Con i soprannomi Mascari e Canali, pseudonimi - rispettivamente - delle famiglie Sanclemente e Fardella, vengono designate le due fazioni che, nella prima metà del XVI secolo si contesero il predominio sulla città di Trapani. Momento culminante della faida si ebbe nel biennio 1516-1517, nel contesto dei tumulti scoppiati in tutta l’isola alla morte di Ferdinando il Cattolico.
Fu lo scontro tra la vecchia aristocrazia, rappresentata dai Sanclemente - e dalle famiglie loro alleate dei Ferro, Vento, Sieri Pepoli, Carissima, Vincenzo, Naso, sostenute anche dalla comunità ebraica - e il ceto emergente dei funzionari, al quale appartenevano i Fardella e i loro accoliti.
Protagonisti della rivolta furono don Simone Sanclemente, barone di Inici, e il miles Giacomo Fardella, ma altri soggetti furono coinvolti, non solo trapanesi, non solo siciliani: da prima, la regina Giovanna di Castiglia, interessandosi subito ai fatti trapanesi, manifestò - in una lettera inviata ai giurati di Trapani - la propria preoccupazione per le azioni sovversive promosse dai ribelli; in seguito, nei mesi cruciali del moto, il figlio Carlo d'Asburgo accolse a Bruxelles Giacomo Fardella e, mostrandosi riconoscente la fedeltà dimostrata, si adoperò personalmente affinché si giungesse ad una composizione della lite; infine, fu attraverso l’intercessione del viceré Juan de Vega e l’intervento di Pietro d’Agostino, maestro razionale del Regno e capitano d’armi di Trapani, che si giunse, nel 1550, alla stipulazione di un contratto di pace, con il quale il conflitto venne definitivamente appianato e si posero le basi per la fondazione, un lustro più tardi, della Confraternita della Carità della Santa Croce. Contraenti primari furono don Giuseppe Sanclemente, barone di Inici e di Mokarta (figlio di don Simone Sanclemente), e il miles Gaspare Fardella (figlio di Giacomo Fardella).
Un Secondo Vespro Il contesto storico
La congiuntura socio-politica nella quale matura la rivolta trapanese è quella segnata dai tumulti del 1516-1517: la morte di Ferdinando il Cattolico e la contrastata successione al trono del nipote Carlo d'Asburgo si accompagnarono anche in Sicilia – come altrove nei regni iberici – a un’ondata di malessere che sfociò in una complessa trama di congiure e rivolte, che interessarono il panorama politico siciliano in particolare negli anni compresi tra il 1516 e il 1523.
Quando Pietro Cardona, conte di Collesano, portò dalla Spagna la notizia della morte di re Ferdinando scoppiarono - alimentati dall’ostilità verso il viceré Moncada - i primi tumulti.
Al viceré Moncada i maggiori potentati del Regno di Sicilia significarono la loro intenzione di assumere personalmente il governo dell’isola, fino alla nomina di un viceré fatta dal nuovo sovrano.
Benché il viceré avesse ottenuto dal Sacro regio consiglio il parere favorevole alla sua permanenza nella carica, Pietro Cardona, conte di Collesano e Federico Abbatelli, conte di Cammarata, col consenso del Parlamento siciliano e della città di Palermo, si posero alla testa della rivolta e mandarono ambasciatori alle diverse città per incitarle a seguire il loro esempio.
Nel marzo del 1516, dandosi convegno a Termini Imerese, i primari feudatari dell’isola, pur confermando la fedeltà al giovane re Carlo, proclamarono decaduto il viceré Moncada.
Per molti mesi l’isola venne percorsa da un capo all’altro da comitive di cavalieri in armi al comando dei più cospicui signori: da un lato Cardona, Santapau, Ventimiglia e i loro accoliti; dall’altro i Luna e i vari rami dei Moncada. E anche le primarie famiglie patrizie dell’isola non restarono inerti. Le diverse fazioni si affrontano more bellico in ogni città del Regno o in piccole battaglie campali di cavalieri e fanti, con armi da fuoco e cannoni: l’elenco dei baroni coinvolti in fatti di sangue si sovrapporrebbe quasi del tutto all’elenco dei titolari di benefici feudali e cavallereschi.
