Vescellium (talvolta italianizzato in Vescellio) era un borgo o villaggio fortificato (oppidum) della tribù sannitica degli Irpini.

Secondo una consolidata tradizione storiografica, sorretta inizialmente da vaghe considerazioni geografiche ed etimologiche ma poi avvalorata dai risultati delle moderne indagini archeologiche, il sito doveva essere ubicato nei monti della Daunia alla località Vetruscelli, in posizione baricentrica tra gli attuali comuni di Roseto Valfortore (cui amministrativamente appartiene l'area), Castelfranco in Miscano e Faeto. Non mancano però alcune ipotesi alternative.

Fonti primarie Unitamente a Vercellium e Sicilinum, Vescellium è citata dallo storico romano Tito Livio che ne rammenta la conquista nel 215 a.C. da parte del pretore Marco Valerio Levino. Tuttavia, benché Livio affermi esplicitamente che i borghi o villaggi conquistati fossero stati tre (oppida tria), la moderna critica storica non esclude che Vescellium e Vercellium rappresentassero semplicemente due varianti grafiche dello stesso toponimo.. In quanto a Sicilinum, esso doveva costituire un fortilizio ausiliario, oppure dovette subire una distruzione totale, o più semplicemente dovette cambiare nome poiché da allora in poi non fu mai più citato, a meno che non si trattasse di Sicalenum che, però, era situato nel remoto entroterra del territorio dei Frentani (presso l'attuale Casacalenda) e dunque piuttosto lontano dall'Irpinia e dalle basi romane.

Vescellium, invece, doveva costituire un centro di una certa importanza, poiché i Vescellani sono citati anche da Plinio il Vecchio nell'elenco delle principali comunità dell'Irpinia antica, che nel frattempo era stata annessa alla Regio II Apulia et Calabria unitamente al territorio dei Sanniti Caudini (ma diversamente dai Sanniti Pentri e dai Frentani che invece rimasero legati alla Regio IV Samnium). Benché non vi siano certezze etimologiche (da Vescellium sarebbe dovuto derivare *Vescellini o eventualmente *Vescelliani, piuttosto che Vescellani), si ritiene generalmente assai probabile che Plinio volesse riferirsi alla popolazione dello stesso oppidum già citato da Livio. Poiché però il nome Vescellium non compare in altri autori né in altre opere o iscrizioni, gli storici moderni hanno dovuto basarsi sui pochi dati disponibili per tentare di localizzare il sito.

Elementi di valutazione

Livio scrive che la conquista dei tre oppida avvenne per ritorsione contro i loro abitanti che avevano tentato di unirsi ad Annibale dopo la vittoria militare che questi aveva conseguito a Canne, in Apulia. Lo stesso Livio afferma inoltre che le legioni romane, dopo aver espugnato gli oppida, fecero ritorno nella colonia romana di Luceria (l'attuale Lucera) portando con sé alcune migliaia di prigionieri. All'epoca, però, non vi era alcuna strada che collegasse l'Irpinia a Luceria (la Via Aemilia sarebbe stata infatti costruita soltanto un secolo più tardi); il territorio irpino era invece percorso unicamente dalla via Appia che univa le due colonie romane di Beneventum e Venusia passando per Aeculanum (Passo di Mirabella) e Aquilonia (Lacedonia). Ciò ha permesso di ipotizzare che Vescellium dovesse trovarsi in un luogo piuttosto distante dalla Via Appia e non molto lontano da Luceria (e comunque a nord della stessa Via Appia), altrimenti l'assedio sarebbe stato portato a termine assai più agevolmente dalle legioni beneventane o venosine piuttosto che da quelle lucerine, senza contare le difficoltà insite nel trasporto di un gran numero di prigionieri attraverso un tragitto lungo e impervio. Non a caso un'analoga incursione, condotta contro altri gruppi di Irpini ribelli stanziati però nelle montagne a sud della Via Appia, fu fatta opportunamente partire dalla base campana di Nola.

Analizzando poi lo scritto di Plinio si può notare come egli distribuisca abbastanza uniformemente le altre comunità irpine sul territorio, lasciando però scoperto un ampio settore nord-orientale comprendente la valle del Miscano, la Valmaggiore (ossia valle del Celone) e la valle del Cervaro, talché si è potuto supporre che Vescellium dovesse trovarsi proprio presso tale settore. Si evidenzia inoltre che nella lista pliniana, oltre ai Vescellani e agli altri cinque gruppi indigeni dell'Irpinia (Aeculani, Aquiloni, Abellinati, Compsani, Caudini), siano citati anche la colonia romana di Beneventum e gli abitati dei Liguri Bebiani (stanziati nella media valle del Tammaro) e Corneliani. Di questi ultimi non si conosce l'area di insediamento, ma si ipotizza che risiedessero nella valle del Fortore, poiché si ritiene che la deportazione dei Liguri apuani nel cosiddetto Ager Taurasinus (l'area appenninica situata a nord-est della colonia beneventana)<ref>Malgrado la palese assonanza toponomastica, lAger Taurasinus non è in alcun modo ricollegabile al moderno comune di Taurasi ().</ref> servisse a creare una sorta di diaframma tra gli Irpini (a sud-est) e i Sanniti Pentri (a nord-ovest); l'irpina Vescellium doveva dunque trovarsi a sud-est dellAger. Lo stesso Plinio assegna invece all'Apulia le tribù degli Aecani e dei Vibinates (i primi stanziati ad Aecae presso l'attuale Troia, i secondi a Vibinum ossia Bovino), il che significava che l'intera fascia subappenninica apparteneva ai Dauni; dunque Vescellium, quale parte integrante del Sannio Irpino, doveva essere collocata nell'Appennino propriamente detto.

