Il Kulturkampf (in italiano: battaglia culturale o, in un senso più letterale, battaglia di civiltà) è il nome con il quale fu definita l'accesa lotta politica e culturale che vide coinvolti la Chiesa cattolica e gli Stati tedeschi nel periodo che va dalla fine del Concilio Vaticano I (1867-1870) ai primi decenni successivi alla fondazione dell'Impero tedesco (1871-1919). Più specificatamente, con il termine si riassume anche tutta la legislazione anticuriale e anticlericale posta in essere dal governo tedesco in quegli anni.

Significato del termine Il termine fu coniato da Rudolf Virchow, esponente di spicco del partito liberale progressista (Deutsche Fortschrittspartei) in un suo vibrante discorso tenuto al Reichstag il 17 gennaio 1873. Nel corso delle discussioni sulla proposta di legge relativa allo status e alla preparazione dei religiosi, indicò con queste parole il compito che lo stato tedesco doveva assumersi.

Dopo aver descritto la contrapposizione insanabile tra la gerarchia della Chiesa cattolica, espressione ormai di pochi vescovi italiani di cultura ultramontana, e lo sviluppo delle scienze umane e naturali, descrisse l'obiettivo dell'orgogliosamente definita "battaglia di civiltà":

Nel concludere il discorso, e nel difendere le leggi che limitavano la cosiddetta libertas Ecclesiae, disse espressamente:

Eppure, non fu proprio questa la posizione che caratterizzò il Kulturkampf tedesco, che può essere quindi ben distinta, pur apparentemente simile nei suoi effetti, dalla successiva politica laicista della Terza Repubblica francese. Le peculiarità del Kulturkampf furono infatti dovute soprattutto alla figura che lo realizzò in Prussia: il principe e cancelliere dell'Impero, Otto von Bismarck.

Se infatti la «battaglia per la civiltà» era il problema spirituale che travagliava la Mitteleuropa, de facto, tra il 1859 e il 1879 l'aspetto politico del problema era rappresentato dal rapporto tra Curia romana e Stati sovrani. Ed è esattamente questo aspetto, il conflitto di competenza tra Stato e Chiesa, che assunse maggiore rilevanza nella prospettiva di Bismarck.

Particolarmente chiara è la posizione di Bismarck in un suo discorso alla Herrenhaus (la Camera Alta) dell'Impero:

Simili negli effetti e d'accordo dunque nella legislazione, i due modelli culturali erano diversi. La prospettiva bismarckiana era conservatrice e affondava le sue origini, pur in una rinnovata prospettiva ottocentesca, molto più indietro, allo scontro medievale tra papato e impero, se non, come amava dire lo stesso Bismarck, alla lotta «tra Agamennone e Calcante».

Il Kulturkampf nella Mitteleuropa (1859-1879) La posizione di Virchow, ed in genere quella del suo partito, non era diversa dal forte anticlericalismo e anticristianesimo che si diffondeva negli stessi tempi in Francia (o anche in Italia), soprattutto a partire dalla seconda metà del XIX secolo. Il materialismo, il positivismo delle scienze naturali ed il diffondersi delle prime idee socialiste faceva da contesto e dava fondamento a queste posizioni, che nella lotta al Cattolicesimo vedevano una lotta della ragione contro la superstizione ed i residuati del medioevo.

In senso lato, dunque, una prima forma di Kulturkampf potrebbe essere considerata la politica ateistica o laicista della Francia rivoluzionaria, figlia dell'illuminismo giacobino. In Francia, del resto, la lotta tra la Chiesa cattolica e la terza Repubblica fu aspro per tutto l'inizio del XX secolo. Anche in Italia, a partire dalle leggi Siccardi eversive della manomorta ecclesiastica, cominciò un periodo di forte contrapposizione.

Il termine Kulturkampf definisce tuttavia più da vicino l'aspetto peculiare che questa lotta, come si è detto, assunse negli Stati tedeschi. Alcuni storici parlano, a proposito, del periodo tra il 1859 e il 1879 di un Kulturkampf mitteleuropeo. A partire da quel momento, infatti, nei paesi dell'Europa centrale, Svizzera, Austria, Regni dell'Impero Germanico, la questione del rapporto Stato-Chiesa cominciò ad essere posta in termini particolarmente conflittuali e si avviò una lotta condotta senza esclusione di colpi.

