La guerra slovacco-ungherese, nota anche con il nome di piccola guerra (in slovacco Malá vojna, in ungherese Kis háború), venne combattuta tra il 23 e il 26 marzo 1939 nell'odierna Slovacchia orientale, e vide contrapporsi le forze armate del Regno d'Ungheria a quelle della neo-indipendente Repubblica Slovacca.
Il conflitto si originò dal processo disgregativo della Prima Repubblica cecoslovacca, innescato nel settembre 1938 dalla stipula degli accordi di Monaco. Dopo aver acquisito il controllo di un'ampia fascia di territori nella Slovacchia meridionale grazie al primo arbitrato di Vienna del novembre 1938, il Regno d'Ungheria lanciò il 15 marzo 1939 un'invasione della regione della Rutenia subcarpatica approfittando della contestuale occupazione tedesca della Terre ceche, atto che portò alla dissoluzione della Cecoslovacchia stessa. Completata l'occupazione della Rutenia il 18 marzo, le forze ungheresi si volsero quindi contro la Slovacchia, che il 14 marzo aveva proclamato la sua secessione dalla Cecoslovacchia, al fine di estorcerle ulteriori concessioni territoriali.
La guerra si aprì con un'avanzata ungherese lungo tutta l'estensione del vecchio confine tra Rutenia e Slovacchia; gli slovacchi stavano ancora tentando di costituire le proprie forze militari nel caos generale seguito alla loro proclamazione di indipendenza, ma nonostante varie difficoltà riuscirono a opporre una resistenza armata agli ungheresi e a fermare la loro avanzata. La Germania nazista, assurta a potenza protettrice della Slovacchia, impose un cessate il fuoco dopo tre giorni di combattimenti; il successivo accordo sui confini del 31 marzo 1939 ratificò in pratica l'occupazione da parte dell'Ungheria di una fascia di territorio nella Slovacchia orientale attorno alle città di Stakčín e Sobrance.
Antefatti Lo smembramento della Cecoslovacchia
La stipula dell'accordo di Monaco il 30 settembre 1938 tra Germania, Italia, Francia e Regno Unito aprì alla dissoluzione della Prima Repubblica cecoslovacca. Il governo di Praga dovette piegarsi alla cessione a favore della Germania della vasta regione del Sudetenland, perdendo buona parte delle sue moderne fortificazioni di frontiera a occidente e ritrovandosi così militarmente esposto a nuove offensive tedesche. La crisi politica seguita alla passiva accettazione degli accordi portò a forti rivolgimenti interni a quanto restava dello Stato cecoslovacco, rendendolo vulnerabile alle spinte autonomiste, da tempo in atto, da parte dei suoi gruppi etnici costitutivi: la creazione di una "Seconda Repubblica cecoslovacca" nell'ottobre 1938 dovette quindi passare per la concessione di regimi di ampia autonomia per le regioni orientali della Slovacchia e della Rutenia subcarpatica, dotandole di propri governi competenti per buona parte delle questioni interne. Fondamentalmente abbandonato dai suoi tradizionali alleati anglo-francesi, il governo di Praga dovette aggrapparsi a quanto previsto dal protocollo aggiuntivo all'accordo di Monaco, secondo il quale le potenze firmatarie del patto avrebbero garantito l'integrità territoriale di quanto rimaneva della Cecoslovacchia a patto che quest'ultima raggiungesse accordi risolutivi per la definizione delle contese di frontiera con i suoi vicini orientali, la Repubblica di Polonia e il Regno d'Ungheria...
