La Rivoluzione di febbraio (conosciuta anche come rivoluzione democratico-borghese di febbraio o rivoluzione di marzo) è la prima fase della Rivoluzione russa del 1917.

Frutto della sollevazione, in gran parte spontanea, della popolazione e della guarnigione di Pietrogrado, avvenuta tra il 23 ed il 27 febbraio (secondo il calendario giuliano vigente allora in Russia; tra l'8 e il 12 marzo nel calendario gregoriano), provocò l'abdicazione dell'imperatore Nicola II, la fine della dinastia dei Romanov e dell'Impero russo che durava da quasi 200 anni.

La principale conseguenza della rivoluzione fu l'instaurazione di un governo provvisorio russo - con a capo Georgij L'vov prima e soprattutto Aleksandr Kerenskij poi - che però insistette nel mantenere il paese in guerra contro gli imperi centrali e non riuscì a risolvere i gravi problemi che lo affliggevano: la Rivoluzione d'ottobre che sarebbe seguita dopo poche settimane portò al potere i bolscevichi e diede il via alla lunga e devastante Guerra civile russa.

Minimizzata dagli storici sovietici e occidentali per quasi tutto il Novecento, la rivoluzione di febbraio è stata rivalutata a partire dalla fine degli anni '80, tanto che da allora per una parte degli studiosi è diventata la vera e principale rivoluzione del 1917, molto di più di quella di ottobre.

La situazione della Russia in guerra La guerra aveva rivelato tutte le debolezze strutturali della Russia. Dopo tre anni, l'Impero russo aveva perduto la Polonia, la Bielorussia, la Lituania e parte dell'Ucraina e della Lettonia, perdite non compensate dai successi in Galizia e nel Caucaso. I diciassette milioni di uomini sotto le armi, sottratti alla produzione agricola, mandarono in crisi l'economia nazionale, già messa in difficoltà dal basso livello tecnologico delle industrie e dalla scarsa estensione della rete ferroviaria. L'esercito stesso, già minato dalle gravi perdite subite, dai conflitti tra ufficiali e truppa, dalle diserzioni e dalla sfiducia, riceveva la metà dei rifornimenti necessari in armi, equipaggiamenti e viveri, mentre nelle città si soffriva la fame.M. Reiman, La rivoluzione russa. Dal 23 febbraio al 25 ottobre, pp. 79-86.

Per garantire la massima produttività l'orario di lavoro degli operai era stato allungato, ma i salari reali, per effetto dell'inflazione crescente, erano diminuiti di un terzo, i consumi erano scesi della metà e davanti ai negozi si facevano file di 3-6 ore per acquistare il pane e il latte. Ripresero gli scioperi che assunsero sempre più un carattere politico e denunciavano l'inutile protrarsi della guerra, la corruzione dilagante, l'autocrazia divenuta intollerabile e l'incapacità del governo.M. Reiman, cit., pp. 95-97.

Il discredito investiva in primo luogo i regnanti, la corte e il governo. Nicola II, diffidente e inaccessibile, si mostrava sempre più inetto e rifiutava di prendere in considerazione qualunque riforma del regime autocratico; la zarina Alessandra (tedesca di nascita, allevata direttamente dalla nonna Vittoria del Regno Unito e strettamente imparentata con il kaiser Guglielmo II), reazionaria quanto il marito, era sospettata di simpatie per la Germania e appariva soggiogata da Rasputin, un monaco che da quattro anni imponeva e licenziava i ministri. Il suo assassinio (dicembre 1916), nato da una congiura di palazzo, non aveva mutato la politica del regime.E. Donnert, La Russia degli Zar. Ascesa e declino di un Impero, pp. 450-455.

La settimana che cambiò la Russia Il 23 e il 24 febbraio A Pietrogrado esistevano tre organizzazioni operaie illegali: il Gruppo dei socialdemocratici menscevichi, il Comitato bolscevico e il Comitato interrionale dei socialdemocratici internazionalisti, o mežrajoncy,Da mežrajonnaja, interrionale. Cfr. V. I. Nevskij, Storia del Partito bolscevico, p. 432. un gruppo formato da trotskisti e bolscevichi. Il 23 febbraio (8 marzo) si sarebbe dovuta celebrare la Giornata internazionale della donna: in un primo tempo i Comitati bolscevichi e interrionali invitarono allo sciopero e a manifestazioni contro la guerra, l'autocrazia e il carovita; poi, secondo quanto riferisce Kajurov, attivista bolscevico del quartiere di Vyborg, il 22 febbraio (7 marzo) "l'eccitazione delle masse costrinse il Comitato di quartiere a interrompere la propaganda a favore dello sciopero", in vista di altre "imminenti manifestazioni".V. N. Kajurov, Šest' dnej Fevral'skoj revoljucii, in Proletarskaja revoljucija, 1, 1923.

