La storia dell'Induismo è, per gli storici delle religioni e gli orientalisti, lo sviluppo che portò, dalle prime divinità della Civiltà della valle dell'Indo, alla religione definita come Induismo e che riguarda la cultura di tutto il subcontinente indiano.
La religione della Civiltà della valle dell'Indo
La generalità degli studiosi considera il Vedismo, la religione dei Veda praticata dagli indoari, all'origine di quello indicato come Induismo. Tuttavia, come segnala Alf Hiltebeitel, vi sono buoni motivi per ritenere che le credenze religiose delle popolazioni della Valle dell'Indo, siano elementi importanti per stabilire le radici dell'Induismo, ma la conoscenza di tali credenze religiose non può che essere di tipo congetturale essendo a noi del tutto sconosciuta la scrittura e quindi la lingua (probabilmente di ceppo dravidico) di quella civiltà, documentata su numerosi sigilli di steatite rinvenuti nei siti archeologici.
Questa civiltà ha origine nel Neolitico (7000 a.C.), si è sviluppata a partire dal 3300 a.C.-2500 a.C. ed è tramontata intorno al 1800-1500 a.C.Cfr., a titolo esemplificativo, Mortimer Wheeler. The Indus Civilization: The Cambridge History of India. Supplementary Volume. Cambridge, Cambridge University Press, 1953. Fu una civiltà agricola e urbanizzata molto sviluppata, con legami commerciali con la Mesopotamia, che ha lasciato delle importanti vestigia e delle opere d'arte. Sono documentati diversi elementi di eredità linguistica e iconografica tra la Civiltà della valle dell'Indo e la cultura dravidica dell'India meridionale.
In base alla grande quantità di figurine rappresentanti la fertilità femminile ritrovate, sembra che vi fosse venerata una divinità femminile e tale figura potrebbe essere all'origine del culto della Dea propria dell'Induismo successivo.
Della Civiltà della valle dell'Indo si conservano anche dei sigilli, collegabili anche questi ai corrispettivi sumeri e soprattutto elamiti. Se le immagini di statuette prediligono rappresentare la divinità femminile in forma umana mentre quella maschile sotto forma animale (soprattutto toro, bufalo d'acqua e zebù). Il cosiddetto sigillo del "proto-Paśupati" (Signore degli animali) o "proto Śiva" è indicato con questo nome in quanto identificato da alcuni studiosi come l'antesignano dello Śiva induista.
Le Civiltà della valle dell'Indo decadde improvvisamente intorno al XIX secolo a.C. a causa, sembrerebbe, di mutamenti climatici come le siccità o le inondazioni. Ciononostante a Mohenjo-daro sono stati rinvenuti scheletri di vittime di una morte violenta, caduti lì dove sono stati ritrovati, secondo Mortimer WheelerMortimer Wheeler. The Indus Civilization: The Cambridge History of India. Supplementary Volume. Cambridge, Cambridge University Press, 1953, p. 92. ciò testimonierebbe, comunque, l'invasione degli indoari. Nel 1500 a.C., l'arrivo dei conquistatori indoari nell'area oggi del Punjab, sempre per Thomas J. Hopkins e Alf Hiltebeitel, fece sì che tale cultura religiosa venisse ereditata solo dalle culture dravidiche dell'India meridionale, sopravvivendo al Nord ma limitata a piccole comunità rurali e riemergendo nel periodo tardo e post vedico.
I Veda, la religione vedica e il Bramanesimo La religione vedica corrisponde a quella raccolta di testi, il Veda, tramandata oralmente per secoli da scuole brahmaniche (dette sākhā) prima di essere messa per iscritto in epoca modernaMircea Eliade in Storia delle credenze e delle idee religiose vol. 1, Milano, Rizzoli, 2006, p. 211 nota come sia un tratto caratteristico della tradizione delle religioni indoeuropee quello di avvalersi della trasmissione orale e "al momento dell'incontro con le civiltà del Vicino Oriente, la proibizione di valersi della scrittura.".. Successivamente gli indoari si spostarono verso Sud e verso Est in un processo di conquista che non fu mai terminato, essendoci tutt'oggi vasti territori dell'India meridionale ed orientale dove ancora si parlano dialetti dravidici e munda.