Il tumulto trapanese nella storiografia Oltre che l’aspirazione dell’indipendenza, furono le antiche ostilità, le invidie a lungo celate, le lotte per la guida delle amministrazioni municipali, che innescarono la miccia della rivolta. A Trapani, ispiratore della rivolta del 1516 fu don Simone Sanclemente, barone di Inici, esponente di una antica e nobile famiglia oriunda catalana, discendente dai Santcliment di Barcellona, passata in Sicilia all’epoca del Vespro.
Nei moti del 1516 il barone Simone Sanclemente e i suoi alleati:
Giacomo Fardella subì furti e fu vittima di altre violenze perpetrate dai suoi avversari: il suo palazzo fu saccheggiato e in parte distrutto; e anche gli armenti e ai beni siti in contrada Xitta furono aggrediti: i fortilizi e i caseggiati furono rasi al suolo.
Edotta della rivolta, la regina Giovanna di Castiglia inviò subito ai giurati di Trapani una lettera nella quale si mostrava preoccupata per il fatto che:
A seguito di questi fatti, Giacomo Fardella riuscì a fuggire dalla città con i suoi familiari via mare (a Trapani restò il figlio Gaspare); raggiunse Messina, poi la Spagna ed infine Bruxelles, dove allora si trovava la regina Giovanna di Castiglia e il giovane figlio Carlo d’Asburgo. Là espose e descrisse lo svolgimento dei fatti, enumerò i danni sofferti, le umiliazioni subite per la fedeltà dimostrata alla corona e raccontò la drammatica fuga ed il lungo viaggio affrontato. Per questa lealtà ottenne privilegi, fra i quali lo jus aedificandi et populandi di Xitta.
Verso la fine del 1517, mentre a Trapani veniva ristabilito l’ordine, Giacomo sbarcò a Messina con tutti i suoi familiari, e nel settembre 1518 riprese le attività di amministrazione dei propri beni.
Dei fatti trapanesi parlano, tra XVI e XIX secolo, vari storiografi siciliani. Il primo a compilare, alla fine del XVI secolo, un'opera che riporta una dettagliata storia della città di Trapani fu Giovan Francesco Pugnatore il quale, a proposito della rivolta, scrive:
Circa centovent’anni dopo il Pugnatore, autore della Historia di Trapani, nella prima metà del XVIII secolo, Francesco Maurolico scrive:
In ambito trapanese, un secolo più tardi, l’agostiniano padre Benigno di Santa Caterina espone la vicenda:
Nel 1825, un altro trapanese, il nobile Giuseppe Maria Di Ferro, nel saggio storico con il quale introduce la sua Guida per gli stranieri in Trapani, collocando gli avvenimenti nell’anno sbagliato (nel 1517 anziché nel 1516), scrive:
Venticinque anni dopo il cavalier Di Ferro, il barone di Micciché Nicolò Palmieri, nella sua Somma della storia di Sicilia, accenna dissidio tra Sanclemente e Fardella:
Ancora, negli anni ottanta del XIX secolo, è lo storiografo Isidoro La Lumia a scrivere, nel terzo volume delle sue Storie siciliane, che:
Mascari e Canali: i fatti e i protagonisti della rivolta La congiuntura socio-politica trapanese
A Trapani le famiglie più potenti erano quella dei Fardella e quella dei Sanclemente. Questi ultimi, per contrastare i Fardella, si allearono con i Ferro, mentre il resto dei nobili si schierò con gli uni o con gli altri, dividendo la città in due fazioni avversarie. Schierati con i Sanclemente figurano numerosi membri della comunità ebraica, che visse assai penosamente la politica fiscale e gli atti discriminatori di Ferdinando il Cattolico e si oppose ai provvedimenti di espulsione, eseguiti con determinazione da Hugo de Moncada e, a Trapani, da Giacomo Fardella, il quale si schierò con il viceré.
