Il Libro di Daniele (, Daniy'èl; ; ) è un testo contenuto nella Bibbia ebraica (Tanakh) e nell'Antico Testamento di quella cristiana. È scritto in ebraico ma contiene un'estesa sezione in aramaico ().
Il Canone ebraico annovera il libro di Daniele tra i Ketuvim, quello cristiano tra i libri profetici. Esso descrive alcune vicende ambientate durante l'esilio a Babilonia (587–538 a.C.) del profeta Daniele, saggio ebreo che rimane fedele a Dio, e visioni apocalittiche preannuncianti il Figlio dell'Uomo-Messia e il regno di Dio.
Secondo l'ipotesi maggiormente condivisa dagli studiosi, la redazione definitiva del libro avvenne in Giudea in epoca maccabea«Benché si siano considerate due epoche redazionali (una più antica, per la prima parte, e l'epoca dei maccabei per la seconda), in realtà l'opera tutta intera, com'è allo stato attuale, è da attribuire al tempo dei maccabei. Diciamo "allo stato attuale", lasciando aperta una possibile redazione parziale più antica», L. Monloubou, F.M. Du Buit, Dizionario Biblico, Borla, Città di Castello 1987, p. 257., circa al tempo della morte di Antioco IV Epifane, avvenuta nel 164 a.C. Il libro, infatti, contiene riferimenti storici attribuibili all'età ellenistica dei Seleucidi e mostra, dal punto di vista letterario, caratteristiche ritenute tardive quali la presenza dei generi letterari haggadico e apocalittico"The Historical Apocalypses (Daniel; Book of Dreams and Apocalypse of Weeks in 1 Enoch; Jubilees; 4 Ezra; 2 Baruch)", in John J. Collins, Daniel with an Introduction to Apocalyptic Literature, Grand Rapids (MI), Eerdmans, 1984, pp. 6-14. e, da quello teologico, un'angelologia molto sviluppata e la risurrezione corporea dei morti.
Le versioni greche (la "Settanta" e Teodozione) e la Peshitta siriaca contengono anche tre sezioni assenti nel testo masoretico, per le quali si ipotizza un originale semitico: la preghiera di Azaria e il cantico dei tre giovani nella fornace, la storia di Susanna, Bel e il Drago.
Generalità L'esegesi critica moderna ritiene Daniele uno scritto tardivo, di molto posteriore ad altri libri profetici quali Geremia ed Ezechiele, per cui non è incluso nei Neviìm. Si pensa che sia stato scritto durante la persecuzione di Antioco IV di Siria (175–164 a.C.), per infondere coraggio agli Ebrei cui era stato vietato di praticare la propria religione. Più che testo profetico sarebbe quindi un libro apocalittico, di un genere fiorito in età ellenistica a partire dal III secolo a.C.. Come nel caso dei libri di questo tenore, esso opera distinzioni nette tra bene e male, tra Dio e i demoni, tra buoni e cattivi, promettendo la vittoria finale dei primi e la condanna definitiva dei secondi.
Nella versione più ampia (detta dei "Settanta") il libro di Daniele è compilato da originali noti in tre diverse lingue: i capitoli 1 e 8-12 ci sono pervenuti in ebraico; i capitoli da 2,4 a 7,28 ci sono pervenuti in aramaico; i versetti 3,24-90 e i capitoli 13-14 ci sono giunti solo in greco (non presenti nel testo masoretico).
L'attuale collocazione del capitolo 13, dovuta a san Girolamo, è narrativamente incongrua perché nell'episodio compare un Daniele giovinetto mentre nei capitoli precedenti è già anziano. Nel testo greco di Teodozione, infatti, il capitolo 13, contenente l'episodio di Susanna, precede tutto il resto del testo, e svolge la funzione di introdurre la figura di Daniele, giudice saggio e fedele sin dall'adolescenza. Questa collocazione conferiva al libro una struttura concentrica, in cui il testo "greco" (ma anch'esso originariamente scritto in aramaico o in ebraico) formava una cornice, che includeva il testo ebraico, e a sua volta include il testo aramaico. Il testo aramaico, a sua volta ha una struttura concentrica, il cui centro è la preghiera di Nabucodonosor (4,31-34).Lenglet, A. “La Structure Littéraire de Daniel 2-7.” Bib 53 (1972): 169-90.