Con suo «stupore e imbarazzo», il giorno dopo egli seppe che in alcune fabbriche tessili le operaie erano ugualmente entrate in sciopero e chiedevano sostegno ai metalmeccanici: «sembrava non esserci alcun nuovo motivo, salvo le code sempre più lunghe per il pane, a farle scioperare».V. N. Kajurov, cit. Secondo i dati ufficiali, nella capitale furono gli scioperantiV. I. Nevskij, cit., p. 447. che scesero in strada e cercarono di raggiungere il centro della città. Il regime si trovò impreparato a fronteggiare le dimostrazioni: apparvero le bandiere rosse e ci furono tafferugli con la polizia.M. Reiman, cit., p. 101.

Il 24 febbraio (9 marzo) il numero degli scioperanti aumentò ancora, raggiungendo la cifra di circa operai, e i manifestanti invasero il centro della città, con parole d'ordine contro l'autocrazia e la guerra. Nelle vie principali si tenevano comizi volanti che venivano dispersi dai cosacchi a cavallo, ma senza la consueta violenza,N. N. Suchanov, Cronache della Rivoluzione russa, I, p. 6. limitandosi ad attraversare la folla senza caricare. Si sparse la voce che diversi cosacchi vedessero di buon occhio la manifestazione, sorridendo ai dimostranti.V. N. Kajurov, cit.; L. D. Trotskij, Storia della Rivoluzione russa. La Rivoluzione di febbraio, p. 93. Diverso era il comportamento dei poliziotti, i cosiddetti «faraoni», e contro di loro si esercitava l'odio della folla.

Il generale Chabalov, comandante della regione militare di Pietrogrado, seguendo l'esperienza della rivoluzione russa del 1905 non aveva ancora previsto l'uso delle armi, benché nel corso delle due giornate dai manifestanti «fossero stati bastonati 28 poliziotti» riservando l'intervento dell'esercito per il giorno dopo, se le manifestazioni fossero continuate.L. D. Trotskij, cit., pp. 94-95. Il numero dei feriti tra la polizia è un dato governativo.

Il 25 e il 26 febbraio

Sabato 25 febbraio (10 marzo) scioperarono a Pietrogrado operai, gli studenti, i trasporti pubblici, e molte piccole imprese ed esercizi commerciali chiusero i battenti. I dimostranti invasero il centro della città: a piazza Znamenskaja,Poi piazza Vosstanja, piazza della Rivoluzione. intorno al monumento di Alessandro III, si tenevano comizi. Come previsto, la polizia prese a sparare, ma dalla folla si rispose al fuoco e il commissario Krylov cadde ucciso.L. D. Trotskij, cit., p. 95; V. I. Nevskij, cit., p. 447.

I soldati inviati a reprimere la manifestazione restarono passivi, a parte un reparto di dragoni che aprì il fuoco al Gostinyj Dvor, il mercato coperto sulla Prospettiva Nevskij, facendo tre morti e dieci feriti. Nemmeno i cosacchi si mossero, anzi in qualche caso intervennero contro la polizia. Una loro scarica di fucileria la mise in fuga da piazza Znamenskaja, alla stazione un commissario fu ucciso a sciabolate da un cosacco, che venne portato in trionfo dalla folla. Incoraggiati, gli scioperanti diedero la caccia ai poliziotti, che scomparvero dalla scena.L. D. Trotskij, cit., p. 96; M. Reiman, cit., p. 101.

Verso sera, dal quartier generale di Mogilëv, Nicola II telegrafò a Chabalov ordinandogli di «liquidare sin da domattina i disordini nella capitale» ed emanò il decreto di sospensione dei lavori della Duma.E. Donnert, cit., p. 457. Il governo decise, ancora una volta, che polizia ed esercito dovessero far uso delle armi. Durante la notte furono operati un centinaio di arresti: in particolare, furono arrestati i membri del gruppo operaio del Comitato centrale dell'industria, diversi esponenti dei sindacati e delle cooperative,N. N. Suchanov, cit., p. 26. e il comitato dei bolscevichi.L. D. Trotskij, cit., p. 98; M. Reiman, cit., p. 102.

