Carlantino (Carlandìnë in dialetto locale) è un comune italiano di abitanti della provincia di Foggia in Puglia.
Geografia fisica Carlantino si adagia lungo una collina della valle del fiume Fortore e sovrasta il lago di Occhito, tra i più grandi invasi artificiali europei. Il comune è situato all'estremo ovest della provincia, al confine con quella di Campobasso. A nord del centro abitato sorge il monte San Giovanni.
Storia Nel territorio comunale, e in particolare presso monte San Giovanni (noto nel medioevo come San Giovanni Maggiore) sono stati ritrovati diversi reperti riconducibili a un insediamento di età longobarda, oltreché diverse tombe in località Serra Fullona. L'abitato attuale fu però fondato nella seconda metà del Cinquecento dal feudatario di Celenza Valfortore, Carlo Gambacorta. Sul toponimo Nando Romano, Dizionario Ragionato del dialetto di Foggia, in corso di redazione, esaminando il nome Carlandinë 'sensale' afferma: "A valutare la diffusióne déi nómi: Antino, D'Antino e specie D'Antini éssi sémbrano specìfici délla zòna di Carlantini parèndo derivare da un personale e quindi un epònimo Carlo Antino, fórse variante di Antinoo o da soprannome. Nel corso del XX secolo, il paese è stato affetto da una robusta emigrazione. Numerosi, in particolare, furono coloro che negli anni sessanta emigrarono in Argentina, nella provincia di Buenos Aires, dove è tuttora presente una cospicua comunità carlantinese.
Origine di Carlantino La fondazione e il nome del paese si deve a Carlo Gambacorta di Giampaolo, nipote di Giovanni. Questi eredita la baronia di Celenza nel 1558, all'età di dodici anni e sposa Vittoria Caracciolo, dalla quale ha sei figli: quattro maschi e due femmine. Durante il regno di Filippo II d'Austria (1556-1598), egli spedisce un memoriale documentato al viceré di Napoli, chiedendo di costruire un nuovo abitato nella Terra di Celenza, al centro del suo territorio nel luogo detto la "Nunziata" a breve distanza dall'antico insediamento di San Giovanni Maggiore, poiché i terreni feudali e baronali distano oltre quattro miglia dalla Terra di Celenza e i suoi coloni subiscono continuamente durante l'anno furti e ricatti con gravi danni per il raccolto e il patrimonio zootecnico. Del resto, quando giungono le guardie, i ladri e i malfattori sistematicamente si sono già dileguati nelle fitte boscaglie circostanti. Dopo l'istruttoria della pratica durata alcuni anni, il 28 febbraio 1582 attraverso il viceré Giovanni Zunica, Carlo finalmente ottiene la sospirata autorizzazione. Nel nuovo Casale, che dal suo nome fu chiamato Carlentino, vanno ad abitare i figli dei coloni che non formano famiglia e quanti dai paesi vicini e lontani cercano un suolo gratuito per la costruzione di una casa e la concessione di terreni da dissodare e coltivare, pagando annualmente la decima al Barone. Carlo Gambacorta, intanto, quasi a ringraziamento dell'avuta concessione e ad auspicio per il futuro sviluppo del nuovo centro abitato, poco distante dalla sua masseria chiamata "il Palazzo", al Largo Taverna, dà inizio e fa subito costruire la chiesa, che intitola a san Donato, vescovo e martire, in ricordo delle origini familiari pisane. Nel 1595 si ha la prima numerazione, il Casale conta appena dieci fuochi (famiglie). Andrea Gambacorta, secondo figlio di Carlo Gambacorta di Giampaolo e di Vittoria Caracciolo, spiegò nel Casale di Carlentino la sua opera beneficia. Con pubblico istrumento, rogato il 2 febbraio 1613 dal notaio Giovan Domenico Marrera di Gambatesa confermò i Capitoli ed i Patti stabiliti dal genitore con i rappresentanti del Casale, aggiungendovi nuove convenzioni. Sulla porta contigua alla chiesa di S. Donato fece incidere la seguente iscrizione nel 1613 per ricordare che Carlentino fu così chiamata dal padre: Philippo III Regnante A.D. MDCXIII Andreas Gambecurt, Celentiae Marchio, Carlentinum a patre nuncupatum, ad eorum nominum perpetuitate templis, ritibus moenibusque ornavit. Attualmente la porta di Carlentino non esiste perché demolita negli anni addietro. La ricorrenza della festa patronale in onore di san Donato il 7 agosto viene solennizzata con la franchigia per otto giorni, durante i quali le competenze giuridiche per le cause civili, criminali e miste sono esercitate dal governo locale. Il 4 marzo 1618, a testimonianza della prosperità del feudo, egli acquista la vicina Terra di Macchia dalla famiglia del conte De Regina.
