La Triade Capitolina dell'Inviolata è un gruppo scultoreo in marmo lunense ritraente la triade divina romana composta da Giove, Giunone e Minerva.
L'opera fu trafugata nel 1992 durante uno scavo clandestino nei pressi di Guidonia Montecelio, venendo recuperata nel 1994 dal Comando per la tutela del patrimonio culturale dell'Arma dei Carabinieri. Si ritiene essere una riproduzione in scala delle sculture originali del tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio e risulta essere l'unica scultura in cui le tre divinità si conservino pressoché per intero.. La scultura è conservata presso il Museo civico archeologico Rodolfo Lanciani di Guidonia Montecelio.
Storia Si stima che l'opera sia stata realizzata da una bottega di scultori di Roma tra il tardo periodo dell'età antonina (160-190) e la prima metà del III secolo, andando a decorare una villa rustica dell'Agro tiburtino nei pressi di Tibur, non distante dal confine con Ficulea. Sulla base di alcuni ritrovamentiIn particolare: la testa marmorea di una statua di un giovane imberbe con lo sguardo rivolto verso l'alto e i capelli resi a sottili incisioni, accostata ai ritratti dell'imperatore Marco Giulio Severo Filippo e un'architrave marmoreo (recuperato da uno scavo clandestino del 1973) recante la dedica alla moglie di un membro della gens senatoria dei Servilii Silani, le cui proprietà sarebbero passate all'imperatore dopo gli espropri di età commodiana. è stata avanzata l'ipotesi che la villa potesse essere appartenuta alla famiglia imperiale e che sarebbe stata il luogo d'origine anche della statua di Vibia Sabina trafugata nel 1970 e restituita all'Italia dal Museum of Fine Arts di Boston nel 2007..
Il gruppo scultoreo fu dissotterrato nel 1992 durante uno scavo clandestino condotto in località Quarto Campanile, nella tenuta dell'Inviolata (da cui prese poi il nome) di Guidonia Montecelio, all'interno del criptoportico di una villa romana. I tombaroli traslarono il pezzo in Svizzera a bordo di un autoarticolato per trasporti internazionali e lo vendettero per quattro miliardi di lire a un negozio d'antichità di Lugano; quest'ultimo lo cedette a un collezionista svizzero, intenzionato a vendere la scultura oltreoceano per circa sette miliardi di lire. Nel frattempo erano tuttavia iniziate le indagini del Comando per la tutela del patrimonio culturale dell'Arma dei Carabinieri, sotto la guida di Roberto Conforti, che riuscì ad ostacolarne la vendita; i militari avevano infatti recuperato un frammento della statua (una parte dell'avambraccio destro di Giunone), spezzatosi probabilmente durante gli scavi, che ne testimoniava la provenienza dall'Italia. Impossibilitati a vendere l'opera i ricettatori abbandonarono il pezzo nei pressi di Livigno, dove i carabinieri lo recuperarono nell'ambito dell'Operazione Giunone nel dicembre 1993, che portò inoltre all'arresto di tre tombaroli e al coinvolgimento di altre 26 persone.
Il gruppo scultoreo è stato presentato al pubblico il 23 febbraio 1994 presso il Complesso monumentale di San Michele a Ripa Grande a Roma, venendo poi sottoposto a un intervento di restauro a cura dell'Istituto centrale per il restauro. Successivamente la statua è stata collocata presso il Museo archeologico nazionale di Palestrina, venendo poi ceduta nel 2012 al Museo civico archeologico Rodolfo Lanciani di Guidonia Montecelio.
Descrizione
Il gruppo scultoreo rappresenta la Triade Capitolina, ossia le tre divinità protettrici della Roma pagana (Giove, Giunone e Minerva), sedute su un unico sedile cerimoniale coi piedi calzati poggiati su predelle a rilievo. Si ritiene che possa trattarsi di una copia in scala della triade del Tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio, con uno schema compositivo replicato in diversi altri templi di Roma e di altre città dell'Impero.
Giove occupa la posizione centrale, col busto coperto e il manto avvolto attorno alla parte inferiore del corpo, stringendo lo scettro con la mano sinistra (perduta) e il fascio di fulmini con la mano destra. Sulla sinistra è seduta Giunone, diademata e velata, con lo scettro nella sinistra e la patera nella destra (anch'essa mancante), mentre dal lato opposto è posizionata Minerva, con l'elmo corinzio alzato sul capo, che tiene con la mano sinistra l'asta collocata di traverso, mentre il braccio destro (anch'esso perduto) era alzato a reggere l'elmo. Le tre divinità sono accompagnate da tre animali-simbolo, posizionati ai loro piedi: l'aquila per Giove, il pavone per Giunone e la civetta per Minerva; inoltre tutte le divinità sono incoronate da tre piccole Vittorie alate (rimaste acefale) con corone di tipologie diverse: di quercia per Giove, di petali di rosa per Giunone e di alloro per Minerva.
Col restauro sono emerse anche alcune tracce della policromia antica oltre che delle numerose lesioni, in gran parte provocate durante lo scavo clandestino; il consumo del piede destro di Minerva sembrerebbe sia dovuto invece a una prolungata venerazione nel tempo.
Su base stilistica è possibile datare l'opera al periodo tardo antonino, in particolare grazie al trattamento dei capelli a grosse ciocche distanziate col trapano, per gli effetti chiaroscurali del panneggio e per la resa dei volti. Un elemento distintivo del gruppo scultoreo è certamente il sedile unico, che accoglie le tre divinità ponendole su un piano di pari dignità: si tratta di un accorgimento privo di precedenti, che trova riscontro soltanto in alcune triadi rappresentate su sarcofagi coevi.
Nella cultura di massa Nel racconto Gli Dei dell'Impero dello scrittore e archeologo italiano Valerio Massimo Manfredi viene raccontato in maniera romanzata il ritrovamento e trafugamento del gruppo marmoreo, sventato dall'immaginario colonnello Aurelio Reggiani.
Note
Bibliografia
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