È noto nei settori dell'Egittologia e della Papirologia come "Giuseppe Botti secondo" per distinguerlo dall'omonimo egittologo Giuseppe Botti ("primo"), fondatore e direttore del Museo di Alessandria d'Egitto (1853-1903).
Biografia
Le origini Carlo Giuseppe Gabriele Maria Botti nasce a Vanzone con San Carlo alle nove di sera del 3 novembre 1889 da Bartolomeo Botti e Maria Gorini. La famiglia, titolare di un negozio di drapperie a Vanzone, con una succursale anche a Macugnaga, era di origini parmensi: il nonno paterno, Giuseppe, venditore ambulante di tessuti, proveniva da Romezzano di Bedonia, una frazione appenninica in provincia di Parma, ed era emigrato con il fratello, a metà dell'Ottocento, fino all’estremo nord del Piemonte, in Valle Anzasca.Le notizie di questa pagina sono tutte ricavate da: Marco Botti, Dal Monte Rosa alla Terra dei Faraoni. Giuseppe Botti, una vita per i papiri dell'antico Egitto, Trento, Tangram, 2011 (ISBN 9788864580197).
Il periodo ossolano
Cresce nella frazione montana di Roletto e nell'ottobre 1899 viene iscritto alle scuole elementari come convittore dell’Istituto Salesiano "San Lorenzo" di Novara. In séguito, egli frequenta il Ginnasio inferiore “Cesare Balbo” a Torino e poi il Collegio “Mellerio-Rosmini” di Domodossola, per il Ginnasio superiore, dal 1906 al 1909. Iscrittosi all’Università degli Studi di Torino nella Facoltà di Lettere e Filosofia, il 17 dicembre 1913 si laurea a pieni voti e l’anno successivo consegue il Diploma di Magistero nella sezione di Filologia Classica.
Ancor prima di laurearsi si interessa allo studio del dialetto anzaschino, redigendone numerose schede scientifiche in qualità di corrispondente dell’Opera del Vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana, come riconosciuto dal promotore stesso dell’opera, il linguista Carlo Salvioni: "Il Signor Dott. Giuseppe Botti è iscritto fin dal 1911 fra i corrispondenti regolari dell’Opera del Vocabolario della Svizzera italiana. In tale qualità egli ha diligentemente risposto ai più che 180 questionari emersi fin qui, e lo ha fatto nella piena comprensione degli intendimenti scientifici dell’impresa. Di modo che i suoi libretti relativi al dialetto di Vanzone, mentre costituiscono l’unico e preziosissimo documento di quel dialetto, vanno insieme considerati come un vero arricchimento della lingua e dialettologia italiana"Lettera di Carlo Salvioni da Milano, 1919 (Archivio Rivista "Oscellana")..
Inizia quasi subito ad insegnare materie letterarie in alcune scuole medie piemontesi e nei licei torinesi (entrerà di ruolo nel 1920), affiancando l’attività di docente allo studio del cristianesimo delle origini, sul quale pubblica alcuni contributi sulle riviste "Bollettino di Filologia classica", "Didaskaleion", "Historia", "Il mondo classico".
Il periodo torinese
Abitando, in questi anni, a Torino, in una camera sita in Via Principe Amedeo, proprio nei pressi del Museo Egizio di Torino, che in quel periodo conosce un autentico rinnovamento per le scoperte archeologiche di Ernesto Schiaparelli, Botti si appassiona alla civiltà degli antichi Egizi. È proprio in quegli anni, infatti, che egli comincia a frequentare il Museo torinese e ad accostarsi all'Egittologia grazie agli insegnamenti dello Schiaparelli. Nel frattempo, egli matura anche la scelta di dedicarsi anima e corpo allo studio, rinunciando a crearsi una propria famiglia, a causa della tragica scomparsa della fidanzata Giuseppina Riccadonna, avvenuta nel 1918 dopo il contagio dell’Influenza Spagnola.
