Il tracciato delle mura di Genova (in genovese miage de Zena), ovvero i diversi percorsi che si sono succeduti nei secoli consentono oggi di ricostruire quella che fu la Genova del passato e di riconoscerne la dinamicità o staticità d'espansione in base alle diverse situazioni che la comunità genovese si trovò via via ad affrontare e dover risolvere.

Nella sua lunga storia, la città capoluogo della Liguria si dotò di sette cinte murarie a controllo delle quali furono create in tempi diversi robuste fortificazioni.

Spesso la costruzione della cinta difensiva si è avvalsa, per ragioni pratiche o logistiche, di strutture precedenti, anche utilizzando tratti dell'esistente acquedotto.

La nascita della città di Genova è databile tra il VII ed il V secolo a.C. In quest'epoca esisteva un piccolo centro fortificato alla sommità della collina chiamata oggi di Castello, il cui nome potrebbe essere ricondotto al Castellum (Castellaro) ligure, luogo di rifugio delle popolazioni circostanti.

L'oppidum preromano e l'epoca romana

La felice posizione, dominante la costa e i diversi approdi, ne consentì lo sviluppo, con lo stanziamento di colonie, prevalentemente di Etruschi, dei quali gli abitanti autoctoni appresero usanze e tecnologie. Grazie al ritrovamento di resti di mura databili al V secolo a.C., si suppone che la cinta muraria si estendesse dalla zona attorno al convento di Santa Maria di Castello alla chiesa di San Silvestro, forse riconoscibile nell'"ovale" disegnato da via di Santa Croce, piazza San Silvestro, via di Mascherona.

Di particolare rilevanza sotto l'aspetto archeologico è la zona sotto Santa Maria delle Grazie la Nuova, ove, negli anni novanta è stata realizzato l'Auditorium paganiniano-casa di Niccolò Paganini. La zona presenta una fitta e completa stratificazione che parte da un muro di epoca preromana, costituito da alcune pietre disposte a secco a ridosso di un grosso macigno, a mura di epoca romana, bizantina, longobarda, medievale, rinascimentale. Nella torre degli Embriaci si individua parte del sito che ospitò la fortezza del Castellaro, via via riutilizzato e rimaneggiato nei secoli.

Genova, legata a Roma e configurata come foedus aequum nella politica internazionale romana, venne distrutta nel 205 a.C. dal generale Magone Barca, fratello di Annibale. Il proconsole Spurio Lucrezio Tricipitino ne ordinò quindi l'immediata ricostruzione. Pare plausibile la teoria che individua, in quella parte di centro storico organizzata per linee ortogonali, l'antica Genua romana, con i suoi limiti compresi fra via dei Giustiniaini, via Filippo Turati salita Pollaiuoli e la collina di Castello.

Ed è probabile, se non certo, che anche questa nuova Genova, quasi contrapposta all'antico oppidum, fosse cinta da mura e difesa da fortificazioni che, risalendo fino all'attuale porta soprana, aggiravano il colle di Sarzano, il cui nome si crede possa provenire da Arx Iani (roccia di Giano), costeggiando l'insenatura naturale del Portus Iani, insabbiata e occupata in epoche successive dal quartiere della Marina, demolito nei decenni scorsi. Altre aperture sono state ipotizzate nei pressi di Piazza San Giorgio, al limite del Mandracium (il Mandraccio, occupato oggi da piazza Cavour) e nel tratto successivo fra questa e porta soprana e, oltre, nella porta al mare in corrispondenza del Portus Iani, ipotizzato.

I "secoli bui"

L'esistenza di una cinta difensiva nei secoli che vanno dalla caduta dell'Impero romano d'Occidente al IX-X secolo non è attestata né accertata, seppure sia supponibile alla luce dell'importanza che il presidio aveva - sul piano puramente strategico - nelle diverse dominazioni del periodo.

