I postumi della COVID-19 a lungo termine o sindrome post-COVID-19 o long COVID (in inglese) sono gli esiti che la COVID-19, in quanto malattia multiorgano, può avere con effetti duraturi su molti apparati del corpo umano.

I pazienti in condizioni critiche devono affrontare una compromissione funzionale prolungata dopo la dimissione, che si ritiene possa durare diversi anni. In molti pazienti vengono descritte sequele a lungo termine della malattia: una percentuale variabile dal 10% al 20% delle persone con COVID-19 segnala sintomi come affaticamento, mal di testa, dispnea e anosmia, che durano più di un mese mentre su una persona su quarantacinque (2,2%) persistono sintomi che durano più di dodici settimane.

I malati vengono spesso definiti in inglese long-haulers (portatori a lungo termine).

Il National Institute for Health Research del Regno Unito indica che nei soggetti affetti da sindrome post-COVID-19 la ME/CFS è una delle sindromi frequenti, analogamente a quanto dichiarato dal Prof. Anthony Fauci a partire già da luglio 2020. Ci sono evidenze che le persone con COVID-19 acuto e con ME/CFS abbiano anomalie biologiche comuni tra cui squilibrio redox, infiammazione sistemica e neuroinfiammazione, una ridotta capacità di generare adenosina trifosfato e uno stato ipometabolico generale.

I sistemi sanitari di alcuni paesi si sono attivati per trattare questo gruppo di pazienti creando cliniche specializzate.

Storia ed epidemiologia

Fin dalle prime segnalazioni della malattia nel dicembre 2019 divenne chiaro che la COVID-19 si potesse rivelare come una malattia a lungo termine (con sequele croniche) per molte persone: ciò si è visto sia in pazienti che hanno avuto un'infezione iniziale lieve o moderata sia in coloro che sono stati ricoverati in ospedale per un'infezione grave. Il termine Long Covid è stato utilizzato per la prima volta nel maggio 2020 come hashtag su Twitter da Elisa Perego (Honorary Research Associate allo University College).

I primi studi sull'argomento suggeriscono che una percentuale molto alta di persone con COVID-19 sperimenteranno sintomi che durano più di un mese.

Eziologia

La maggioranza (fino all'80%) di coloro che sono stati ricoverati in ospedale con una malattia grave ha problemi a lungo termine tra cui affaticamento e dispnea. I pazienti con infezione iniziale grave, in particolare quelli che hanno richiesto la ventilazione artificiale, possono anche soffrire di una sindrome da terapia intensiva post-guarigione.

Una prima analisi del National Institute for Health Research del Regno Unito suggerisce che i sintomi di una sindrome post-COVID-19 possano essere dovuti a quattro sindromi: danno permanente d'organo sindrome post-terapia intensiva sindrome da stanchezza post-virale sintomi COVID-19 che durano più a lungo

Fattori di rischio Secondo uno studio del King's College London riportato il 21 ottobre 2020 (ma al 25 ottobre 2020 non ancora sottoposto a peer review) i fattori di rischio per la sindrome post-COVID-19 possono includere: Età superiore ai 50 anni Sesso femminile (nella fascia di età più giovane) obesità asma Avere più di cinque sintomi nella prima settimana di infezione da COVID-19 (come tosse, affaticamento, mal di testa, diarrea, perdita dell'olfatto)

Patogenesi

Sta emergendo che molti organi oltre ai polmoni sono interessati dalla COVID-19 e ci sono molti modi con cui può influire sulla salute di chi ne è colpito.

Vi è inoltre, una estrema variabilità dei sintomi, i pazienti lamentano di trovarsi con i propri sintomi che fluttuano come se si fosse su delle "montagne russe". Si tratta di disturbi fluttuanti transitori, la cui intensità è variabile. Ciò potrebbe essere dovuto alla condizione di un sistema immunitario colpito che risponde un modo differente tra i vari pazienti.