Sotto la guida dello Schiaparelli, Giuseppe Botti si occupa dell’ordinamento dei papiri torinesi appartenenti alla collezione di Bernardino Drovetti e pubblica i suoi primi contributi sui "Rendiconti dell’Accademia Nazionale dei Lincei". Nel 1928, alla morte dell'egittologo biellese (che gli aveva dato a intendere che lo avrebbe presto nominato suo assistente all'università, per prepararlo come successore alla direzione del Museo Egizio), alla guida del museo torinese viene incaricato dal Ministero Giulio Farina, che si dimostra subito avverso alla presenza di Botti, avendo una formazione e un’ideologia completamente opposte alle sue. Lo stesso anno Botti perviene tuttavia alla pubblicazione del prestigioso volume Il Giornale della Necropoli di Tebe, scritto in collaborazione con un allievo di Alan Gardiner, Thomas Eric Peet. L'opera consiste nell'edizione dei documenti relativi alla contabilità delle attività operaie nella necropoli reale di Deir el-Medina. Attraverso l’importante volume, la fama di Giuseppe Botti valica i confini nazionali e comincia ad attirare l'attenzione delle maggiori scuole orientalistiche europee.
Il periodo fiorentino
Per sviluppi più concreti delle sue prospettive di ricercatore, Botti deve attendere sino al 1932, anno in cui viene esonerato dall’insegnamento per essere comandato presso la Sezione Egizia del Museo Archeologico di Firenze, al fine di riordinarne la collezione e soprattutto per studiare i papiri ieratici e demotici scoperti presso l’Oasi del Fayum dall'archeologo Carlo Anti. Nel sito di Tebtynis, infatti, il 10 marzo 1931, Anti aveva portato alla luce una grande quantità di materiale papiraceo, conservato in due ripostigli sotterranei delle abitazioni addossate al grande muro di cinta del santuario del dio-coccodrillo Soknebtynis. I frammenti, riposti in quattro valigie metalliche, erano stati affidati al papirologo Girolamo Vitelli, che le consegna a GB nel luglio del 1933.
Così scriveva lo stesso Anti al Ministro dell'Educazione Nazionale: "Ad integrazione dell’attività di scavo in Egitto, attendo con ogni mezzo a costituire un piccolo nucleo di egittologi specialisti, in modo che fra qualche anno il nostro paese possa figurare con decoro anche in questo campo degli studi, dal quale ora è quasi del tutto assente. Elemento utile allo scopo è il Prof. Giuseppe Botti del R. Ginnasio Gioberti di Torino. Egli ha già varie pubblicazioni sull’egiziano ieratico ed ora sta dedicandosi allo studio dell’egiziano demotico. A questo scopo anzi si recherà fra breve a Praga con una borsa concessagli recentemente dal Ministero. Sarebbe peraltro necessario che egli potesse dedicarsi completamente agli studi preferiti, non tanto nell’interesse suo personale quanto in quello dell’egittologia in Italia. Perciò mi permetto di chiedere che egli sia comandato presso la sezione egizia del R. Museo archeologico di Firenze. Il direttore del museo, Prof. Antonio Minto, sarebbe lietissimo dell’assegnazione perché permetterebbe di affrontare il restauro e lo studio di un importante lotto di papiri ieratici e demotici da me scoperti e Tebtunis nel 1931 e dei quali il Governo egiziano ha permesso l’esportazione con il vincolo che siano pubblicati entro cinque anni. Senza l’opera del Botti si corre il rischio di non poter nemmeno iniziare il lavoro e quindi di perdere il prezioso complesso di papiri. Per questo mi lusingo che l’E.V. vorrà accogliere favorevolmente la proposta che onoro di farle. Sarebbe opportuno che il provvedimento fosse preso entro il Settembre, prima dell’inizio del nuovo anno scolastico".Lettera di Carlo Anti a Francesco Ercole, Ministro dell'Educazione Nazionale, da Padova, 4 agosto 1932 (Archivio Storico del Museo Archeologico Nazionale di Firenze).