Simboli Lo stemma e il gonfalone sono stati concessi con decreto del presidente della Repubblica del 12 maggio 1970.
Il gonfalone è un drappo partito di bianco e di azzurro.
Monumenti e luoghi d'interesse Il Casale di San Giovanni Maggiore Nell'anno 568, agli ordini di re Alboino, i Longobardi, popolo germanico orientale, occuparono l'Italia settentrionale. In questa epoca l'Italia perdette la sua unità politica. Autari, quarto Re longobardo, procedendo nella conquista dell'Italia meridionale, fondò nell'anno 589 il ducato di Benevento, di cui fece parte anche la Daunia. In questa regione si svolsero cruenti fatti d'armi fra Longobardi e Bizantini, tentando questi di rioccupare le terre perdute, mentre i Longobardi volevano cacciare i Bizantini dalle città costiere, che ancora possedevano. Verso l'anno 650 i Greci invasero il Monte Gargano e spogliarono la Chiesa di S. Michele Arcangelo, ma furono poi sconfitti dalle schiere longobarde condotte dal Duca Grimoaldo. Alessandro Di MeoAnnali Critico-Diplomatici del Regno di Napoli della Mezzana Età (Tomo II, pag. 103 e 163). afferma che: “Nell'anno 663 il greco imperatore Costante desolò Arpi, Lucera, Ecano, Siponto, Salpi ed altre città, e dagli avanzi nacquero i Casali, e gli abitanti cercarono un asilo tra le rupi e boscaglie”, e secondo Ugonio e Du Fresne, “nacquero nei monti tanti Castelli, quali Casali alti “.
Ed a proposito di desolazione delle città, e dagli avanzi nacquero i Casali per opera funesta di Costante II, Imperatore Romano d'Oriente, che governò dal 641 al 668, e che nella Daunia possedeva ancora alcune città costiere, ma poi sconfitto definitivamente dai Longobardi del Duca Grimoaldo, il Papa Gregorio II, che regnò dal 715 al 731, asserisce: “Destructae Urbes, eversa sunt Castra, depopulati sunt agri, in solitudinem deducta est”. Con questa indiscussa asserzione, cioè che “ Distrutte le Città, rovinati sono i Castelli, devastati sono i campi, e che tutto è ridotto nello squallore”, Gregorio II accerta che tali rovine si avverarono anche durante i suoi 17 anni di Pontificato, epoca dei Longobardi, tanto che la popolazione oppressa da Costante II, per sfuggire ai saccheggi, alle stragi ed al terrore, abbandonò il proprio abitato, cercando rifugio, quale asilo sicuro, nei boschi di S. Giovanni Maggiore, Puzzano, Montauto e Vermisei, ed in contrada Santo Spirito, facendo sorgere tanti piccoli centri rurali, detti Casali, che furono distinti coi nomi delle località, dove erano costruiti. Questi Casali, che avevano anche le Chiese con Rettori, addetti al culto divino, passarono in tempo posteriore alle dipendenze dei feudatari, allorché con la discesa dei Franchi e di Carlo Magno nell'anno 773 fu introdotto in Italia il sistema feudale.
In prosieguo per le mutate condizioni dei tempi i Casali, detti anche Castelli, furono abbandonati, perché distrutti da guerre, da terremoti, da altri sinistri eventi, oppure dal catastrofico terremoto del 1456. Il Casale di Santo Spirito al 1254 più non esisteva, come dal Breve del Pontefice Innocenzo IV del 25 giugno di detto anno. Le popolazioni disperse abbandonarono i Casali ormai ridotti a ruderi e costruirono altri centri abitati, in altri luoghi, nell'arco di circa 400-500 anni, alla fine del medioevo. Nascono così i primi agglomerati urbani di Celenza Valfortore, di San Marco la Catola, di Motta Montecorvino, e di quasi tutti gli altri attuali centri del settore settentrionale dei monti Dauni.
