Il marchesato del Vasto fu un'istituzione territoriale storica che comprendeva gran parte dell'Abruzzo Citeriore, vale a dire l'attuale provincia di Chieti, inclusi alcuni feudi nell'attuale Molise e nella moderna provincia di Pescara. Dipendente dal regno di Napoli, fu costituito nel 1444Ricca, p. 46 (secondo altre fonti nel 1447Soler Salcedo, p. 582Argamasilla de la Cerda y Bayona, p. 377) da Alfonso V d'Aragona per Innico de Guevara. Nel 1806, a causa dell'eversione della feudalità, Tommaso I d'Avalos è stato l'ultimo marchese sovrano.Marrone

Territorio La "capitale" del marchesato era Vasto, storica roccaforte dei Caldora prima che re Alfonso togliesse il feudo al capitano Antonio Caldora, figlio di Giacomo.

I feudi acquisiti negli anni furono Casalbordino, Cupello, Penna de Luco (Punta Penna), Monteodorisio, Gissi, San Salvo, Casalanguida, Dogliola, Furci, Lanciano, Le Ville di Lanciano, Colledimezzo, Monteferrante, Torino di Sangro, Carpineto Sinello, Fresagrandinaria, San Buono, Pescara e Francavilla al Mare.

Storia Inizio del marchesato Dopo il periodo angioino il potere passò prima alla famiglia dei Guevara, poi al re di Napoli e infine alla dinastia aragonese dei d'Avalos, costruttori dell'omonimo palazzo, che rimasero feudatari di Vasto dal 1496 al 1806, anno dell'abolizione della feudailtà.

Occorre tuttavia dare un ragguaglio della situazione che precedette tale stato di cose. Nel 1439 alla morte di Giacomo Caldora, il figlio Antonio ereditò il feudo di Vasto e altri sparsi per l'Abruzzo. La sua fallimentare ribellione contro Alfonso V d'Aragona per appoggiare il partito angioino, culminata nella sconfitta patita nella battaglia di Sessano, gli costò la confisca di vari possedimenti, tra cui Vasto. Vasto si trovò ancora nel demanio regio, investita però di molti privilegi con atto notarile rogato nel chiostro della chiesa di Sant'Agostino (oggi duomo); un clima di tranquillità interrotto bruscamente dal nuovo infeudamento da parte di Alfonso al signore Innico de Guevara il 28 settembre 1444 (altre fonti collocano la data dell'infeudamento nell'anno 1447). Nel 1464 Antonio Caldora tentò la ripresa di Vasto con le truppe di Giovanni II d'Angiò, dichiarando guerra a Ferrante d'Aragona, il quale venne di persona a sconfiggere Antonio. Acquartierò le truppe nel colle di Cona San Giacomo, mentre Antonio, asserragliatosi nel castello, cannoneggiava le truppe aragonesi. Ferrante lasciò al comando delle truppe Giacomo Carafa della Spina, che cinse d'assedio la città, sperando di prenderla per fame. Infatti l'assedio durò 3 mesi, nei quali i cittadini di Vasto, ridotti allo stremo, furono condotti in rivolta da emissari del re, che li invitarono ad acclamare la corona aragonese per terminare la guerra. Così Antonio Caldora con l'inganno venne arrestato e imprigionato, mentre Ferrante ricompensava l'azione del popolo con la conferma dei privilegi di Alfonso, riportandola nel regio demanio. In quest'occasione, nel 1465, si costituì il consiglio civico dei 14 membri del parlamento vastese, rinnovato ogni trimestre, per comporre il maggiore consiglio dei 60. Nel 1570 il consiglio fu ridotto a 40 membri.

Il privilegio di Ferrante durò sino al 1471, quando Vasto venne infeudata al figlio di Innico, Pietro de Guevara; in questi anni la famiglia Guevara godeva del favore del sovrano. Aveva posto la residenza nella casa patrizia di Giacomo Caldora, che nel 1573-87 verrà trasformata in un palazzo patrizio rinascimentale. Nell'ambito della guerra di Ferrante contro papa Sisto IV, alleato di Venezia, alcune galee partirono dalla Serenissima e, nel 1482, distrussero il porto di Vasto; nel 1485 la città cambiò feudatario, dopo che Guevara partecipò alla congiura dei baroni contro Ferrante, ma non prima del 1493, ultimo anno di tranquillità nel regio demanio. Il 13 marzo di quell'anno fu creata l'Università regia del Vasto, sotto la mediazione degli emissari napoletani Nicola e Valerio Cellitto.

