l'appoggio di Bernardo Tanucci, divenne reggente della Gran Corte della Vicaria nel 1741, durante il governo di José Joaquín de Montealegre, venendo preferito al principe di Ardore. Ottenne poco dopo la presidenza della giunta del Codice, un gruppo di giuristi che si doveva preoccupare di riformare la legislazione del Regno di Napoli, ma che infine rinunciò all'incarico.

Alla morte del fratello Salvatore nel 1744, non avendo questi avuto eredi, gli succedette come terzo principe di Centola.

Nella Gran Corte della Vicaria si occupò particolarmente della repressione della massoneria, condannata sia dal papa che dal nuovo re di Napoli, guadagnandosi sempre più la stima del Tanucci, ministro della giustizia, il quale lo favorì non solo nel suo ingresso al consiglio di Stato (succedendo a Bartolomeo Corsini), ma anche nel suo ingresso nel consiglio di reggenza del Regno nel 1759, quando Carlo III dovette partire alla volta della Spagna per ottenerne la corona, lasciando al suo posto il figlio Ferdinando, ancora minorenne. Nel consiglio di Stato, mentre il Tanucci si mostrò sostanzialmente neutrale, il Pappacoda pur rimanendone fedele alleato fu spiccatamente filo-aristocratico e strenuo difensore dei privilegi della città di Napoli sulle altre circonvicine. Giuseppe fu inoltre uno strenuo difensore dei diritti della Chiesa, spinto a tali decisioni in particolare dal suo confessore, il lazzarista Giovanni Alasia.

Quando Ferdinando IV raggiunse la maggiore età, il Pappacoda venne comunque mantenuto nel consiglio di Stato dal nuovo sovrano, ma il suo ruolo venne fortemente ridimensionato ed egli stesso si preoccupò più agevolmente dei propri interessi di famiglia, come il restauro della cappella nei pressi del suo palazzo.

Giuseppe Pappacoda morì a Napoli il 21 maggio 1773. Alle esequie, svoltesi nella chiesa di Santa Maria delle Vergini, tenne per l'occasione un'orazione Giuseppe Pasquale Cirillo, mentre il grecista Giacomo Martorelli elaborò delle epigrafi. Non avendo avuto figli maschi, sulla base delle sue ultime volontà, il suo patrimonio passò integralmente alla figlia Giovanna, la quale aveva sposato Giovanni Carlo Doria, principe di Angri.

Ascendenza

Discendenza Il 14 settembre 1741 Giuseppe Pappacoda sposò Anna Maria Spinelli-Barile (1711-1781), figlia di Tommaso Francesco III, marchese di Fuscaldo, e di Carlotta Spinelli-Savelli dei principi di Cariati, nonché nipote dell'arcivescovo di Napoli, il cardinale Giuseppe Spinelli. La coppia ebbe tre figlie delle quali però solo una raggiunse l'età adulta: Anna Maria, morta infante; Giovanna († 1809), 6ª principessa di Centola, la quale sposò il 5 novembre 1762 Giovanni Carlo Doria, principe di Angri; Carlotta, morta infante.

Onorificenze

Note

Bibliografia

Voci correlate Pappacoda Salvatore Pappacoda Federico Pappacoda

Collegamenti esterni

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