Oremus et pro perfidis Judaeis è una locuzione latina, presente dal VI secolo fino al XX secolo nella liturgia cattolica del Venerdì santo, con la quale i cristiani pregavano per la conversione dei giudei. La traduzione è controversa: potrebbe significare tanto Preghiamo anche per i perfidi giudei quanto Preghiamo anche per i giudei increduli, come discusso nel seguito.
L'origine della preghiera La preghiera è stata istituita formalmente nel VII secolo; è possibile che tale uso derivi dall'Omelia di Pasqua (Perì Pàscha) di Melitone di Sardi, oppure che si sia sviluppata come risposta benevola alla Birkat Ha Minim, la cosiddetta "dodicesima benedizione" ebraica dell'Amidah, che in una sua formulazione (probabilmente quella originale) costituiva una vera e propria maledizione espressamente rivolta contro i "nazareni" cioè i seguaci di Gesù: "periscano in un istante i nazareni e gli apostati", ad altre controverse preghiere ebraicheCfr. la versione ortodossa della Haggadah di Pesach e la stessa Aleynu, come discusso in Jews debate anti-Gentile prayers. In particolare nella Haggadah di Pesach si prega Iddio con le seguenti richieste: “Pour out your anger toward the gentiles who do not know you” and “chase them with rage and destroy them.” e più in generale alle Toledot Yesu, racconti ebraici su Gesù, satirici e blasfemi.
L'uso liturgico tridentino
Dopo il Concilio di Trento, l'uso di tale locuzione venne mantenuto solo nella liturgia del Venerdì Santo, nella grande preghiera universale che segue la lettura del Vangelo della passione di Gesù. Il testo utilizzato nel Messale RomanoTesto latino completo e traduzione italiana di S. Bertola e G. De Stefani, stampato in Torino nel 1957, con "Visto concorda con l'edizione tipica del Messale Romano" del 31 gennaio 1957 è composto da un invito alla preghiera e dalla preghiera vera e propria:
Una possibile traduzione è la seguente:
Preghiamo anche per gli ebrei che non credono, affinché il Signore e Dio nostro tolga il velo dai loro cuori ed anch'essi (ri)conoscano il Signore nostro Gesù Cristo. Dio onnipotente ed eterno, che non allontani dalla tua misericordia neppure la incredulità degli ebrei, esaudisci le nostre preghiere, che ti presentiamo per l'accecamento di quel popolo, affinché (ri)conosciuta la luce della tua verità, che è Cristo, siano liberati dalle loro tenebre.
I diversi messalini bilingui latino-italiano davano traduzioni differenti. Ad esempio in un messalino del 1921 a cura di Edmondo Battisti, la traduzione italiana recitava:
Secondo il messale tridentino di papa Pio V la preghiera universale del Venerdì santo consisteva di nove orazioni: si pregava per la Chiesa, per il papa, il clero, i governanti, i catecumeni, gli eretici, gli ebrei, i pagani e tutti coloro che si trovano in pericolo o povertà. Mentre in tutte le altre preghiere l'orazione terminava con la genuflessione (flectamus genua) e con una preghiera, questa formula non era prevista nell'orazione per gli ebrei: "Non si risponde Amen, non si dice Oremus né Flectamus genua, né Levate"Hubert Wolf, Il papa e il diavolo, Roma, Donzelli, 2008 La motivazione tradizionale dell'omissione della genuflessione risiede nell'esigenza di evitare la ripetizione del gesto di scherno contro il "re dei Giudei", narrato in e .Giancarlo Caronello (a cura di),Erik Peterson. La presenza teologica di un outsider, Libreria Editrice Vaticana, 2012, pp. 494-507 La genuflessione a questa orazione, che era stata soppressa nell'VIII secolo, fu reintrodotta con la riforma della Settimana Santa ordinata da papa Pio XII il 16 novembre 1955.Claude Barthe, Storia del Messale Tridentino, 2ª edizione, Solfanelli, 2021, p. 171 ISBN 978-88-3305-057-7
Secondo lo storico e sacerdote gesuita Giacomo Martina, la diffusa avversione verso gli ebrei trova una viva espressione e un nuovo stimolo nella preghiera Pro perfidis Judaeis. Anche se il significato esatto del termine perfidus era quello di "non credente", e la preghiera, inizialmente, non aveva intenzioni ingiuriose, l'opinione comune interpretò presto l'espressione nel senso peggiorativo, di cieca e spietata ostinazione nell'errore, tanto più che la preghiera era accompagnata dalla singolare eccezione riguardante la genuflessione: l'efficacia storica di un decreto o di un documento più volte può trascendere le intenzioni dell'autore, e corrisponde all'impressione generale che esso produce nell'opinione pubblicaGiacomo Martina, Storia della Chiesa, Vol. II, Brescia, Morcelliana, 2009.