La definizione dei contenziosi territoriali tra Cecoslovacchia e Polonia fu rapidamente risolta: il 1º ottobre 1938 i cecoslovacchi acconsentirono a cedere ai polacchi la regione della Zaolzie, contesa con le armi tra i due Stati nel 1919 e abitata da una consistente minoranza etnica polacca. Più difficile si rivelò la definizione dei contenziosi tra Cecoslovacchia e Ungheria: se per molti secoli le Terre ceche avevano fatto parte dei domini della Monarchia asburgica, storicamente Slovacchia e Rutenia erano state invece ricomprese nelle "Terre della Corona di Santo Stefano" ed erano state perse dall'Ungheria a favore della neonata Cecoslovacchia per effetto del trattato del Trianon alla fine della prima guerra mondiale; il governo di Budapest ambiva di conseguenza a riguadagnare quanto più possibile di queste due regioni, popolate da consistenti minoranze ungheresi. Subito dopo l'occupazione tedesca del Sudetenland, e davanti ai rivolgimenti interni della Cecoslovacchia, gli ungheresi decisero di testare la capacità di resistenza dei cechi a un nuovo tentativo di modifica dei loro confini: il 5 ottobre circa 500 uomini della Rongyos Gárda, un gruppo paramilitare non ufficiale di irredentisti ungheresi, attraversarono il confine tra Ungheria e Rutenia e attaccarono la stazione ferroviaria di Borzsava uccidendo un civile; la reazione delle truppe cecoslovacche fu tuttavia rapida ed entro l'11 ottobre seguente gli ungheresi furono attaccati e sconfitti nei pressi di Berehove, lasciando sul terreno 80 morti e 400 prigionieri. Il governo cecoslovacco iniziò a trasferire un considerevole numero di truppe in Slovacchia, cui l'Ungheria aveva poco da opporre: l'esercito ungherese era ancora una forza relativamente piccola e scarsamente equipaggiata, visto che solo da pochi anni il governo di Budapest aveva ripudiato le limitazioni in ambito militare imposte dal trattato del Trianon e avviato un programma di riarmo. Il regime autoritario del reggente ungherese Miklós Horthy decise quindi di evitare una guerra aperta e di risolvere la disputa con i cecoslovacchi tramite negoziati diplomatici..
Le trattative tra ungheresi e cecoslovacchi iniziarono il 9 ottobre 1938 a Komárno: i delegati di Praga si dissero pronti a fare alcune concessioni territoriali a favore degli ungheresi, ma i rappresentanti di Budapest, potendo contare sulla solida alleanza con l'Italia fascista, avanzarono pretese molto più estese, comprendenti non solo la cessione immediata di un'ampia fascia di territori, ma anche l'indizione di plebisciti per la riannessione all'Ungheria della Slovacchia e della Rutenia. I negoziati proseguirono a fasi alterne fino al 29 ottobre, quando le due nazioni decisero di rimettere la risoluzione della questione a un arbitrato a opera delle potenze firmatarie dell'accordo di Monaco: francesi e britannici si dimostrarono non interessati alla questione, lasciando la definizione dell'accordo finale ai soli tedeschi e italiani. Il 2 novembre, nel corso del cosiddetto "primo arbitrato di Vienna", il ministro degli Esteri tedesco Joachim von Ribbentrop e il suo equivalente italiano Galeazzo Ciano stabilirono il nuovo confine tra Ungheria e Cecoslovacchia: gli ungheresi ottennero la cessione di un'area di circa chilometri quadrati sottratta alla Slovacchia meridionale e alla Rutenia sud-occidentale, abitata da circa abitanti e comprendente diverse importanti città come Košice (la seconda città più popolosa della Slovacchia) e Užhorod (capoluogo della Rutenia). Le truppe ungheresi occuparono pacificamente la regione tra il 5 e il 10 novembre seguenti, per quanto nei mesi successivi si verificassero varie scaramucce armate lungo il nuovo confine.