Nel 1496 sotto Ferdinando II di Napoli, Vasto venne infeudata a Rodrigo d'Avalos, figlio di Innico I, ma alla sua morte quasi immediata prima di esserne entrato in possesso, la città non rientrò nel regio demanio, e nel 1497 Innico II d'Avalos (fratello di Rodrigo) divenne il secondo marchese del Vasto effettivo. Innico, però, acquisì il potere solo nel 1499, perché l'Università si adoperò per bloccare l'infeudamento, desiderando conservare i privilegi connessi allo status di universitas nel demanio regio ottenuti con Alfonso e Ferrante I.

Al tempo del governo dei Guevara, venne fondato il monastero di Sant'Onofrio, il terzo principale della città, dopo la fondazione di quello di San Giovanni Gerosolimitano dei Cavalieri Templari (presso l'attuale corso Plebiscito) nel XIII secolo, e di quello di Santo Spirito sopra San Biase dei Padri Celestini del XIII-XIV secolo. Mentre il primo andò distrutto nel XIX secolo, il secondo visse periodi alterni dopo il XVII secolo, essendo stato per secoli uno dei cenobi più importanti della regola benedettina del sud Abruzzo, fino a che, sconsacrato, venne adibito nel 1889 a teatro civico, oggi intitolato a Gabriele RossettiIl convento di Sant'Onofrio eremita dei Frati Minori Osservanti risale al 1406, quando i religiosi abitavano presso capanne di legno, e cercavano di erigere una chiesa vera e propria sul colle occidentale fuori Vasto. Dieci frati edificarono un cenobio con ospedale per assistere gli ammalati, finché da Campobasso non venne in città padre Strangone col beneplacito del vescovo di Chieti.

La moglie del Guevara Gisetta Del Balzo mandò a chiamare dal convento frate Angelo da SpecchioG. De Benedictis, Memorie Istoriche del Vasto, p. 243 cfr. Croniche francescane, e nell'avvenimento semi-fantasioso riportato dal De Bendictis, il monaco, ascoltando musica nel palazzo del Capitano, si librò in aria, venendo osannato come un santo, e l'opera di edificazione venne immediatamente finanziata.

Dopo Innico II, gli successe Alfonso d'Avalos, poi Francesco Ferrante d'Avalos e Alfonso II. Il governo di Vasto fu però retto nella maggioranza dai capitano di guardia del palazzo dell'Università.

Prima dell'arrivo della famiglia d'Avalos, il palazzo in piazza Lucio Valerio Pudente era residenza di Giacomo Caldora, costruita dal capitano nel 1427. Nel 1587 la casa fu ristrutturata ampiamente dai d'Avalos, nel programma di ricostruzione della città dopo l'assedio turco del 1566. La città soffrì molto le incursioni di turchi e saraceni, così come tutta la costa dei Trabocchi, sbarcati il 1º agosto 1566. L'esercito di Piyale Paşa danneggiò edifici storici come Palazzo d'Avalos, l'abbazia di San Giovanni in Venere e quella di Santo Stefano in Rivomaris, nonché lo stesso duomo di Vasto (allora dedicato a Sant'Agostino) di cui rimase in piedi solo la facciata gotica. Per questo motivo, l'8 marzo 1568, si iniziò la costruzione di 14 torri costiere di avvistamento e difesa, di cui torre di Punta Penna, ancora esistente.

Alcune parti dello storico edificio, come archi di portale e finestre, sono state scoperte nel 1991, risalenti circa al XIV secolo, segno che esisteva una casa patrizia ancor prima dell'arrivo di Caldora. Ai due lati del portone barocco sono venute alla luce decorazioni in pietra scolpita che adornavano l'accesso. La costruzione esisteva all'epoca della fondazione del monastero di Sant'Agostino (oggi duomo), con privilegio di Carlo II d'Angiò del 24 febbraio 1300.La casa di Giacomo Caldora fu decorata con tegoloni e fregi prelevati dal villaggio italico di Punta Penna, e dalle relazioni dei cronisti, la casa patrizia era una delle più belle del regno di Napoli: vi si poteva vedere il fregio di un grande pesce, lo storico Flavio Biondo scrive: "Vastum Aymonis nobile et vetus oppidum quod prisci dixere Histonium, idque Theatri Vetustissimi Vertigiis et Palatio es Tornatum, quod Jacobus Caldora, est in ea superbissimum aedificavit"Flavio Biondo, Italia illustrata, 1474, p. 399

Incendiato dai turchi nell'estate 1566, il palazzo venne ricostruito dalla casata d'Avalos spendendo 5.000 ducati. La facciata venne edificata con il contributo di frate Valerio De Sanctis del convento di San Francesco nell'anno 1587, a imitazione delle più illustri residenze rinascimentali italiane.