Negli anni accademici 1932/33, 1933/34 e anche nel 1939, sempre su esonero del Ministero e grazie ad un contributo di 3.000 Lire da parte della Fondazione Volta, prende parte ai corsi di demotico tenuti da František Lexa all'Università Carlo IV di Praga e di neoegiziano sotto l'apprezzato ieratista Jaroslav Černy. Nell'allora capitale cecoslovacca Botti riesce non solo a completare il suo bagaglio culturale relativo all'acquisizione degli strumenti idonei alla comprensione e allo studio di tutte le differenti lingue e scritture dell’antico Egitto (geroglifico, ieratico, demotico e copto), ma anche a coltivare la sua più grande amicizia, nata anni addietro tra le pareti del museo torinese, proprio con il Černy.
Per rendersi conto pienamente delle aspettative che Anti riponeva in Botti è istruttiva una colorita lettera dell'archeologo inviata a Minto il 21 maggio 1933: "Caro Minto, alla fine di giugno sarà di ritorno in Italia il Botti e verrà subito a Firenze. Ho avuto sue notizie dallo Cerny, autorevolissimo ieratista e mi ha detto che il Botti ha lavorato magnificamente e con ottimi risultati, sì che sarà certo raggiunto quello che era il mio scopo inviandolo a Praga, di cavarne un demotista che difenda il nome dell’Italia in questo campo. Può darsi che per “rifinirlo” potrà essere opportuno un suo ritorno a Praga e se mi riuscirà di avere dei quattrini allo scopo lo si potrà fare: sono certo che eventualmente tu farai volentieri anche questo sacrificio poiché si tratta di consolidare definitivamente uno studioso in un campo nel quale altrimenti siamo del tutto disarmati. Desidero anch’io che venga presto a Firenze a mettere mano ai molti papiri che lo aspettano per vedere cosa ne scapperà fuori"Lettera di Carlo Anti ad Antonio Minto, 21 maggio 1933 (Archivio Storico del Museo Archeologico Nazionale di Firenze)..
Nel museo fiorentino Botti si impegna nell'ardua impresa di catalogazione e riordinamento l’enorme collezione posseduta dalla Sezione Egizia (si parlava di oltre 20.000 reperti). Contemporaneamente, dal 1935 al 1938, egli attende alla selezione e sistemazione dei numerosi frammenti di quasi 200 papiri ieratici e demotici provenienti dallo scavo di Tebtynis, nonché alla sorveglianza del loro graduale restauro, compiuto da Erminia Caudana di Torino, preparando il materiale indispensabile per il successivo lavoro di pubblicazione, riportando su oltre 10.000 schede tutto il lessico dei testi demotici già editi da Francis L. Griffith e Wilhelm Spiegelberg, non esistendo ancora un vero e proprio vocabolario demotico. Partecipa nel 1935 al IV Congresso Internazionale di Papirologia, svoltosi proprio a Firenze, presentando i dati preliminari del lavoro sui papiri di Tebtynis.
Nel 1938 si occupa di un papiro ieratico custodito al Museo di Antichità di Parma e già studiato da Ippolito Rosellini (Il libro per entrare nel mondo sotterraneo e per arrivare nella sala della Verità. Da un papiro ieratico funerario del R. Museo di antichità di Parma), ma è nel 1939, all’uscita del brevissimo ma significativo studio su Il papiro demotico n° 1120 del Museo Civico di Pavia, che Botti viene definito, a tutti gli effetti, come il primo demotista nella storia dell’Egittologia italiana. Nel 1941, con la pubblicazione del volume Testi demotici, contenente l'edizione di papiri e ostraka conservati presso i Musei di Firenze, Napoli e Bologna, la sua fama si rinsalda oltre i confini nazionali, facendosi apprezzare anche all’estero per la specializzazione in questo difficilissimo campo. Nel 1942, presso l’Università degli Studi di Firenze, ottiene la libera docenza in Egittologia, che gli consente di tenere il suo primo corso libero nel successivo anno accademico: i temi riguardano "Origine e sviluppo dell’Egittologia quale scienza storica", "Studio della grammatica egiziana", "Lettura e interpretazione di brevi e facili testi geroglifici" (il corso riprenderà nel dopoguerra, nell’anno accademico 1951/52, sui temi "L’Egittologia dalla scoperta dello Champollion ai tempi nostri"; "L’Egittologia in Italia"; "Introduzione allo studio dei geroglifici").