I mesi successivi videro una prosecuzione del processo disgregativo della Cecoslovacchia, attivamente promosso dalla Germania. Berlino stava avviando i preparativi per la sua prossima mossa espansionistica, l'attacco alla Polonia, e la neutralizzazione definitiva della Cecoslovacchia avrebbe messo in sicurezza il fianco meridionale della Germania; il comando della Wehrmacht chiese inoltre di estendere il fronte di attacco alla Polonia includendo un nuovo asse di avanzata a partire dalle terre slovacche, rendendo molto più vantaggioso per il governo tedesco avere una Slovacchia come Stato fantoccio della Germania piuttosto che una Slovacchia completamente annessa all'Ungheria. Per compensare gli ungheresi, Berlino promise a Budapest che non si sarebbe opposta a una sua occupazione della Rutenia subcarpatica. Il 18 gennaio 1939 il Partito Popolare Slovacco di Hlinka, coalizione dei partiti autonomisti di ispirazione fascista, stravinse le elezioni per l'assemblea legislativa slovacca con il 98% dei voti; furono avviati negoziati con il governo centrale di Praga per la concessione di ulteriore autonomia e per una "slovacchizzazione" dei reparti dell'esercito stanziati nella regione, ma, forte dei suoi contatti con la Germania nazista, il primo ministro slovacco Jozef Tiso arrivò a proporre la costituzione di una Slovacchia indipendente nel corso di un discorso all'assemblea regionale il 22 febbraio. La situazione andò deteriorandosi rapidamente: dopo notizie circa la mobilitazione della milizia autonomista slovacca, la Guardia di Hlinka, il 9 marzo il presidente cecoslovacco Emil Hácha proclamò la legge marziale, inviò ulteriori truppe in Slovacchia ed esautorò Tiso dal suo incarico. Il 13 marzo Tiso si recò a Berlino per conferire con Adolf Hitler: allo slovacco fu detto esplicitamente che, se la Slovacchia non avesse immediatamente proclamato la secessione dal resto della Cecoslovacchia per porsi poi sotto la protezione dei tedeschi, la Germania si sarebbe disinteressata della questione e non si sarebbe opposta a un'invasione ungherese della regione...
La genesi del conflitto
Il 14 marzo 1939 Tiso rientrò a Bratislava e riferì all'assemblea legislativa e al governo slovacco della proposta di Hitler; quello stesso 14 marzo i parlamentari slovacchi proclamarono quindi l'istituzione di una Repubblica Slovacca indipendente, nominando Tiso come suo nuovo primo ministro. La secessione della Slovacchia portò di fatto all'estinzione della Cecoslovacchia e, conseguentemente, alla cessazione delle garanzie territoriali previste dagli accordi di Monaco: la mattina del 15 marzo il presidente cecoslovacco Hácha fu convocato al cospetto di Hitler e messo di fronte a un diktat, dovendo accettare l'imposizione di un regime di "protezione" della Germania sulle Terre ceche pur di evitare un'immediata invasione del paese da parte dei tedeschi. Truppe della Wehrmacht occuparono Praga quello stesso 15 marzo, e il giorno seguente Hitler proclamò l'istituzione di un Protettorato di Boemia e Moravia assoggettato alla Germania; la sottomissione dell'ormai ex Cecoslovacchia fu completata il 18 marzo, quando il neonato governo slovacco avviò trattative per la stipula di un trattato di protezione con la Germania.
Gli ungheresi erano bene informati delle azioni dei tedeschi e, il 14 marzo, emisero un ultimatum al morente governo di Praga pretendendo l'immediato ritiro di tutte le truppe cecoslovacche dalla Rutenia subcarpatica: la proclamazione dell'indipendenza della Slovacchia aveva portato a un collasso dell'ordine pubblico nella regione e ad attacchi alla minoranza ungherese da parte della milizia autonomista rutena. Il governo di Praga non rispose all'ultimatum, quello stesso 14 marzo vi furono scontri di frontiera tra truppe cecoslovacche e ungheresi nei pressi di Mukačevo; questo diede a Budapest l'atteso pretesto per invadere il 15 marzo la Rutenia, che quello stesso giorno aveva formalmente proclamato la sua indipendenza dalla Cecoslovacchia. Le truppe regolari cecoslovacche opposero una resistenza poco determinata e si ritirarono dopo un paio di giorni di brevi scontri, mentre le milizie rutene erano troppo disorganizzate per potersi opporre ai reparti ungheresi; entro il 18 marzo l'intera regione era stata occupata e formalmente annessa all'Ungheria..