I fattori associati alla mortalità includono il sesso maschile, l'età avanzata e la presenza di comorbilità tra cui ipertensione, diabete mellito, malattie cardiovascolari e malattie cerebrovascolari. Il National Institute for Health Research del Regno Unito suggerisce che nei soggetti affetti da sindrome post-COVID-19 la sindrome da disfunzione multiorgano è una sindrome frequente.

Le lesioni permanenti agli organi sono diverse e poco note, tra esse sono documentate danni ai seguenti organi:

Polmone

Il SARS-CoV-2 determina prevalentemente una polmonite interstiziale, caratterizzata da un forte processo infiammatorio degli alveoli con conseguente deficit di scambi gassosi. I danni ai polmoni, dispnea e tosse persistono per settimane dopo la dimissione ospedaliera; anche le COVID-19 "lievi" hanno riportato sintomi che persistono per molte settimane o addirittura mesi dopo la scomparsa dell'infezione iniziale.

Secondo uno studio austriaco alla dimissione ospedaliera l'88% dei pazienti mostra segni di danno polmonare nelle scansioni TC, con aree polmonari simili a vetro smerigliato, mentre il 47% dei pazienti soffriva di dispnea; gli stessi pazienti a 12 settimane mostravano ancora segni di dispnea con insufficienza cardiaca e polmonare. Lo studio suggerisce di prevedere strategie di assistenza e recupero funzionale di tipo riabilitatorio di lungo periodo. Più in dettaglio si è visto che la stragrande maggioranza dei pazienti COVID-19 ospedalizzati mostra danni ai polmoni 6 settimane dopo la dimissione, ma questa proporzione diminuisce significativamente dopo 12 settimane, suggerendo che i polmoni hanno un meccanismo di autoriparazione.

La COVID-19 si manifesta a livello polmonare con: Polmonite interstiziale acuta bilaterale. Spesso questa necessita di assistenza ospedaliera con ventilazione meccanica e suoi esiti polmonari possono richiedere mesi per risolversi. Sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS), è una potenziale e temibile complicanza della polmonite; essa deriva dalla combinazione tra infezione e risposta infiammatoria. I polmoni si riempiono di liquido rapidamente e diventano rigidi. Questa rigidità, combinata alle gravi difficoltà di ossigenazione a causa del liquido, può richiedere lunghi periodi di ventilazione meccanica per la sopravvivenza. Sepsi è una potenziale e temibile complicanza della polmonite. Infarto del miocardio è una possibile complicanza della polmonite. Embolia polmonare è una possibile complicanza della polmonite.

In ogni caso, quanto più grave è la malattia, tanto più difficile è la completa guarigione; infatti, i casi più lievi hanno meno probabilità di causare cicatrici durature nel tessuto polmonare. Le persone anziane sono anche più vulnerabili per un caso grave di COVID-19 e sono determinanti le condizioni preesistenti, infatti la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) o le malattie cardiache possono determinare casi di COVID-19 più gravi. La guarigione completa e il recupero della salute dei polmoni a lungo termine dipendono dal tipo di cure e dalla tempestività. Infatti il supporto tempestivo in ospedale per i pazienti gravemente malati può ridurre al minimo i danni ai polmoni.

Cuore

Uno degli effetti più notevoli sulla salute si riferisce al danno al cuore conseguente all'infezione da virus SARS-CoV-2. Anche i giovani adulti colpiti dalla COVID-19, inclusi gli atleti, possono soffrire di miocardite post-COVID-19, e non solo gli anziani o le persone di mezza età. In genere i danni al cuore sono di lieve entità, ma talvolta possono esitare in grave miocardite. Infatti un carico infiammatorio elevato può indurre infiammazione vascolare, miocardite e aritmie cardiache, nei casi più gravi fatali. Vi è anche un aumento dei livelli di troponina (Tn), segno di un danno alle cellule del tessuto cardiaco, ed è il primo campanello d'allarme dell'infarto del miocardio. Inoltre la risposta infiammatoria determina una cascata di reazioni che portano alla coagulazione del sangue, con conseguenti episodi di trombosi e di embolie polmonari.

