Ipsipile (), nota anche come Issipile, Isifile o Hisiphile,Libro Delle Donne Illustri, Tradotto per Giuseppe Betussi, di Giovanni Boccaccio, ed. Pietro de Nicolini da Sabbio, 1547, p. 21. è un personaggio della mitologia greca.
È la protagonista dell'omonima tragedia di Euripide, la meglio conosciuta tra le sue opere frammentarie, conservata per circa la metà.
Mito Ipsipile era figlia di Toante,Apollonio Rodio, Argonautiche I, 620-621; (Apollodoro), Biblioteca, I, 9, 17; Stazio, Tebaide V, 38-39; Igino, Fabulae, 15, 254. figlio di Dioniso e Arianna e re dell'isola di Lemno.Apollonio Rodio, Argonautiche IV, 424-426; Ovidio, Eroidi 6, 114-115; (Apollodoro), Biblioteca, E, 1, 9; Stazio, Tebaide IV, 776.
Durante il regno di Toante, le donne di Lemno (Lemniadi) smisero di offrire sacrifici alla dea Afrodite,Apollonio Rodio, Argonautiche, I, 609-630. a causa dell'infedeltà della dea nei confronti di suo marito Efesto, dio grandemente venerato a Lemno.Valerio Flacco, Argonautica, II, 98-107. Allora Afrodite punì le donne con una forte alitosi che le rendeva ripugnanti agli uomini,(Apollodoro), Biblioteca, I, 9, 17. i quali iniziarono a trascurarle razziando schiave nella vicina Tracia. Le donne allora decisero di vendicarsi sterminando l'intera popolazione maschile (androcidio): non solo i mariti, ma anche i padri, i fratelli e i figli. Solo Ipsipile ingannò le altre e salvò Toante nascondendolo in una cassa, o barca,Stazio, Tebaide, V, 287-289. mandata alla deriva, da cui poi fu soccorso da pescatori di Sicandro. A questo punto, per comune accordo delle altre donne, Ipsipile divenne regina di Lemno,Valerio Flacco, Argonautica, II, 306-310. ormai abitata da sole donne, che pertanto si dedicarono anche ad attività allora tradizionalmente maschili (agricoltura, allevamento, guerra).
In seguito, Lemno fu la prima tappa di Giasone e dei suoi Argonauti, diretti in Colchide per recuperare il vello d'oro.Pindaro, Pitica IV, 251-254, Olimpica IV, 18-23; Apollonio Rodio, Argonautiche, I, 609-910. Dapprima le lemnie si presentarono armate sulla spiaggia, temendo si trattasse di un attacco dei traci; appresa la verità, decisero di accordare agli eroi il permesso di sbarcare. Dopo un dibattito sul da farsi, le lemnie decisero di accogliere gli Argonauti come ospiti onorati; Ipsipile raccontò a Giasone quanto accaduto, omettendo però il massacro degli uomini. Gli eroi si trattennero per qualche tempo sull'isola, unendosi alle lemnie, prima che Eracle esortasse i compagni
a ripartire per la Colchide. In particolare, Ipsipile si legò a Giasone: frutto della loro relazioneApollonio Rodio, Argonautiche I, 609-910; Ovidio, Eroidi VI; Valerio Flacco, Argonautica II, 311-425; Stazio, Tebaide, V, 335-474. fu un figlio, Euneo, oppure, secondo altre versioni, due gemelli: Euneo e Toante.Chiamato Toante come il nonno materno nella Ipsipile di Euripide, oppure Nebrofono (Biblioteca, I, 9, 17) o Deipilo (Igino, Fabulae, 15). Infine Ovidio (Eroidi, VI) parla di due bambini, ma senza indicarne i nomi.
Qualche tempo dopo, le lemnie scoprirono che anni prima Ipsipile aveva tradito il patto salvando Toante, e perciò tentarono di ucciderla, ma ella riuscì a fuggire da Lemno assieme ai figli, finendo però catturata dai pirati e venduta come schiava a Licurgo, re di Nemea nel Peloponneso,Euripide, Ipsipile (primo autore in cui compare questa seconda fase del mito, tanto che si è pensato sia proprio un'invenzione euripidea); Stazio, Tebaide, V, passim. mentre i bambini furono affidati da Orfeo, che era stato uno degli Argonauti, al nonno Toante.Euripide, Ipsipile. A Nemea, Ipsipile divenne balia del figlio di Licurgo e di sua moglie Euridice, il piccolo Ofelte. Mentre badava al bambino, Ipsipile lo lasciò brevemente incustodito per mostrare una fontana (la fonte Langia) ai Sette eroi argivi diretti ad assediare Tebe: proprio allora Ofelte fu ucciso da un serpente. I Sette uccisero il serpente, quindi uno di loro, il veggente Anfiarao, ribattezzò il bambino Archemoro, vaticinando l'esito infausto della loro stessa spedizione a Tebe. Quindi i Sette istituirono giochi funebri per Archemoro, origine dei futuri giochi nemei. Per questa negligenza Ipsipile venne condannata a morte da Licurgo ed Euridice, ma si salvò grazie all'intervento dei SetteIgino, Fabulae, 15; (Apollodoro), Biblioteca, III, 6, 4. e dei suoi due figli che, giunti per partecipare ai giochi, la riconobbero e la liberarono dalla schiavitù.
Nella cultura successiva Ipsipile è menzionata da importanti autori della letteratura italiana. Ipsipile figura tre volte nella Divina Commedia di Dante Alighieri, seppur curiosamente mai citata per nome. In primo luogo, Giasone è posto da Dante tra i seduttori puniti nellInferno (canto XVII, vv. 88-93), verosimilmente per aver sedotto e abbandonato la donna: Dante segue infatti la versione della Tebaide di Stazio. Quindi, nel Purgatorio, quando Dante sta conversando con le sue due guide, Virgilio e Stazio stesso, il primo spiega al secondo che vari pagani illustri dimorano con lui nel limbo, compresa Ipsipile (Védeisi quella che mostrò Langia: canto XXII, v. 112). Infine, la sua liberazione dalla schiavitù è richiamata dal poeta in una similitudine (canto XXVI, vv. 94-96). Qualche decennio dopo, Ipsipile fu tra le donne celebrate da Giovanni Boccaccio nel suo trattato in latino, De mulieribus claris.
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