Vetruscelli Vetruscelli fu un borgo medievale appartenente alla grancontea e diocesi di Ariano; già citato nel Catalogus baronum come Vetrascellum, fu successivamente noto con i nomi di Vetroscello, Vetruscello, Bitrassello, Vetestrello o Vetrisciello. Nel 1299 è altresì documentata una disputa di confine con il vicino feudo di Casale Campanaro (Casale Campanarii in latino medievale). Dotato di una chiesa arcipretale e di due monasteri, Vetruscelli cessò comunque di esistere nel 1450 allorquando la locale chiesa fu chiusa e unita a quella di Roseto (facente parte anch'essa, a quel tempo, della diocesi di Ariano).

Il sito di Vetruscelli era inoltre noto con il soprannome di Serra delle Tre Marine poiché vi si trovano le sorgenti di tre corsi d'acqua divergenti su altrettanti versanti appenninici: il Miscano, confluente nell'Ufita e afferente al versante tirrenico; il Fortore, sfociante nell'Adriatico centrale; e il Canale del Feudo, affluente del Celone diretto nel Tavoliere e, tramite il Candelaro, nel golfo di Manfredonia. Perdipiù alle falde settentrionali di Vetruscelli sgorga un quarto torrente, il Vulgano, la cui valle sbocca nel Tavoliere proprio all'altezza di Lucera, a quel tempo sede di una fiorente colonia romana. Si trattava dunque di un'area di fondamentale rilevanza strategica.

L'etimologia del toponimo Vetruscelli rimane piuttosto incerta, anche se non sono mancati tentativi volti ad accostare le forme latino-medievali Vetrascellum (attestata, come già si è detto, nel Catalogus baronum) e castrum Vetrascelli (menzionata nel registri della cancelleria angioina) alle antiche denominazioni Vescell(i)um / Vercell(i)um, queste ultime risalenti indubbiamente alla lingua oscaUnitamente ad altri toponimi coevi (soprattutto Vescia in Campania, ma anche altri più o meno simili attestati in Hispania) essi sembrano trarre origine da una radice indoeuropea avente il significato fondamentale di "abitare". parlata in epoca preromana dagli Irpini e da numerose altre popolazioni dell'Italia meridionale. Non tutti gli autori sono però concordi: l'origine etimologica di Vetruscelli potrebbe anche essere del tutto differente, e vi è perfino un'ardita teoria alternativa che ipotizzerebbe un etimo antico-ligure del toponimo, in correlazione a un lemma Aetruscianum citato sulla Tabula alimentaria dei Liguri Bebiani stanziati tra Reino e Circello.

A Vetruscelli vi sono tre aree archeologiche: il monte San Chirico (), di forma troncoconica e circondato da ripe e fossati, dunque ideale per l'estrema difesa; la fontana la Noce, ubicata un po' più in basso e circa un chilometro più a sud, ove vi è una fonte sorgiva perenne presso cui era possibile lo stanziamento di una comunità umana; infine il monte Saraceno (, una delle vette più elevate dei monti Dauni), situato a nord-est del monte San Chirico e del vicino bosco Vetruscelli. I tre siti sono collegati tra loro da una mulattiera che corre lungo la linea di displuvio.

Sul monte San Chirico (detto così dal nome dall'antica chiesa arcipretale di Vetruscelli, intitolata a san Quirico) non sono state comunque rinvenute tracce consistenti della presenza sannitica, forse perché cancellate dalla successiva, prolungata occupazione medievale dell'altura. Di contro, presso la fontana la Noce le ricerche archeologiche hanno permesso di individuare, oltre a una grande villa di epoca romana (situata forse lungo la Via Aemilia), anche un'area di dispersione riferibile a uno stanziamento sannitico e piuttosto ricca in reperti, consistenti soprattutto in ceramiche ma con presenza anche di tracce di armi, tra le quali si annovera la punta di un giavellotto in ferro. Il fatto che tali ritrovamenti siano avvenuti all'altezza della fontana la Noce è assai significativo, poiché era esattamente quello il sito tramandato dalla tradizione storiografica locale.

Ma i resti più cospicui emergono sul monte Saraceno, ove è stata individuata una massiccia arx ("fortezza") sannitica i cui muri di pietra, seppur diroccati, sono ben evidenti sui fianchi della montagna. In realtà il monte Saraceno, circondato da rupi su tre lati e accessibile unicamente da sud tramite la mulattiera proveniente da monte San Chirico, faceva parte di un più ampio sistema difensivo federale comprendente anche le roccaforti di monte Sambuco e monte Rotaro (entrambe situate più a nord, rispettivamente a 20 e di distanza), il cui obiettivo primario doveva essere quello di contrastare la colonia romana di Luceria (dedotta fin dal 314 a.C.) e di proteggere Bovianum (capitale dei Sanniti Pentri) e in una prima fase anche Maleventum (appartenente in origine agli Irpini); quest'ultima città era infatti assai ambita per la sua posizione strategica, tanto da essere poi a sua volta colonizzata dai Romani nel 268 a.C.. È inoltre interessante notare che il toponimo "monte Saraceno", contrariamente a quanto farebbe pensare il suo etimo, risulti sistematicamente associato ad arces sannitiche (ciò accade infatti anche a Cercemaggiore, a Pietrabbondante e in varie altre località); l'origine di tali denominazioni rimane piuttosto oscura, ma l'ipotesi prevalente è che l'epiteto "Saraceno", di chiara matrice popolaresca, sia stato diffusamente appioppato a tal genere di rovine preromane (e, in una seconda fase, alle alture su cui esse sorgevano) in quanto erroneamente ritenute opera dei Saraceni.

Ipotesi alternative Monte Castiglione