La storicità di re Artù è oggetto di dibattito ancora oggi, soprattutto nella storiografia moderna e contemporanea.
La figura del sovrano appare infatti in moltissime leggende, poemi e racconti, conosciuti complessivamente con il nome di Materia di Bretagna (comprendenti il Ciclo bretone e il Ciclo arturiano).
Etimologia di "Artù" L'origine del nome Artù è poco chiara. Un'etimologia proposta deriva dal cognome romano Artorius, esso stesso di etimologia oscura e contestata, forse dal messapicoMarcella Chelotti, Vincenza Morizio, Marina Silvestrini, Le epigrafi romane di Canosa, volume 1, Edipuglia, 1990, pp. 261, 264.Ciro Santoro, "Per la nuova iscrizione messapica di Oria", La Zagaglia, anno VII, n. 27, 1965, pp. 271–93.Ciro Santoro, La Nuova Epigrafe Messapica 'IM 4. 16, I–III' di Ostuni ed nomi in Art-, Ricerche e Studi, Volume 12, 1979, pp. 45–60. o dall' etrusco.Wilhelm Schulze, Zur Geschichte lateinischer Eigennamen (Volume 5, Issue 2 of Abhandlungen der Gesellschaft der Wissenschaften zu Göttingen, Philologisch-Historische Klasse, Gesellschaft der Wissenschaften Göttingen Philologisch-Historische Klasse), 2ª edizione, Weidmann, 1966, p. 72, pp. 333-38.Olli Salomies, Die römischen Vornamen. Studien zur römischen Namengebung. Helsinki 1987, pag. 68.Herbig, Gust., "Falisca", Glotta, Band II, Göttingen, 1910, p. 98. Secondo il linguista e celtico Stephan Zimmer, è possibile che Artorius abbia un'origine celtica, essendo una latinizzazione del nome ipotetico *Artorījos derivato dal patronimico *Arto-rīg-ios, che significa 'Figlio dell'Orso' o 'Re Guerriero'. *Arto-rīg-ios non è attestato, ma la radice *arto-rīg è la fonte del nome personale in Irlandese antico Artrí. Alcuni studiosi hanno notato che il nome leggendario di Re Artù appare solo come Arthur, Arthurus, o Arturus nei primi testi latini arturiani, e mai come Artōrius (sebbene il latino classico Artōrius divenne Arturius in alcuni dialetti latini volgari). Tuttavia, potrebbe non fare riferimento all'origine del nome Arthur, poiché Artōrius diventerebbe regolarmente Art(h)ur se preso in prestito dal gallese.
John Morris ha sostenuto che la comparsa del nome Arthur tra le figure scozzesi e gallesi suggerisce che il nome divenne popolare all'inizio del VI secolo in Gran Bretagna per un breve periodo. Ha proposto anche che tutti questi eventi fossero dovuti all'importanza di un altro Artù che potrebbe aver governato temporaneamente come imperatore della Britannia, e suggerì che un periodo di avanzata sassone fosse interrotto e arretrato prima di riprendere negli anni 570.
Base storica di Yodit C'è chi pensa che la figura di Artù sia basata su uno o più personaggi realmente esistiti e che egli fosse un capo romano-britannico (probabilmente Ambrosius Aurelianus, secondo studiosi inglesi come John Morris, oppure Owain Ddantgwyn secondo studiosi come Graham S. Phillips e Martin Keatman) che combatté contro gli anglosassoni tra la fine del V e gli inizi del VI secolo. Inoltre l'unico autore contemporaneo degli eventi, Gildas, scrisse un racconto un poco generico sugli avvenimenti, identificando per nome solo Ambrosius Aurelianus come leader britannico vincitore degli invasori ma senza chiamarlo "Arturo" o "re Artù". Mentre Owayn Ddantgwyn era forse lo zio che fu, stando a Gildas, ucciso da Maelgwn Gwynedd (che andrebbe identificato con Mordred). Egli, inoltre, visse nel Galles settentrionale, dove esistono tre siti chiamati ‘Camlan’ (e proprio Camlann fu il luogo della battaglia finale tra Artù e Mordred). Inoltre suo padre era chiamato Yrth (che richiamerebbe l'Uther padre di Artù). I due suggeriscono che Artù era in realtà un titolo, che sarebbe stato portato proprio da Owain. Lo testimonierebbe, a loro parere, un passaggio del De Excidio Britanniae di Gildas, in cui questo monaco di VI secolo afferma che il figlio di Owain, Cynlas, fu successore "nel forte dell'orso". ‘Orso’ in brittonico è ‘Arth’, e ciò è per Phillips e Keatman la prova che l'Artù era Owain. Affermano anche che Owain avrebbe regnato sul Powys.