La cinta muraria Carolingia

Una nuova cinta dovette essere realizzata in epoca carolingia: a datarla a questo periodo anziché nel successivo X secolo è Ennio Poleggi, in base alle sue ricerche. Questa cinta muraria, che definiva la città allo scadere del primo millennio, escludeva la zona del Borgo (l'abitato attorno alla via della Maddalena e alla prima cattedrale di Genova, la chiesa di San Siro o dei Dodici Apostoli)

Il periodo di costruzione più probabile va dall'848 all'889, con come detto un contributo finanziario dei Carolingi. Le mura erano dotate di quattro porte (porta San Pietro, Serravalle, Castri e Soprana) e quattro torri (Castelletto, Luccoli, Castello e Friolente), e comprendevano una superficie di circa 20 ettari.

Le porte della cinta del IX secolo Porta di San Pietro: era la porta principale per il Ponente. Si trovava a fianco della chiesa di San Pietro in Banchi (orientata diversamente rispetto a come è oggi, ricostruita quest'ultima nel tardo Cinquecento). La sua struttura coincideva con quella dell'attuale archivolto che chiude la via di San Pietro all'altezza della piazza delle Cinque lampadi. La chiesa di San Pietro era detta San Pietro della Porta. Da qui entrava in città la via Postumia.

Vi erano poi la Porta di Serravalle, posta accanto alla cattedrale di San Lorenzo ove oggi sorge l'archivio di stato, l'antica Porta Superana (oggi Porta Soprana), ricostruita nel 1154-64 con la cinta detta del Barbarossa, che deve il proprio nome alla posizione più alta sul colle di Sant'Andrea ove sorgeva, e dove si trovava l'omonimo monastero al quale si deve anche l'altro nome con il quale la porta era anticamente conosciuta. Infine la Porta del Castello, nella zona Sarzano-Santa Croce, presso la chiesa di Santa Croce (officiata nel XII secolo dalla comunità dei Lucchesi presenti in Genova).

L'abitato racchiuso nella cinta del IX secolo L'abitato, racchiuso fra il miglio (in misure romane) di mura e la linea di costa, era così di circa ventidue ettari. Il tracciato, partendo dalla ripa, a sud di Palazzo San Giorgio, più o meno dove oggi sbuca la stazione della metropolitana omonima, tracciava un rettifilo che congiungeva la porta sita in piazza Cinque lampadi e quella di Serravalle (ove si trova l'Archivio di Stato).

Scorrendo poi fino all'imbocco di via Dante disegnava una larga curva che con la porta Soprana si connetteva ad un tratto di mura all'incirca corrispondente a quello ancora oggi esistente, fino al rione di Castello e all'omonima porta.

Rimaneva esclusa dalla città murata la sommità del colle di Sant'Andrea, dove le mura correvano poco sotto la sua cresta. Questo perché era la zona, sin dai tempi preromani, della necropoli. L'area cimiteriale di Genova si allungava allora per il percorso di uscita a Levante (via Aurelia), dal colle di Sant'Andrea (resti di tombe dell'antichità rinvenuti dallo spianamento del colle nel 1900-1904 sono oggi ricomposti al Museo di archeologia ligure di Pegli), sino all'inizio dell'attuale via San Vincenzo.

Altra area esterna alle mura era quella del Borgo, situato attorno alla chiesa di San Siro, prima cattedrale di Genova, anteriormente alla scelta di San Lorenzo nel X secolo, all'inizio della via della Maddalena.

Le mura del Barbarossa Nel 1155 si rese necessario l'ampliamento della cinta difensiva verso nord-ovest fino a comprendere quella delle tre entità territoriali, Castrum - Civitas - Burgus, che era rimasta fuori della cerchia romana e alto medievale, il Borgo.

Queste mura del XII secolo partivano dalla chiesa di Santa Croce, la chiesa allora della comunità dei Lucchesi in Genova come risulta da un atto del 1128, che si trovava presso Sarzano, accanto al Castello. Il circuito delle mura tralasciava il versante a mare del colle di Sarzano che per lo strapiombo sul mare non richiedeva ulteriori fortificazioni.