A partire dal 1879, alla fine, le parti incominciarono invece ad avviare trattative e si giunse ad un compromesso, che significò, nei fatti, una vittoria della posizione difensiva della Chiesa, soddisfacendo tuttavia in parte i poteri nazionali. Il conflitto continuò invece negli altri paesi, Francia ed Italia, dove però aveva assunto caratteristiche diverse.

Prodromi della battaglia culturale Il terreno per questo aspro scontro era stato preparato dai successi ottenuti dalla Chiesa a partire dalla Restaurazione fino al 1854, anno della proclamazione del Dogma dell'Immacolata Concezione. In quell'anno infatti la Chiesa, nonostante il ritorno politico del liberalismo nel 1830 e le rivoluzioni del 1848, aveva raggiunto il punto più alto della restaurazione di ciò che aveva perduto a seguito della politica napoleonica.

Negli stati di lingua tedesca ciò si tradusse concretamente nel Concordato con l'Austria del 1855, che orientava l'impero in modo assolutamente confessionale e concedeva alla Chiesa notevoli privilegi.

La risposta liberale tuttavia non si fece aspettare e la Chiesa dovette arretrare. Le sconfitte militari dell'Austria nella seconda guerra d'indipendenza italiana indebolirono, in politica internazionale, le posizioni conservatrici. La Chiesa reagì all'offensiva e nel 1864, insieme all'enciclica Quanta cura, pubblicò il Sillabo, il Compendio degli errori del tempo, con cui condannava definitivamente il liberalismo (già condannato da Gregorio XVI nell'enciclica Mirari vos), il socialismo (in forte crescita) e, nel complesso, tutte le dottrine filosofiche, politiche e religiose di derivazione illuministica.

L'effetto della condanna fu forte. Ma, ancora una volta, la terribile sconfitta subita dall'Austria nel 1866 a Königgrätz segnò definitivamente la fine della supremazia austriaca e del vecchio equilibrio conservatore in Europa. La Chiesa reagì, ancora, nel 1867, con la convocazione del Concilio Vaticano I e, infine, nel 1870, con la proclamazione del dogma dell'infallibilità papale. Ma, nello stesso anno, la sconfitta della Francia di Napoleone III (che aveva puntato molto sull'accordo con i cattolici) isolò definitivamente la politica curiale.

Il Kulturkampf in Austria In Austria era già cominciata una reazione del pensiero laico. Già il primo governo costituzionale austriaco (1861-1865) propose una serie di norme che puntavano all'equiparazione delle confessioni all'interno dello stato. Successivamente venne messa in discussione la disciplina del matrimonio confessionale. Ma la politica liberale, il cui esponente di spicco era il dr. Muhlfelds, leader dell'ala sinistra del partito costituzionalista, puntava al superamento del concordato confessionale del 1855.

I vescovi reagirono già nel 1861 opponendosi alle proposte del governo. Appellandosi all'imperatore, si lamentarono di una politica che superava addirittura l'odiata legislazione giuseppinista (fino alla Rivoluzione francese, una delle legislazioni anticuriali più dure in un paese cattolico). Nel 1867 papa Pio IX scrisse personalmente all'imperatore, il quale tuttavia, in un momento politicamente molto difficile, non poté, pur lamentando la politica anticlericale, venire incontro alle richieste del pontefice di lottare per il mantenimento del concordato.

Nel 1874, infine, vennero presentate quattro proposte di legge dal governo:

sulla regolamentazione dei rapporti pubblici della Chiesa cattolica; sulla regolamentazione dei rapporti giuridici di Conventi e Monasteri; sul contributo al fondo per il culto delle prebende ecclesiastiche; sul riconoscimento legale delle Congregazioni religiose.

Le leggi vennero approvate nel 1874 e sancite dall'imperatore, con eccezione di quella sui conventi e i monasteri, che venne approvata dalla Herrenhaus (la Camera Alta) solo nel 1876, ma non ottenne la sanzione imperiale.