I pazienti con un alto livello di troponina hanno mostrato una maggiore incidenza di complicanze come ARDS, aritmie maligne, danno renale acuto e coagulopatia acuta; la compresenza di malattie cardiovascolari e Tn elevato era associata al più alto tasso di mortalità. La presenza di danno cardiaco (definito da livelli elevati di troponina), miocardite e ARDS sono altri fattori forti e indipendenti associati alla mortalità.

Rene I soggetti dializzati o trapiantati di rene hanno un rischio più alto che la malattia evolva in forma più grave.

Circa un terzo dei pazienti è deceduto a causa di un’insufficienza renale acuta, come è emerso dall'esame autoptico dove si è visto un diffuso aumento della microcoagulazione che giustifica il danno renale.

Altre cause di danno sembrano averlo i recettori ACE2 che potrebbero trasportare il virus anche all'interno del sistema di filtraggio renale. Infine non va escluso un deterioramento determinato dalla tossicità dei farmaci con cui vengono trattati i pazienti affetti da COVID-19.

Sistema nervoso

I pazienti con COVID-19 potrebbero subire degli esiti permanenti sul Sistema nervoso periferico (SNP) dovuti a cambiamenti dell'eccitabilità dei nocicettori che promuovono il dolore, inducendo neuropatie e peggiorando gli stati dolorosi esistenti.

Clinica

Segni e sintomi

I sintomi riportati da persone con Long Covid includono: Stanchezza estrema Debolezza muscolare Febbre di bassa intensità o febbricola Incapacità di concentrazione (nebbia cerebrale) Perdita di memoria Cambiamenti di umore, a volte accompagnati da depressione e altri problemi di salute mentale. Insonnia Emicrania Dolori articolari alle braccia e alle gambe Diarrea e attacchi di vomito Perdita di gusto e odore (anosmia e disosmia) Mal di gola e difficoltà a deglutire (disfagia) Nuova insorgenza di diabete e ipertensione Rash Dispnea Angina pectoris Tachicardia e palpitazioni Efluvium Geloni Orticaria Eruzioni papulosquamose

Secondo uno studio, pubblicato su Annals of Clinical and Translational Neurology il 15 marzo 2021, condotto su 100 pazienti non ospedalizzati (70% donne con un'età media di 43 anni); è emerso che i 10 sintomi più persistenti in caso di Long COVID sono stati: Disfunzione cognitiva, segnalata nell'81% dei casi Mal di testa, 68% Intorpidimento o formicolio, 60% Disturbo del gusto, 59% Disturbo dell'olfatto, 55% Dolore muscolare, 55% Vertigini, 47% Dolore, 43% Visione offuscata, 30% Acufene (ronzio nelle orecchie), 29% I “long haulers” di Covid-19 non ospedalizzati sperimentano una prevalente e persistente “nebbia cerebrale” con affaticamento che influisce sulla loro cognizione e qualità della vita.

Altri sintomi, non strettamente neurologici, riportati nello studio sono stati: Stanchezza, 85% Depressione o ansia, 47% Mancanza di respiro, 46% Dolore al petto, 37% Insonnia, 33% Variazione della frequenza cardiaca e della pressione sanguigna, 30% Disturbi gastrointestinali, 29% . Secondo altri studiosi, che hanno commentato lo studio, è possibile che:

Sindrome post-COVID-19 e vaccini

Circa tra il 30% e il 50%, dei soggetti con sindrome post-COVID-19 riferisce di sperimentare un miglioramento dei sintomi dopo aver ricevuto l'iniezione di un vaccino a mRNA, ciò secondo una serie di sondaggi informali condotti sui social media. Secondo ricercatori della Columbia University di New York City la spiegazione di ciò può essere trovata nel fatto che il vaccino dia una "spinta" al sistema immunitario ad eliminare il virus ancora circolante nell'organismo.

Va anche segnalato, però, che un piccolo numero di persone è risultato positivo alla COVID-19, dopo due settimane o più, dopo essere stato completamente vaccinato, questi casi vengono conosciuti come casi "breakthrough". I vaccini hanno comunque ridotto la gravità della malattia; i casi breakthrough si verificano anche con altri vaccini in altre malattie come l'influenza.

Ricerca