La Coppa del Mondo di rugby 1995 (; ) fu la 3ª edizione della Coppa del Mondo di rugby, massima competizione internazionale di rugby a 15 organizzata dall'International Rugby Football Board (IRFB). Fu una manifestazione che ebbe un grande impatto culturale e contribuì a scrivere un importante capitolo della storia di fine XX secolo, in quanto organizzata nel Sudafrica che usciva da una lunga stagione di politica segregazionista (apartheid) a seguito della quale il Paese era stato sottoposto a bando diplomatico e sportivo con conseguenti scarsissime relazioni internazionali a livello ufficiale.

Dal punto di vista organizzativo fu la prima volta che la competizione si tenne interamente in un solo Paese, con 9 stadi a ospitare 32 incontri; da quello sportivo fu altresì la prima a svolgersi dopo il cambiamento regolamentare che premiava la meta con 5 punti invece che con 4. Infine, sotto il profilo dello status della disciplina, fu l'ultima Coppa del Mondo dell'era dilettantistica; nell'agosto successivo l'International Rugby Football Board aprì la strada al professionismo nel rugby a 15.

Il torneo si svolse dal al e fu vinto dalla squadra di casa del , al suo esordio assoluto nella competizione, essendo stato escluso dalle prime due edizioni. Al termine della finale vinta 15-12 contro la il trofeo fu consegnato dall'allora presidente sudafricano Nelson Mandela al capitano della squadra François Pienaar; quel gesto è considerato, nell'immaginario popolare e nella cultura di massa, come l'atto che cambiò per sempre il destino del Paese e che chiuse il capitolo della segregazione razziale.

Alla vicenda della vittoria in Coppa del Mondo e ai suoi risvolti sociali e politici sono dedicati un romanzo, Ama il tuo nemico, scritto da John Carlin, e un film da esso tratto, Invictus, uscito nelle sale nel 2009.

Storia Il contesto politico

Tra il 1948 e il 1991 il Sudafrica fu governato secondo una politica ufficiale di segregazione razziale nota come apartheid, termine che in lingua afrikaans significa "partizione"; tale politica consisté nella separazione materiale, in tutti gli ambiti, della popolazione europoide da quella di colore presente nel Paese.

Il rifiuto di abbandonare tale politica e di aderire ai criteri imposti dal Commonwealth delle nazioni sull'eguaglianza razziale forzò il Sudafrica all'uscita da tale organismo nel 1961. Ad esso fece seguito, negli anni successivi, il bando internazionale del Paese sia politico che sportivo, con la sospensione da parte del Comitato Olimpico Internazionale..

Non tutti gli organismi internazionali, tuttavia, avevano seguito il CIO: per esempio l'IRFB, del cui comitato esecutivo il Sudafrica era membro permanente ed effettivo, non aveva formalmente imposto bandi al Paese, ma questo non mise al riparo da contestazione la nazionale, contro la quale gli attivisti per i diritti civili invocarono, molte volte con successo, il boicottaggio facendo sponda sui propri governi affinché esercitassero pressioni sulle federazioni nazionali per dissuaderle da organizzare incontri contro di essa: successe a fine anni sessanta nel Regno Unito al fine di spingere la federazione inglese ad annullare un tour contro gli Springbok, e le polemiche si ripeterono nel 1980 in occasione del tour dei British and Irish Lions in Sudafrica. In Nuova Zelanda, nel 1981, i contestatori dellapartheid misero in scena diverse forme di boicottaggio in occasione di un tour sudafricano, come lo spargimento di cocci di bottiglia sul prato del Rugby Park di Gisborne e, in seguito, un bombardamento con palle di farina su Eden Park, lo stadio nazionale di Auckland, sorvolando il prato con un aereo a noleggio durante un test match contro gli All Blacks , che spinse i visitatori a ritirare la squadra al termine dell'incontro e a lasciare il Paese. Ancora, nel 1984, i Paesi africani ventilarono un boicottaggio dei giochi olimpici di Los Angeles se l' fosse andata in tour in Sudafrica.