Questa legislazione non portò, tuttavia, come in Italia o negli USA, ad una "privatizzazione" della Chiesa Cattolica («libera Chiesa in libero stato»), né ad una separazione dallo stato (il "principio di separazione" che poi si realizzò in Italia), bensì ad un riconoscimento del ruolo pubblico della Chiesa, con un forte controllo da parte dello stato: il ruolo cioè, come si legge nella motivazione della legge, di una «corporazione pubblica privilegiata».

Il Kulturkampf nell'Impero germanico

Fu nell'Impero germanico che il fenomeno scoppiò in maniera virulenta. Bisogna tuttavia distinguere, data la natura federale dell'impero, tra i diversi stati, alcuni dei quali, come la Baviera, erano a maggioranza cattolica. Delle norme del Kulturkampf solo due furono però Reichsgesetze, leggi imperiali: quella contro l'uso del pulpito per fini politici e quella che espulse i gesuiti. Le altre interessarono esclusivamente il Regno di Prussia (che era però il più vasto della federazione).

Il Kulturkampf in Baviera Come paese ad assoluta maggioranza cattolica, la posizione del Regno di Baviera era particolarmente importante nella legislazione del Reich. Per questo motivo la lotta alla Chiesa cattolica in Germania interessò le gerarchie statali.

Con la legge «contro l'abuso del pulpito per fini politici», varata dal Reichstag il 10 dicembre 1871, si ebbe un primo attacco: la proposta venne proprio dal Ministro della cultura del Regno di Baviera. Le difficoltà (e la resistenza alla legislazione antiecclesiastica) provennero in questo paese dal fortissimo partito di Centro (Deutsche Zentrumspartei, l'antenato "morale" dell'odierna CDU), da poco costituitosi e braccio politico della Chiesa cattolica.

La legge, passata alla storia come Kanzelparagraph (articolo sul pulpito), inseriva nel codice penale tedesco il § 130a, che recitava:

In una lettera di Bismarck al re Ludovico II, il Cancelliere rese chiaro come, proprio per questo motivo, il Kulturkampf fosse assolutamente necessario e non fosse possibile alcun accordo con il Papa. Questi, secondo lo statista della Realpolitik, non aveva nulla da offrire in cambio di un trattamento di favore, dato che non aveva alcuna influenza sulla politica filo-socialista tenuta dal partito di Centro.

L'aumentato pericolo socialista e il pratico appoggio che lo Zentrum dava talvolta ai deputati socialisti costituiva per Bismarck un atto contro lo stato e come tale bisognava, indipendentemente dal cattolicesimo, ribadirlo:

Il Kulturkampf in Prussia

Nulla di sorprendente che il conflitto fosse dunque ferocissimo nel Regno di Prussia. Bisogna però premettere una considerazione: è vero che i leader del secondo impero, Bismarck su tutti, diedero una personale impronta alla questione politica. Questa aveva tuttavia davvero assunto aspetti tali, che si sarebbe dovuta necessariamente, prima o poi, porre.

Per di più, il Regno di Prussia era di tradizione protestante e, come tale, anti-papista da sempre. Proprio per questo motivo, dunque, non aveva bisogno, a differenza della Baviera, di una politica anticlericale. Anzi, la Prussia, come paladina del protestantesimo, aveva già la presunzione di aver raggiunto la massima libertà per i gruppi religiosi, evangelici come cattolici.

Secondo lo storico Armando Saitta, l'antiprussianesimo dei cattolici della Baviera e della Germania meridionale assunsero una connotazione religiosa nei confronti del potere centrale. Gli stati federati non riuscirono mai a controbilanciare il potere centrale del Kaiser e del cancelliere imperiale, che già avevano ottenuto per sé la competenza esclusiva su diplomazia, esercito e finanza, e desideravano introdurre anche un rigido controllo statale sulla chiesa cattolica tedesca. Bismark fece perno sul partito liberalnazionale, per iniziare una lotta contro il partito cattolico ed il Vaticano.