Il 14 giugno 1590 gruppi di banditi guidati da Marco Sciarra penetrarono nella città dal torrione Santo Spirito nella cinta muraria a nord, saccheggiandola. Dopo l'attacco di Sciarra, furono marchesi di Vasto Innico III, Ferrante Francesco, don Diego, Ferdinando Francesco e don Cesare Michelangelo d'Avalos, spogliato della signoria nel 1701 da Filippo V di Spagna che la cedette ad Antonio Lante Montefeltro della Rovere, II duca di Bomarzo.

Nel 1522 le famiglie slave erano cinquanta, in seguito si ridussero di numero, fino a essere completamente assorbite.

Durante il XVI secolo la città riuscì a scampare alla peste del 1536.

Crescita, decadenza e fine Al Seicento risale la costruzione del "palazzo della Penna" e della demolizione della chiesa di San Nicola degli Schiavoni (1638), poi ricostruita e intitolata a Maria Santissima del Carmine, in cui, in un altare minore, si continuò a venerare san Nicola; anche la confraternita assunse la nuova denominazione. Vennero chiamati a Vasto da Diego d'Avalos i "clerici regolari della Madre di Dio", o "padri Lucchesi" che vi giunsero da Napoli a fondare un convento con annesso collegio. All'opera concorsero il marchese, l'università e la confraternita, che concesse la chiesa e una rendita annua di 50 ducati. Alcuni vastesi entrarono nell'ordine e Giuseppe Ricci e Luigi Barbotta ne divennero generali.

Nel 1690 venne istituito a Vasto il Collegio dei Chierici Regolari della Madre di Dio, come scuola dei confratelli del Carmine per l'educazione dei giovani, fortemente voluta dai marchesi d'Avalos nelle persone di don Diego e sua moglie Francesca Carafa della Roccella.

Nella metà dei Seicento non mancarono episodi di banditismo, carestie e sconvolgimenti naturali come frane. Oltre agli smottamenti, nel 1656 la città fu colpita dalla pestilenza proveniente dalla Puglia, ma siccome venne portata in processione per la città la statua del Santo Michele, le vittime, secondo le credenze popolari, non furono numerose come nelle altre località. Da questo momento iniziò il primo segnale della fede devozionale vastese vero l'arcangelo, e in occasione del punto dove terminò la processione, nel 1657 venne realizzata la primitiva cappella dedicata a San Michele, rifatta poi nell'aspetto attuale nella prima metà dell'Ottocento, dopo l'ulteriore conferma di "protezione" del santo dall'epidemia di colera del 1837.

L'annessione di Lanciano e le ville Lanciano all'epoca del dominio spagnolo carolino, stava attraversando una grave crisi sociale ed economica per le guerre di partito spagnolo e francese, i cui fautori erano i Petroniani e gli Antoniani. La città oppressa da tempo per le varie ribellioni alla corona spagnola, aveva subito ammonizioni e confische di feudi, arrivando a perdere per insubordinazione il grado massimo d'importanza politica nei rapporti con la Corona di Napoli:lo status di città libera nel Regio Demanio.

Il momento peggiore della decadenza della città fu nel 1640: Lanciano perse i suoi privilegi di città demaniale, fu eretta a baronia e venduta al duca Castro di Pallavicini dal viceré di Napoli, Medina las Torres, senza l'assenso del re. Nel 1646, poi, venne ceduta al marchese Ferdinando Francesco d'Avalos del Vasto. Il vassallaggio durò più di un secolo e portò un notevole impoverimento della città, vessata dai nuovi padroni. Le sue fiere, per di più, dal 1718 subirono la concorrenza diretta del nuovo mercato franco di Senigallia. Nonostante le numerose sommosse, Lanciano riacquistò la sua libertà solo nel 1778, dopo l'ascesa al trono di Napoli dei Borbone.