Anne-Marie Esnoul evidenzia come nella civiltà e nella letteratura religiosa vedica (comprensiva in questo caso dei Veda e dei loro commentari Brāhmaṇa) non si riscontra alcuna riflessione sulla 'sofferenza' nel mondo, sul ciclo delle rinascite (saṃsāra) e, di conseguenza sui percorsi di liberazione da esso, quanto piuttosto il godimento (bhukti) della vita terrena. È quindi solo con le prime Upaniṣad (IX secolo a.C.) che si avvia la riflessione teologica indiana sulla sofferenza nel mondo e sulla necessità di un percorso di liberazione da essa. E questo corrisponderebbe all'avvio del periodo assiale individuato da Karl JaspersKarl Jaspers. Vom Ursprung und Ziel des Geschichte. Artemis, Zurigo, 1949; Piper, München, 1949 (1983); trad. it., Origine e senso della storia, a cura di A. Guadagnin, Comunità, Milano, 1965, p. 20. che si riscontrerà nel successivo pensiero upaniṣadico e quindi nell'Induismo.
I deva e il sacrificio vedico
La Religione vedica è decisamente politeistica e nei Veda vengono citati numerosi dèi (deva), certamente in numero maggiore dei trentatré (trayastrimsas) a cui la tradizione fa riferimento.Jean Varenne. La religione vedica, in Storia delle religioni, vol. 13 (a cura di Henri-Charles Puech). Bari, Laterza, 1978, pp. 14-5.. Gli dèi vedici sono per lo più indoeuropeiLo stesso termine in sanscrito vedico devá, dal sostantivo maschile sanscrito dív (nominativo deiaus; "brillare", "emettere luce", "splendore", "giorno", "cielo") corrisponde, ad esempio, al latino deus, all'avestico daēvō, al venetico deivas, all'antico prussiano deiwas. e alcuni di questi corrispondono, ad esempio, agli dèi presenti nei culti iranici e citati nellAvestā..
Gli antichi inni del Ṛgveda non prestano particolare attenzione al rito religioso quanto piuttosto esaltano le gesta degli dèi, ma quando essi invitano, per mezzo del sacrificio, gli dèi a partecipare ai banchetti sacrificali due sono le divinità sempre convocate: Agni e Soma. Il primo è il dio del fuoco, colui che consumando le offerte ha il compito di portarle alle altre divinitàUno degli epiteti di Agni è Vahni "colui che veicola", "che conduce" le offerte; cfr. al riguardo Jean Varenne. L'India e il sacro. Un'antropologia. In L'uomo indoeuropeo e il sacro. Milano, Jaca Book, 1991, p. 36., il secondo, Soma, corrisponde anche alla pianta, e al succo che per mezzo del rito sacrificale se ne estrae, dell'immortalità (amṛta).
Gli dèi vedici hanno raggiunto l'immortalità, non dormono, non muovono le palpebre degli occhi, non possiedono un'ombra, hanno corpi fisici sottili (tanū) con cui si cibano e si accoppiano, e questi corpi sono molteplici, polimorfi e possono apparire sotto forme umane o animali..
Nei testi più antichi, come il Ṛgveda, i termini con cui vengono indicate le divinità sono deva e asuraAhura in avestico da qui Ahura Mazdā. Jean Varenne, op. cit., 1978, p. 16, evidenzia come la radice del termine asura, asu richiami la "forza vitale, il soffio della vita". e questi termini sono spesso intercambiabiliCon il termine Asura vengono indicati nel Ṛgveda varie divinità tra cui: Savitṛ (I, 35, 10), Varuṇa (I, 24, 14), Rudra (II, 1, 6), Indra (I, 174,1),Agni (V, 12, 1) e Soma (IX, 72,1)..