Anche altrove, nel Regno di Sicilia, i fatti del 1516 diedero occasione alle famiglie in lotta tra di loro di riaccendere la competizione: ad Agrigento imperversarono le lotte tra i Naselli e i Montaperto; a Sciacca quelle tra i Perollo e i Peralta prima e poi tra i Perollo e i De Luna; a Messina tra i Moleti, i Dal Pozzo e i Lancia da una parte e i Reitano e i Siscara dall’altra.
A Trapani i Sanclemente e i Ferro avevano fatto quanto era in loro potere per ridurre la popolarità dei Fardella. il barone Simone Sanclemente, che era stato capitano di giustizia fino al 1514, aveva guadagnato le simpatie della cittadinanza facendo emettere dal suo successore e satellite, il capitano Francesco di Vincenzo, due provvedimenti facili a proporsi ma difficilissimi da eseguire. Siccome erano stati promulgati negli ultimi giorni in cui occupava la carica, lasciava le difficoltà al suo successore:
col primo provvedimento, del 14 luglio 1515, aboliva il balzello sul pesce minuto, di cui si nutriva il popolo, determinazione che gli valse ampio favore; col secondo, per far prova di zelo presso il viceré Moncada, statuiva che il capitano giustiziere poteva, senza alcun preavviso, perquisire le case per vedere se vi fossero armi nascoste.
Con il primo di questi provvedimenti lasciava il suo successore nell’imbarazzo di scontentare il popolo introducendo nuovi balzelli o ripristinando l’antico, poiché le finanze cittadine avevano le loro necessità; col secondo metteva in cattiva luce presso il viceré il successore che non avesse fatto uso della facoltà concessagli, la quale d’altra parte vessava i cittadini..
Nel 1515 fu ripristinato il balzello sul pesce minuto e la norma delle perquisizioni domiciliari, voluta dai Ferro e dai Sanclemente, si rivolse contro di loro, perché i loro aderenti ne furono più duramente colpiti dal capitano giustiziere.
Quell’anno, durante il carnevale, non vi fu la lotta solita per la conquista della loggia, tra i Palazzeschi e i Casalicchi, per proibizione del capitano Giacomo Fardella, che non voleva dare incentivo ai Mascari e ai Canali di venire alle mani col pretesto di una festa di carnevale..
In occasione del carnevale tante feste prendevano la forma di finte guerre, come la lotta che avveniva per conquistare e mantenere la loggia dei Pisani, posta dove ora è il Corso Vittorio Emanuele, oggetto dei desideri dei Palazzeschi, che erano gli abitanti del quartiere fuor delle mura di allora e dei Casaleschi che erano gli abitanti dei quartieri di san Pietro e di san Niccolò: i partiti dei Fardella, dei Ferro e dei Sanclemente profittavano di queste feste per arrivare ai loro fini e, pur divertendosi, gli aderenti degli uni e degli altri si mantenevano divisi e ostili..
Simone Sanclemente, Tommaso Berardo Ferro e Francesco di Vincenzo, che erano a capo del partito avverso, fremevano; il popolo manifestava il suo malcontento con dispetti e insulti, ma per mesi l’ordine non fu turbato..
Il casus belli e i preparativi della rivolta Negli ultimi giorni del 1516 giunse da Palermo, con una forte scorta di armati, Jacobello Alliata, barone di Castellammare, luogotenente del Gran giustiziere, intimo del Moncada, che venne ad avvertire i giurati che il viceré aveva deciso, visti i tempi, e i nuovi ordini che si attendevano dal sovrano, che il capitano di giustizia dovesse restare in carica anche il seguente anno..
I Ferro e i Sanclemente accolsero la notizia con profonda avversione: era la prima volta che un simile fatto avveniva, ma il Castellammare era apposta venuto con uno stuolo di armati che rafforzava la guarnigione spagnola, allora scarsissima, e non era il momento di reagire. A partire da questo momento i Sanclemente cominciarono a programmare un colpo di mano con cui ribaltare la situazione e prendere il controllo della città. Un anonimo cronista, un prete che segnava gli avvenimenti nel rollo della sua chiesa, annotò diligentemente in volgare:
Là cessava infatti l’autorità del capitano giustiziere, il quale non poteva prendere altra precauzione se non quella di fortificare per conto suo, da privato, le torri che aveva a Xitta..