I frammenti di Daniele trovati a Qumran testimoniano che la natura bilingue (aramaico-ebraico) del testo esisteva già nel I secolo a.C. e che il testo era molto simile a quello attuale. Benché a Qumran non siano stati trovati frammenti delle sezioni pervenute solo in greco, gli studiosi non dubitano della loro antichità.
Le sezioni in greco non sono contenute nel canone ebraico e perciò sono considerate "apocrife" dalle chiese protestanti; sono però considerate canoniche dalla chiesa ortodossa e da quella cattolica, che le inserisce fra i libri deuterocanonici.
Storia testuale Il testo ebraico masoretico (il cui più antico manoscritto, il Codice di Leningrado, risale solo al 1008 d.C.) ha trovato una buona conferma nei frammenti trovati a Qumran e risalenti ad oltre un millennio prima. La traduzione greca detta di Teodozione è anch'essa una traduzione fedele di un testo proto-masoretico, ma probabilmente è anteriore a Teodozione (viene utilizzata anche nelle citazioni del Nuovo Testamento) e fu semplicemente inserita da lui nella sua Bibbia greca.
L'antica traduzione greca della Settanta precede quella detta di Teodozione e presenta perlopiù delle limitate differenzeJin Yang Kim, Two versions of the story of Susanna: Old Greek and Theodotion, 2008Allen Paul Wikgren, A comparative study of the Theodozionic and Septuagint translations of Daniel, 1932, talvolta supportate dai frammenti di Qumran. Vi sono, però alcune discrepanze importanti nei capitoli 4-6 e ciò ha portato ad ipotizzare che essa sia la traduzione di un testo ebraico diverso da quello masoretico, e forse leggermente più antico. L'antica versione greca venne rimpiazzata da quella di Teodozione negli stessi manoscritti della Settanta ed è sopravvissuta solo tramite un manoscritto della biblioteca ChigiCodex Chisianus 45 (da alcuni numerato 87 o 88). e tramite il papiro 967, oltre che nella traduzione siriaca letterale della LXX fatta da Paolo di Tella.
La storia del testo è stata fonte di molteplici discussioni. Oggi la grande maggioranza degli studiosi ritiene che le visioni dei capitoli 8-12 siano di epoca maccabea, mentre i racconti dei primi capitoli dipendano da tradizioni dei secoli precedenti. Nonostante la sua organizzazione per episodi, debolmente collegati da annotazioni cronologiche, il libro ha una struttura unitaria, particolarmente evidente nella parte aramaica, organizzata in modo concentrico attorno alla preghiera di Nabucodonosor (4,31-34), molto simile alla preghiera di Nabonide, un testo trovato frammentario a Qumran.John J. Collins, Current Issues in the Study of Daniel, in Collins-Flint (eds.), The Book of Daniel. Composition and Reception, Vol I, Brill 2002, pp. 5-6.
Un altro motivo unificante il libro è la figura di Daniele descritta in analogia a quella di Giuseppe: Giuseppe e Daniele sono entrambi condotti in schiavitù Entrambi sono cortigiani potenti di un re straniero Lo spirito di Dio risiede in loro (Gen 41,38; Dan 5,11) Ritengono che l'interpretazione dei sogni provenga solo da Dio (Gen 40,8; Dan 2,28; 8 ecc.) Dio fa conoscere il futuro (Gen 41,25; Dan 2,28; 8 ecc) Entrambi hanno un bell'aspetto (Gen 39,6; Dan 1,4) Hanno una catena d'oro attorno al collo (Gen 41,42; Dan 5,29) Questo parallelismo è verosimilmente funzionale a sottintendere un altro parallelismo nel prosieguo dei tempi: il ritorno del popolo ebraico nella terra promessa (dall'Egitto e da Babilonia) e un futuro glorioso (il regno di Davide/Salomone per Giuseppe; quello del Figlio d'Uomo per Daniele).