Quando nel 1985 fu varata a Parigi la Coppa del Mondo, il Sudafrica non fu invitato alla prima edizione del 1987, ma la presenza della sua federazione nel consiglio dell'IRFB portò l' a declinare l'offerta a prendere parte alla manifestazione.

Il contesto politico cambiò quando il boero Frederik de Klerk, divenuto presidente del Sudafrica nel 1989, avviò una politica riformista e a febbraio 1990 concesse l'amnistia al leader dell'African National Congress Nelson Mandela, detenuto da 27 anni con l'accusa di attività sovversiva contro lo Stato. Da lì iniziò il processo di smantellamento dell'''apartheid e a livello internazionale tale cambiamento fu premiato con la riammissione nei principali organismi politici; anche a livello sportivo ogni bando contro il Paese, incluso laddove solo de facto, fu rimosso e, il 14 aprile 1992, l'International Rugby Football Board assegnò al Sudafrica l'organizzazione della terza Coppa del Mondo.

L'organizzazione Il processo di selezione delle città destinate a ospitare gli incontri non fu esente da critiche: inizialmente erano previste 14 sedi ma Louis Luyt, presidente del comitato organizzatore e della SARU, tagliò le candidate a sei; l'IRFB quindi intervenne sostenendo che un evento del genere non poteva essere circoscritto a poche città; a seguito di ciò si giunse a un compromesso che designò nove sedi: Bloemfontein, Città del Capo, Durban, East London, Johannesburg, Port Elizabeth, Pretoria, Rustenburg e Stellenbosch. Di esse, cinque ospitarono solo la fase a gironi mentre le altre quattro, Città del Capo, Durban, Johannesburg e Pretoria, anche la successiva fase a eliminazione diretta con una suddivisione equa degli incontri: ciascuna di esse accolse un incontro a testa dei quarti di finale, a seguire Città del Capo e Durban le semifinali, Pretoria la finale per il terzo posto e Johannesburg la finale per il titolo, che si tenne a Ellis Park. In tutte le sedi si tennero almeno tre incontri tranne che a Stellenbosch, cittadina universitaria a circa a est di Città del Capo, che ne accolse uno solo: più in generale, gli incontri di ogni girone furono ripartiti paritariamente tra due sedi fisse fatta eccezione per il girone A, quello dei padroni di casa del , che si divise tra Port Elizabeth (tre incontri) e le citate Città del Capo (due) e Stellenbosch (uno); il girone B, che vide di scena anche l', si tenne a East London e Durban, quello C a Bloemfontein e Johannesburg, quello D a Pretoria e Rustenburg.

Direttore del torneo fu designato Craig Jamieson, ex rugbista successivamente divenuto dirigente d'azienda.

Benché ancora formalmente in epoca dilettantistica, alcune squadre furono beneficiarie di compensi sotto varia forma: fu il caso, per esempio, dell', a ciascun giocatore della quale furono garantite 45 sterline al giorno dalla propria federazione come rimborso per i comprovati mancati guadagni al lavoro, più ulteriori 25 sterline al giorno per rimborso spese di comunicazione assicurate dall'IRFB e, soprattutto, un minimo di sterline a settimana pagate dall'azienda di telefonia BT-Cellnet, sponsor della squadra.

Il torneo La fase a gironi

I gironi A e D rispettarono fondamentalmente i pronostici, con le due squadre più quotate di ciascuno di essi (rispettivamente e i campioni uscenti dell' e e ) passare agevolmente il turno. Nel girone dell', fatta salva la sua prevedibile qualificazione come prima del girone, la lotta tra , e fu risolta a favore di queste ultime grazie alla vittoria nella loro prima partita contro gli Azzurri per 42-18; successivamente i samoani suggellarono la qualificazione battendo l' che nell'ultima partita fu sconfitta proprio dall'Italia per mano dell'oriundo azzurro Diego Domínguez, autore di una meta decisiva nel finale.