Una comunità può vichianamente farsi, decrescere, scomparire per poi rinascere; è questo in effetti il percorso della storia di Carlantino e del suo agro dove, oltre ai materiali arcaici raccolti nel locale antiquarium da benemeriti appassionati di cose antiche, stanno a signoreggiare i resti di un abitato dalla storia millenaria a cui Carlantino, nel suo farsi, decrescere, scomparire e rinascere è legato: S. Giovanni Maggiore.Girolamo Iosa, I Cognomi di Calantino. Presentazione del Prof. G. De Benedittis, p. 7. Di questa comunità si sarebbe certamente persa la memoria se quel toponimo non fosse ricordato da numerosi documenti storici. Infatti, nel novembre del 774, lo stesso anno in cui Carlo Magno conquista Pavia, il Principe Arechi II fa delle concessioni territoriali alle monache benedettine del Monastero di Santa Sofia, attualmente sede del museo civico del Sannio in Benevento. I terreni oggetto della concessione prendono il nome di Feudo Mazzocca. Nell'elenco dei beni il Feudo comprende la Chiesa di San Giovanni con il suo territorio, dalla confluenza del Cigno con il Fortore fino al lato opposto. Recita il testo:Borgia cardinale Stefano, Memorie storiche della pontificia città di Benevento. Roma 1763, Vol. I, p. 279. … seu et ecclesiam Sancti Johannis, que fondata est in galo nostro Polluce; et ab ipsa Ecclesia largiti fumus in Monasterio Sancte Sophie territorio hoc est, ab ipsa Ecclesia in fluvio Fertore ubi acinia lumen se iungit, et de alio latere quantum clausum habere videtur; et vineas que ibidem posite sunt. (Anche per la Chiesa di San Giovanni, la quale è fondata nel nostro bosco (galo) di Casa ‘Polluce’; per quella stessa Chiesa è stato elargito al Monastero di Santa Sofia il seguente territorio, dalla stessa Chiesa verso il fiume Fortore dove si congiunge con il fiume Cigno (Acinia), per l'altro lato per quanto chiuso si possa vedere; per le vigne che sono poste lì attorno.) Nel testo il riferimento della zona di confluenza del torrente Cigno (Acinia) con il fiume Fortore definisce in modo inequivocabile e certa l'area citata, che si trova a nord-ovest di Carlantino e coincide con la grande ansa che il lago di Occhito fa verso il Cigno. Oggetto della concessione è la Chiesa di San Giovanni, che sorge a nord di Carlantino sul cocuzzolo meridionale del monte, che proprio da essa prende il nome di San Giovanni (metri 641). Tutto il territorio circostante la sponda destra del fiume fin dove spazia l'occhio, all'epoca, appartiene al Feudo Mazzocca e al galo della Casa Pollice, in parte coltivato anche a vigneti. Il testo della concessione, deve, pertanto, essere considerato il primo e più antico documento ufficiale sull'agro di Carlantino.
Dal Chronicon S. Sophiae (881): ex finibus castelle Sancti Johannis.
Dal libro del Re Ruggero di Idrisi (1129-1154): … poi correndo verso la città di g.rsanah (Celenza) che si trova a mandritta lontano tre miglia, si dirige a mâqualah (Macchia Valfortore) che lascia un miglio distante, e poi passa a tre miglia da sant guwân mayyûr (San Giovanni Maggiore).
Del Casale di San Giovanni Maggiore non si conoscono i primi Signori: solo si sa che all'epoca di Guglielmo II Normanno, verso il 1170, era posseduto dal Conte Filippo di Civitate, come rilevansi dal Catalogo dei Baroni di Capitanata di Carlo Borrelli,Vindex Neapolitanae Nobilitatis. Barones regni sud Gugliel II Rege, pag. 31. dove è scritto:
Comitatus Civitatis - Comes Philippus de Civitate, sicut dixit Guarmundus, filius Gualtierij, habet in demanium Campum Marinum, quod est feudum IV militum, et turribulum feudum IV militum, et Montem Corbinum feudum III militum et Petram feudum II militum, et Vulturariam feudum II militum, et Tufariam feudum I militis, et Liciam feudum II militum, et Macclam feudum II militum, et medietatem Castelli Veteris feudum I militis, et Sanctum Johannem Majorem feudum II militum….