Si osservi che nel canone ebraico il libro di Daniele è collocato subito prima di quello di Esdra, con cui è collegato in vari modi. Mentre Daniele si apre con la sottrazione degli arredi del Tempio da parte di Nabucodonosor, Esdra inizia raccontando la loro restituzione da parte di Ciro. La redazione bilingue di entrambi i testi e una stessa struttura letteraria, poi, fornirebbe secondo Wesselius un ulteriore collegamento.Jan-Wim Wesselius, The Writing of Daniel, in Collins-Flint (eds.)., The Book of Daniel. Composition and Reception, Vol I, Brill 2002, pp. 309
Questi indizi motivano alcuni studiosi a ritenere che le vistose discontinuità del testo siano un artificio letterario e a ritornare all'ipotesi di una storia testuale breve e con un solo autore, ma collocata in epoca maccabea.Secondo Wesselius (stessa fonte stessa pagina): «The book of Daniel, instead of resulting from a gradual process of collecting and redacting of various texts, is a well-composed literary unity that was most likely written as a whole in the period often supposed for its final redaction: just before the Maccabean revolt.»
Genere letterario Nella Bibbia ebraica (la Tanakh) il libro di Daniele è collocato nella terza parte, dedicata agli Scritti ("Ketuvim"). Per i cristiani, invece, esso si trova nel corpus profetico, come opera del quarto fra i profeti maggiori. Ciò significa che i cristiani hanno privilegiato la sua lettura come profezia cristologica.
La parte aramaica e quella greca hanno un carattere narrativo e gli esegeti hanno spesso cercato somiglianze con i racconti di corte ("court tales") di altri libri biblici (Giuseppe ed Ester) o di altre letterature semitiche antiche. Il Libro di Daniele avrebbe riutilizzato una raccolta di racconti, nata fra i giudei della diaspora, in cui il tema pagano della rivelazione del futuro tramite sogni sarebbe stato rielaborato per introdurvi la necessità di una interpretazione illuminata da YHWH e concessa solo ai suoi fedeli.Per esempio cfr. John J. Collins, "The Court-Tales in Daniel and the Development of Apocalyptic" in Journal of Biblical Literature, Vol. 94, No. 2 (Jun., 1975), pp. 218-234. In questo senso, quindi, la parte narrativa è un testo unitario di tipo sapienziale: costituisce soprattutto un'apologia della superiorità del monoteismo.
La parte ebraica, invece, ha molte affinità con la letteratura apocalittica giudaica. La maggior parte di queste opere sono apocrife, non canoniche. Fra esse si segnalano l'Enoch etiope, il Testamento dei Dodici Patriarchi, l'Apocalisse siriaca di Baruc e il Libro dei Giubilei. Nella Bibbia solo i libri di Gioele e di Zaccaria e per il Nuovo Testamento l'Apocalisse di Giovanni possono essere considerati appartenenti, come Daniele, alla letteratura apocalittica. Le caratteristiche principali di questo tipo di opere sono: La passione per l'esoterismo, cioè la rivelazione di segreti altrimenti inaccessibili; La pseudonimia, cioè l'attribuzione della rivelazione all'operato di personaggi molto antichi. Ciò è consistente con l'opinione che non potesse darsi alcune rivelazione successiva a quella mosaica. L'uso della pseudonimia era probabilmente evidente ai lettori contemporanei alla redazione, ma era utile in periodi di persecuzione, i periodi cioè in cui la letteratura apocalittica viene più frequentemente redatta e maggiormente apprezzata. Un'analogia laica è l'opera lirica del Nabucco per trattare dell'Unità d'Italia aggirando la censura austriaca. Le visioni, utilizzate come strumento di rivelazione e spesso collocate in cielo. Benché anche negli scritti profetici si incontrino visioni, quelle degli scritti apocalittici sono caratterizzate da un simbolismo più cerebrale e di interpretazione più complessa. L'interpretazione delle Scritture. Gli scritti apocalittici, soprattutto quelli canonici, prendono spesso le mosse dalla necessità di interpretare uno scritto profetico. Per esempio il nono capitolo del libro di Daniele offre una reinterpretazione del cap. 25 di Geremia (cfr. nel seguito la "profezia delle settanta settimane").
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