Anche nel girone della , in cui la favorita passò a punteggio pieno (stabilendo, lungo il cammino, due primati al 2019 imbattuti nella storia della Coppa del Mondo in occasione della vittoria 145-17 contro il : quello per il punteggio più alto realizzato nonché, in concorso con l'avversaria, quello del maggior conteggio combinato di punti segnati, 162Fino al 2003 anche l'incontro con il massimo scarto, poi superato dalla vittoria per 142-0 dell' sulla .), la seconda qualificata fu incerta fino all'ultimo incontro: quello decisivo fu tra e vinto per un punto, 24-23, dalla prima.

Tale edizione fu caratterizzata anche da uno dei più gravi incidenti di gioco a livello internazionale: l'ivoriano Max Brito, all'epoca ventiquattrenne, a causa di un placcaggio contro riportò una frattura vertebrale a seguito della quale rimase tetraplegico.

Dal punto di vista disciplinare, altresì, passò alla storia l'incidente noto come Battaglia del Boet Erasmus o Seconda battaglia del Boet Erasmus (per distinguerla dalla prima che avvenne nel 1971 tra e ): nell'ultimo incontro della fase a gironi che si tenne allo stadio Boet Erasmus di Port Elizabeth il , che si presentava alla gara contro gli Springbok con una sconfitta dall' e una vittoria sulla , aveva ancora speranze di qualificazione; per tale ragione aveva ingaggiato un incontro molto aggressivo per non subire la fisicità degli avversari ma, a poco più di dieci minuti alla fine della partita, l'eccessiva vigoria di entrambe le contendenti sfociò in una violenta rissa che l'arbitro irlandese David McHugh tentò di placare con autorità espellendo subito dal campo due giocatori canadesi, Gareth Rees e Rod Snow, e il sudafricano James Dalton. L'IRFB esaminò il caso e, oltre a infliggere un mese di squalifica ai tre espulsi, irrogò sanzioni supplementari di tre mesi ad altri due elementi che avevano terminato regolarmente l'incontro, il canadese Scott Stewart e il sudafricano Pieter Hendriks, corresponsabili della rissa e non espulsi subito da McHugh. Questo significò la fine del torneo per i due sudafricani.

I play-off La maggior sorpresa dei quarti fu la vittoria (seppur di misura) dell' sull' per 25-22, mentre le altre tre partite rispettarono fondamentalmente i pronostici: i padroni di casa batterono largamente i samoani per 42-14, gli All Blacks batterono una volenterosa per 48 a 30 e l'unico incrocio europeo, quello tra e , fu vinto da quest'ultima per 36 a 12. In semifinale i Bleus guidati da Pierre Berbizier dovettero incontrare proprio il a Durban: la partita iniziò con quasi due ore di ritardo a causa del campo pesantemente allagato. Gli Springbok vinsero 19-15 ma Berbizier lamentò l'inadeguatezza dell'arbitraggio, a seguito del quale la sua squadra si vide annullate tre mete e il Sudafrica, altresì, riconosciuta una — per ammissione dello stesso Ruben Kruger che la realizzò — non regolare. Nell'altra semifinale tra e a Città del Capo avvenne l'episodio che diede vita al mito di Jonah Lomu: dopo poco più di un minuto di gara questi ricevette palla da Graeme Bachop sulla corsia di sinistra e corse verso la linea di meta, resistendo ai tentativi di placcaggio di Tony Underwood, a seguire di Will Carling e, infine, di Mike Catt, sopra il quale Lomu letteralmente passò nella sua strada verso la marcatura; la partita terminò 45-29 per i neozelandesi, con 20 punti realizzati da Lomu.

La finale La finale si tenne all'Ellis Park di Johannesburg davanti a spettatori, arbitro l'inglese Ed Morrison. All'incontro assisté il neopresidente sudafricano Nelson Mandela, che si era prodigato, nel corso del torneo, per far sì che anche la maggioranza di colore del Paese sostenesse la squadra nazionale, normalmente vista come un feudo bianco. Poco prima dell'incontro Mandela si presentò negli spogliatoi degli Springbok per salutare la squadra indossando la maglietta numero 6 del capitano François Pienaar.