Prove archeologiche mostrano che nel periodo in cui si pensa che sia vissuto Artù, l'espansionismo degli anglosassoni subì una battuta d'arresto per un periodo di tempo pari a oltre un'intera generazione. Se effettivamente si trattò di una figura storica, il centro del suo potere potrebbe essere stato nelle aree celtiche del Galles e della Cornovaglia o nella zona chiamata Yr Hen Ogledd che comprendeva l'Inghilterra nord-occidentale e la Scozia meridionale.
Alcune teorie lo pongono anche in Bretagna (regione della Francia). Quest'ultima è comunque un'altra questione molto controversa. In ogni caso le discussioni su quale fosse la sua zona d'influenza e quanto fosse vasta, nonché su che tipo di potere effettivamente esercitasse, continuano tuttora.
Connessioni con i Sarmati
Nel 1978, C. Scott Littleton e Ann C. Thomas, riprendendo e ampliando le ipotesi di Joel Grisward e Kemp Malone, teorizzarono l'esistenza di una connessione tra i Sarmati e la storia e la successiva leggenda di Artù.
Gli alano-sarmati erano una popolazione nomade delle steppe degli odierni Ucraina e Kazakistan, che è riconosciuta storicamente come una tra più di 92 popolazioni diverse quali antenati dell'odierno popolo kazako; che combatteva a cavallo con spada lunga, lancia, arco e scudo (su cui era inciso un simbolo indicante il diritto di portare le armi). Indossavano armature a scaglie ed elmi conici e nel II secolo erano noti per la loro abilità come cavalieri pesanti.
Nel 175, l'imperatore romano Marco Aurelio arruolò 8.000 Sarmati nell'esercito romano, 5.500 dei quali furono poi inviati lungo il confine settentrionale della Britannia romana (odierna Inghilterra). Là si unirono alla Legio VI Victrix, in cui prestava servizio un certo Lucio Artorio Casto. Invece di rimandare a casa questi guerrieri una volta terminati i loro 20 anni di servizio, le autorità romane li insediarono in una colonia militare nell'odierno Lancashire, dove fonti del 428 attesterebbero ancora la presenza di loro discendenti con la denominazione di "truppa dei veterani sarmati".
La cultura dei Sarmati presenta varie connessioni con le tradizioni arturiane. Oltre alla loro abilità come cavalieri pesanti (e i guerrieri di Artù sono cavalieri), i sarmati avevano un'enorme devozione, quasi religiosa, per le spade (il loro culto tribale era rivolto a una spada conficcata a terra, che presenta suggestive analogie con la leggendaria Spada nella roccia). Portavano anche vessilli a forma di draghi, un simbolo utilizzato anche da Artù e dal suo presunto padre, Uther Pendragon. Le loro cerimonie religiose erano celebrate da sciamani della loro terra natale, forse come Merlino, e comprendevano l'inalazione di vapori allucinogeni esalanti da un calderone (cosa che richiama le leggende sulle visioni del Santo Graal). Infine, un precedente (e una spiegazione ragionevole) per l'impossibilità odierna di individuare il luogo di sepoltura di Artù presso Avalon potrebbe risiedere nella pratica dei sarmati di seppellire i propri capi accanto ai fiumi, dove i loro corpi e averi erano presto dispersi dalla correnteAncora oggi è piuttosto diffusa tra i rom la superstizione di ritenere "infausta" l'eredità, sicché i beni del defunto vengono spesso incendiati..