Domenica 26 febbraio (11 marzo) il governò tentò di volgere la situazione a proprio favore. A Pietrogrado, presidiata dai militari, cominciarono le sparatorie contro la folla e all'una del pomeriggio la Prospettiva Nevskij era coperta di cadaveri. La grande novità della giornata fu la ribellione di una compagnia del reggimento Pavlovskij, sulla quale esistono diverse versioni. Secondo una versione, la IV compagnia del Pavlovskij sparò contro un reparto di polizia impegnato nella repressione delle manifestazioni lungo il canale Caterina. La compagnia si presentò poi in caserma, invitando i compagni alla rivolta, e qui ci fu una nuova sparatoria.N. N. Suchanov, cit., p. 31. Secondo un'altra versione, per difendere i dimostranti la compagnia aveva sparato contro la squadra d'istruzione del proprio reggimento.M. Reiman, cit., p. 102. Una terza versione afferma che una parte del reggimento Pavlovskij non solo si rifiutò di reprimere le manifestazioni, ma sparò anche contro i reggimenti Preobraženskij e Keksgol'mskij.

Le autorità mostravano ormai pessimismo. L'agente dell'Ochrana Surkanov, infiltrato nel partito bolscevico, scrisse nel suo rapporto ai superiori: «il popolo si è convinto dell'idea che è cominciata la rivoluzione [...] che il governo è impotente [...] che la vittoria decisiva è vicina».L. D. Trotskij, cit., p. 101. Il presidente della Duma Rodzjanko, convinto monarchico, telegrafò allo zar: «La situazione è grave. Nella capitale regna l'anarchia. Il governo è paralizzato [...] Per le strade si spara a casaccio. Le truppe si sparano a vicenda. È indispensabile e urgente affidare la formazione di un nuovo governo a una persona che goda della fiducia del paese [...] Ogni esitazione sarebbe letale». Lo zar, ancora a Mogilëv, rimase indifferente. Quel giorno annotò nel suo diario: «Alle dieci sono andato a messa [...] La sera ho giocato a domino».E. Donnert, cit., pp. 457.

A tarda sera, il governo decise di proclamare lo stato d'assedio, ma non si trovò nessuno che attaccasse i manifesti. Solo un poliziotto ne affisse qualcuno sui muri d'una strada e gettò i restanti.

Il 27 febbraio

Lunedì 27 febbraio (12 marzo) Rodzjanko inviò altri telegrammi allo zar. Gli ricordava che la sospensione della Duma fino ad aprile era stato un errore, perché così si abbatteva «l'ultimo baluardo dell'ordine», lo invitava a revocare il decreto e a formare un nuovo governo, dal momento che l'attuale era «del tutto impotente». La situazione a Pietrogrado era grave: «Le truppe della guarnigione sono inaffidabili. I reggimenti della guardia sono contagiati dallo spirito di rivolta». E concludeva: « e il movimento si estende all'esercito, trionfa il tedesco, e la caduta della Russia, così come della dinastia, saranno inevitabili. Imploro Vostra Maestà in nome della Russia intera di accettare queste proposte». Nicola II non rispose nemmeno, limitandosi a commentare con l'aiutante di campo Frederiks: «Quel ragazzone di Rodzjanko mi scrive di nuovo sciocchezze varie, a cui non risponderò affatto».E. Donnert, cit., pp. 457-458.

Gli scioperi continuarono. Per coinvolgere i soldati nella rivolta, fu diffuso un appello ai soldati, e gli operai di Vyborg organizzarono comizi di fronte alla caserma del reggimento Moskovskij, ma gli ufficiali aprirono il fuoco, disperdendoli.L. D. Trotskij, cit., pp. 103-104. La svolta avvenne con la rivolta del reggimento Volynskij: in mattinata, guidati dal sottufficiale Timofej Kirpičnikov, i soldati uccisero con un colpo di fucile alla schiena il capitano Laškevič e il suo attendente e s'impadronirono delle armi. Corsero poi alle caserme dei reggimenti Preobraženskij e Litovskij e li trascinarono con sé dal reggimento Moskovskij, che dopo una certa resistenza si unì alla rivolta.L. D. Trotskij, cit., p. 108.