La controversia sulla Judaica perfidia La parola perfidus/perfidia ha nel latino classico un doppio significato e una doppia etimologia. Da un lato indica una persona molto malvagia (per=molto, foedus=malvagio), come tuttora in italiano. Dall'altro, però, ha anche il significato di infido, traditore. Foedus, infatti, significa anche patto, alleanza e perfidus può indicare etimologicamente chi non rispetta i patti. Nel latino ecclesiastico, quindi, la perfidia sembrò essere parola particolarmente precisa per indicare l'incredulità degli ebrei, che secondo i cristiani non avrebbero riconosciuto in Cristo la realizzazione di oltre 300 profezie presenti nella Bibbia ebraica, ma di cui gli ebrei davano (e danno) un'interpretazione ben diversa. Anche nel latino medievale, tuttavia, la perfidia non ha mai perso un significato offensivoBernard Blumenkranz scrisse in Archivium Latinitatis Medii Aevi (Bulletin du Cange), Vol. XXII, 1952, p. 169: "Pur rendendosi di solito [= nella maggior parte delle traduzioni della preghiera] perfidia con incredulità, in altri casi la parola ha un significato molto più ristretto, che diviene spesso quello di incredulità vendicativa e maligna (Isidoro di Siviglia, Pseudo-Beda, Alcuino, Paolino da Aquileia, Rabano Mauro e così via)". La citazione è tratta da Jules Isaac, Die Genesis des Antisemitismus, Wien : Europa Verlag 1969, p. 222 e Nota #280. Isaac aggiunge: "Questo significato peggiorativo si è ulteriormente rafforzato nel seguito"..
Questa pluralità di significati pone molti problemi quando ci si voglia interrogare sul significato che la parola perfidus/perfidia aveva nel VII secolo, quando la preghiera fu introdotta, nel XVI secolo, quando fu conservata nella liturgia tridentina. Anche il secondo significato, che implicava al più un'accusa agli ebrei di non aver tenuto fede all'alleanza di Mosè, era pienamente compatibile con il contesto liturgico in cui la preghiera era inserita.
A chiarire il significato dell'espressione latina, la Sacra Congregazione dei Riti intervenne il 10 giugno 1948 in risposta ad un'interrogazione che chiedeva se le parole perfidus/perfidia si potessero interpretare come infedele/infedeltà. La risposta fu positiva e i messalini per i fedeli, che recavano a fronte la traduzione in lingua volgare, tradussero secondo l'interpretazione della Sacra Congregazione dei Riti.P. Gianazza, La preghiera per gli ebrei nella liturgia di rito romano in Celebrare con il Messale di san Pio V, Padova, 2008, pp. 160-161
Autori e teologi cattoliciCosì Erik Peterson, che sosteneva le posizioni del cardinale Schuster, cfr.: E. Peterson, Perfidia Judaica in Ephemerides liturgicae, 1936, vol. 50, pp. 296 ss.; J.-M. Oesterreicher, Pro perfidis Judaeis in Cahiers Sioniens, 1947, pp. 85 ss. hanno quindi sottolineato che la parola perfidus/perfidia non è direttamente traducibile con l'italiano perfido/perfidia, in quanto perderebbe una parte essenziale del significato originario: l'idea di una mancata accoglienza della fede, o più precisamente, restando sul significato originario latino, di non avere accolto il completamento del Patto di Abramo manifestatosi con l'incarnazione e la morte del Cristo e quindi avere rotto "quel" patto (foedus). Alla luce di questa argomentazione una traduzione meno scorretta sarebbe "increduli/incredulità", interpretando perfidus come sinonimo di infidelisQuesta modalità di traduzione è comune in testi medievali, non relativi a ebrei, come conferma, per esempio, K.P. Harrington, Mediaeval Latin, 1925, p. 181, in cui la nota 5 recita: «perfidus and perfidia are used by Beda and other Latin writers as the opposites of fides and fidelis».. Questa traduzione, però, può essere considerata riduttiva, perché elimina una parte del significato originario, quella secondo cui l'incredulità stessa è una delle per le quali appare buono ai cristiani che si continui a pregare.