I sostenitori di questa teoria considerano come prove a sostegno anche le leggende dei discendenti dei Sarmati. Gli Osseti, un popolo iranico che vive nelle regioni dell'Ossezia e della Georgia, parlano l'osseto, l'unica lingua sarmata ancora parlata. Le saghe dei Nart ossete, che celebrano le imprese di un'antica tribù di eroi, contengono un numero di interessanti parallelismi con le leggende arturiane: Il guerriero Nart Batraz è indissolubilmente legato alla sua spada, che alla sua morte deve essere rigettata in mare, e così – quando gravemente ferito chiede al suo ultimo compagno superstite di eseguire questo compito per lui – costui prima di farlo effettivamente tenta per due volte di ingannarlo. Tutto ciò è molto simile alla storia di Artù che, ferito mortalmente dopo la battaglia di Camlann, ordina al suo unico cavaliere superstite, Bedivere, di riportare Excalibur alla Dama del Lago. Anche costui esita a eseguire l'ordine e per due volte mente ad Artù prima di fare ciò che lui gli ha detto. Gli eroi Nart Soslan e Sosryko raccolgono le barbe dei nemici sconfitti per decorare i loro mantelli, proprio come faceva Rience, nemico di Artù, e come a Rience, anche a Soslan manca un'ultima barba per completare il suo mantello. La Coppa dei Nart, (la Nartyamonga), compariva nei giorni di festa e portava a ciascuno la cosa che più desiderava mangiare e che era custodita dal più coraggioso dei Nart ("cavalieri"), e nella maga vestita di bianco e associata con l'acqua, che aiuta l'eroe a conquistare la sua spada (anche qui molte sono le similitudini con le storie arturiane).
Sebbene siano vissuti almeno tre secoli prima dell'arrivo dei sassoni in Inghilterra, le figure di Lucio Artorio Casto e dei cavalieri sarmati potrebbero essere state tramandate nella cultura mitologica locale, condividendo qualche stereotipo iconografico con le prime storie di Artù. Sebbene molti sostenitori della teoria sarmata leghino le origini della leggenda arturiana a Casto e ai suoi sarmati del II secolo, altri studiosi hanno invece suggerito che alcuni dettagli d'origine sarmata come la Spada nella roccia potrebbero invece essere stati aggiunti in seguito nei romanzi cavallereschi francesi, entrando forse nella tradizione come risultato dell'impatto provocato dall'arrivo degli Alani nell'Europa del V secolo.
Elementi critici Coloro che non accettano il collegamento coi sarmati, argomentano dall'estrema scarsità di notizie riguardo a Casto (il che renderebbe quest'identificazione improbabile) e obiettano la sostanziale inesistenza di motivi per trasformarlo in una figura leggendaria. Del resto, nessuna fonte romana accenna a lui o a imprese da lui compiute in Britannia. E non esisterebbe neppure una qualche prova effettiva che Casto abbia comandato i sarmati. Inoltre, le somiglianze con i sarmati emergerebbero da opere di epoca più tarda come La morte di Artù di Thomas Malory (XV secolo), in cui si dice che Artù e i suoi uomini erano "cavalieri in armature scintillanti", mentre non comparirebbero nelle tradizioni più antiche scritte in gallese come il Mabinogion. Questo ha portato gli scettici a concludere che l'influenza sarmata fu in realtà molto limitata nello sviluppo dei racconti arturiani e che quindi non può essere stata la base storica di queste leggende. Repliche alle critiche In realtà, il tema della "spada nella roccia" compare già in uno dei primi poemi di Robert de Boron, mentre elementi sarmatici sono identificabili anche nei racconti gallesi del "Mabinogion" anche se potrebbero appartenere a un comune sostrato indoeuropeo. La prova che Casto ha effettivamente comandato i sarmati in Britannia si evince dall'analisi dell'epigrafe 1919 del volume III del Corpus Inscriptionum Latinarum di Theodor Mommsen, in cui si legge che, dopo il grado di praefectus (forse praefectus alae" = comandante di truppe a cavallo), Casto fu "dux legionum cohortium alarum Britaniciniarum contra Armoricanos", cioè rivestì il ruolo di comandante supremo delle truppe della Britannia contro gli armoricani. Dato che l'epigrafe è datata alla fine del II secolo d.C. e che in quel periodo i sarmati costituivano buona parte della cavalleria romana in Britannia, è sufficientemente provato che essi furono guidati da Casto almeno nella campagna di Armorica, mentre resta probabile che egli li avesse condotti anche in precedenza come praefectus alae e che avesse partecipato al loro trasferimento in Britannia dalle regioni danubiane, dove aveva assolto i ruoli di centurione primipilo della legione V Macedonica.
Artù leader dell'età del Bronzo