Oltre ai già menzionatiAgni e Soma, particolare attenzione prestano i Veda al gruppo dei sei Āditya:
Varuṇa, è sicuramente il più importante Āditya e tra le divinità fondamentali degli inni vedici; è strettamente collegato con la nozione di Ṛta; Mitra, è un dio minore negli inni vedici e si invoca per sigillare alleanze o contratti; Aryaman, è il deva legato al matrimonio e all'ospitalità; Bhaga, è il dio legato alla funzione del sovrano quando distribuisce la preda di guerra o i prodotti collettivi tra i membri adulti delle tribù arie, è legato all'eredità dei beni; Dakṣa, negli inni vedici è il garante dell'efficacia e del successo del sacrificio; Aṃśa, è collegato e invocato per l'acquisizione dei beni mediante la buona sorte.
Altre divinità vediche sono Rudra, l'antesignano dello Śiva induistico e Viṣṇu che invece successivamente ingloberà la divinità eroica e post vedica Kṛṣṇa. Il deva più menzionato dal Veda è Indra, colui che uccide con il vajra (la folgore) il serpente cosmico Vṛtra dando inizio alla creazione, il dio guerriero per eccellenza che sconfigge i malvagi dāsa.
Come evidenzia Saverio Sani il rituale del sacrificio vedico (yajña) è il mezzo con cui gli uomini scambiavano doni con gli dei. Saverio Sani nota anche come nella cultura sacrificale vedica siano del tutto assenti templi o costruzioni stabili dedicate ai sacrifici, non abbiamo inoltre elementi che possano far ritenere l'esistenza di statue o immagini delle divinità vediche. Il luogo del "sacrificio vedico" era tuttavia delimitato e preparato con grande cura e precisione, con specifiche aree deputate a riti particolari. Il sacrificio vedico poteva essere tuttavia celebrato in qualsiasi luogo scelto, il che si adattava alla vita seminomade degli antichi indoari. Gli attrezzi adibiti al sacrificio (vasi, coppe, mestoli, ecc. collettivamente indicati con il sostantivo maschile sambhārá) provenivano da quelli utilizzati durante la vita quotidiana e resi sacri solo sul momento. Elemento fondamentale del "sacrificio vedico" era il fuoco e asse centrale del suo rito era l'offerta al fuoco di alimenti o bevande. L'atto di offerta al fuoco era denominato agnihotra (offerta al fuoco), qualsivoglia cerimonia vedica comprendeva l'agnihotra.
Secondo Jan C. Heesterman il sacrificio vedico era di tipo agonistico. Il ruolo centrale in questo caso era affidato al deva Indra e il procedimento sacrificale prevedeva gare tra carri e competizioni verbali (brahmodya) tra gli officianti dove «è in ballo la spartizione della vita e della morte fra i partecipanti»..
Sempre secondo Jean C. Heesterman anche la nozione del brahman è collegato, nelle quattro raccolte degli inni dei Veda, alla contesa verbale, ovvero al rito del Brahmodya propria della cultura vedica con particolare riferimento al sacrificio del cavallo (aśvamedha). In questo contesto, prima del sacrificio i due officianti si sfidavano con domande enigmatiche, colui che riusciva a risolverle affermava di sé stesso:
Queste contese non erano affatto pacifiche, il concorrente che insisteva a sfidare il vincitore con ulteriori enigmi avrebbe pagato con la sua testa i suoi affronti.
La "riforma" rituale dei Brāhmaṇa Tra l'XI e il IX secolo a.C. vengono a formarsi dei testi, composti sempre in sanscrito vedico, indicati con il nome di Brāhmaṇa. Lo scopo religioso di questi testi è quello di regolare i rapporti tra formule sacrificali (mantra) e le azioni (karman) eseguite nel corso dello stesso sacrificio vedico.
Tale regolazione acquisisce chiaramente un ruolo di riforma della visione del mondo, che "fece nascere una nuova concezione del sacrificio".
Il ruolo del sacrificio vedico, che da ora è proprio del sacerdote indicato come brahman, diviene, se correttamente eseguito, un procedimento automatico per ottenere dei risultati o spiegare gli eventi che precedentemente erano attribuiti all'intervento degli dei. Il rito del sacrificio assume un'importanza talmente centrale da mettere in ombra la potenza degli dèi stessi, ridotti ad elementi utili alla realizzazione dei riti sacri, veri sostegni dell'universo
I brahmani finirono per porre sotto il loro controllo tutto ciò che era di pertinenza filosofica-religiosa: educazione, ordinamento della società, culto, interpretazione del decorso del mondo.