Poiché, come si è detto in precedenza, il vocabolo era ambiguo e la pluralità di significati dell'aggettivo perfidus secondo la sua etimologia è andato perduto nella parola italiana 'perfido'Jules Isaac, Genèse de l'Antisémitisme..., la Chiesa ha introdotto la modifica liturgica di cui sopra.
Gli Amici Israel
La revisione della preghiera per gli ebrei entrò nell'agenda della Chiesa cattolica nel primo dopoguerra. Nel febbraio 1926 era nata a Roma l'associazione degli Amici Israel per promuovere un atteggiamento favorevole agli ebrei e a Israele. Già dal primo anno di vita vi aderirono diciotto cardinali, duecento arcivescovi e circa duemila sacerdoti. La sua prima richiesta fu di abolire la parola perfidis nel quadro di una riformulazione della preghiera del Venerdì Santo.
All'inizio del 1928, su iniziativa di un'ebrea convertita, Sophie Franziska van Leer, un gruppo di sacerdoti membri dell'associazione Amici Israel fu ricevuto da papa Pio XIIl pontefice era sempre stato in ottimi rapporti personali con il rabbino di Milano, più volte ricevuto in udienza privata in Vaticano (Cfr. Y. Chiron, Pie XI (1857-1939), Paris, Perrin, 2004) chiedendo, in una lettera, la riforma della preghiera del Venerdì santo per gli ebrei. Il pontefice consegnò la lettera alla competente Congregazione dei Riti. Del caso fu incaricato Ildefonso Schuster, abate del monastero benedettino di San Paolo fuori le mura a Roma, ed esperto nel campo della storia della liturgia, avendo già pubblicato scritti sull'argomento, e che, dal 1914, era anche consultore della commissione liturgica della Congregazione dei Riti. In un promemoria consegnato il 20 gennaio 1928 al segretario della Congregazione dei Riti, Schuster aveva definito la preghiera per gli ebrei . Secondo i membri dell'associazione Amici Israel:
Consegnati gli atti al Sant'Uffizio, la Congregazione dei Riti ottenne una valutazione negativa da parte del padre domenicano Marco Sales, persona di fiducia del pontefice. In particolare per Sales «comunemente vien detto perfido colui che viola la parola data a un patto conchiuso. Ora è precisamente questo che Dio nella scrittura rinfaccia ai Giudei». Inoltre gli ebrei si sarebbero accollati la responsabilità per la crocifissione di Cristo con l'affermazione: "Il suo sangue ricada su di noi e sopra i nostri figli" (); Sales dunque concluse: «Nihil esse innovandum» (nulla deve essere cambiato). Il cardinale Merry del Val, segretario del Sant'Uffizio, aprì un procedimento di messa all'Indice dell'opuscolo Pax super Israel, ove era illustrato nel dettaglio il programma politico e teologico degli Amici Israel. Nel severo "votum" emesso dal cardinale del Val, l'affermazione riguardante uno stretto legame spirituale tra ebrei e cattolici consisteva in un «principio temerario» e «un monito irriverente alla Santa Chiesa», e la liturgia era da secoli «ispirata e consacrata» ed esprimeva «l'esecrazione per la ribellione e il tradimento del popolo eletto, fedifrago e deicida». Inoltre i principi e i progetti dell'associazione Amici Israel erano considerati totalmente degni di biasimo e ignobili.