Le mura pertanto iniziavano dal portello detto di Santa Croce, sopra un incunearsi del mare a strapiombo che delimitava il lato meridionale della piazza Sarzano, strapiombo poi varcato dalle mura del Cinquecento con due immensi archi a sesto acuto. Da qui, a differenza delle mura precedenti che tagliavano quasi a metà l'attuale piazza Sarzano, queste mura la recingevano al completo, includendo nel loro percorso la chiesa romanica di San Salvatore, degli agostiniani (ricostruita nel Sei-Settecento).

Passavano sul retro dell'attuale via del Colle, dove alcuni tratti rimangono tuttora, in passo delle Murette (dal dialetto miagette, muretti) e in vico chiuso di San Salvatore. In questa zona le mura costituirono infatti, a partire dal XIV secolo, il sostegno delle case popolari - ad esse addossate - di via del Colle e di Campopisano.

Dal retro della via del Colle (per via delle Murette che ne segna il percorso di colmo), arrivano alla - anch'essa tuttora esistente - Porta Soprana, detta anche Porta di Sant'Andrea, dall'omonima chiesa che era situata nei pressi della porta e che dava il nome al colle. La piazza interna alla Porta Soprana è infatti chiamata Piano di Sant'Andrea. Essa coincideva peraltro con la precedente porta di Sant'Andrea delle Mura Carolinge.

La Porta Soprana, che era stata come altre porte inghiottita dalla successiva edilizia, venne liberata dalle case ad essa addossate a partire dal 1892, con una serie di restauri avviati dall'architetto Alfredo d'Andrade e proseguiti dopo la sua morte sino alla liberazione della torre meridionale, avvenuta nel 1935.

Dalla Porta Soprana la nuova cinta muraria ampliava notevolmente la porzione di città racchiusa in essa, rispetto a quella precedente. Da questo punto si prolungava per circa 2,4 km, racchiudendo un territorio di 55 ettari.

Aggirando la chiesa di S. Andrea, più o meno all'altezza del palazzo della Banca d'Italia nell'attuale piazza Dante, le mura curvavano a settentrione, tagliando in due le aree attuali del palazzo delle poste, passando ad una quota di molto superiore a quella dell'attuale piano terra del porticato delle Poste e del palazzo della Borsa; da qui, piegando ad angolo retto, scendevano nella zona nord orientale dell'attuale Piazza De Ferrari costeggiando l'Accademia ligustica di Belle Arti ove anticamente sorgeva il convento di San Domenico, con la Torre Fiorente ed il contiguo Portello di Sant'Egidio (nome preso dalla chiesa che sorgeva appena fuori le mura, nell'attuale via Ettore Vernazza).

La torre Fiorente, posta a protezione di questo ingresso, era stata inglobata nelle successive case e infine demolita con lo sterro del colle e l'ampliamento della piazza De Ferrari dopo il 1892: essa aveva pianta a ferro di cavallo come le altre torri di porte della città (Porta Soprana, Porta Aurea, Porta dei Vacca). Il vicino portello di Sant'Egidio era stato demolito con l'apertura di Strada Giulia nel Seicento, quando per dover aprire questa nuova arteria si era dovuto scavare un passaggio nella cresta che univa i colli di Piccapietra e di Sant'Andrea.

E poiché su di esso correva l'acquedotto civico, che utilizzava tutto il percorso delle mura, il portello era stato sostituito dall'arcata di sostegno della sua condotta, che scavalcava i due muraglioni di sostegno dei colli tagliati. Tale arco è visibile nella stampa di Strada Giulia del Giolfi (di fine XVIII secolo) e correva sul confine del convento di San Domenico: esso pertanto si trovava all'altezza all'incirca della metà della facciata del palazzo dell'Accademia, quest'ultimo costruito su progetto del Barabino nel 1835 sul sedime della appena demolita San Domenico.

Di qui, raggiunto il colle di Piccapietra, il circuito delle mura ripiegava dopo un brevissimo rettifilo ed una piccola curvatura, tracciando il confine del convento di San Colombano, poi Ospedale degli Incurabili o Ospedaletto, che ne restava all'esterno, e raggiungeva la Porta Aurea dalla quale prese il nome il sestiere di Portoria sul colle di Piccapietra.