La grotta di San Biagio, conosciuta anche con il nome di ipogeo dei Santi Giasone e Mauro., è stata un tempio pagano, un cimitero paleocristiano, un oratorio benedettino e una chiesa cattolica di Castellammare di Stabia: al suo interno è conservato un ciclo di affreschi in stile bizantino e longobardo.

Storia Probabilmente per la costruzione della ville romane dell'antica Stabia si iniziò ad estrarre del tufo dalle falde della collina di Varano, formando una serie di cinque cavità.: una di queste, che poi prenderà il nome di grotta di San Biagio, già in epoca romana avrebbe assunto un altro ruolo. Infatti, secondo il Rosania, un patrizio vissuto nel XVII secolo, l'antro sarebbe divenuto un tempio dedicato a Plutone e al suo interno fosse presente un oracolo dedicato al dio: mancano tuttavia elementi certi per affermare questa tesi.. È comunque possibile che la grotta sia stata un tempio dedicato a una divinità pagana., in quanto, sovente, con l'arrivo dei benedettini, questi venivano consacrati al culto di san Michele.

Tra il V ed il VII secolo la grotta divenne un cimitero paleocristiano: probabilmente appartenuta a una nobile famiglia che aveva una villa nel territorio di Stabia, questi seppellirono al suo interno, dopo la conversione al cristianesimo, non solo i resti mortali dei familiari ma anche di altre persone.. È comunque accertata l'esistenza del paganesimo nella zona tra il VI e VII secolo in quanto venne ritrovata, nei pressi della grotta, una lapide risalente a tale periodo, che così recita:

Sarebbe quindi da attribuirsi proprio alla conversione di questi sposi la trasformazione dell'antro da tempio pagano a cimitero paleocristiano. Tra il V e il VI secolo venne effettuato un primo ciclo pittorico.

Con l'arrivo dei benedettini a Stabia, in una data compresa tra il VI. e l'VIII secolo, questi trasformarono il cimitero in un oratorio e al suo interno venne istituito il culto di san Michele, diffondendone la venerazione in città.; probabilmente un monaco francese di nome Bernardo, di ritorno da un viaggio in Terra santa nel 870, si proponeva di fare visita ai tre più importanti santuari dedicati a Michele, tra cui quello sul Monte Aureo: tuttavia questo si limitò a visitare la grotta, descrivendola come profonda e scura tanto da aver bisogno di fiaccole per entrare.. Anche i benedettini utilizzarono la grotta per seppellire i loro confratelli: i corpi venivano deposti in tombe di mattoni disposte dal basso verso l'alto e una volta che lo spazio terminava se ne murava l'ingresso.. La grotta di San Biagio è tra i luoghi indicati come luogo di sepoltura di san Catello., morto nel VII secolo: il corpo però non è mai stato ritrovato.. Tra il X e l'XI secolo venne rinforzata con archi, le gallerie laterali furono chiuse e venne effettuato un nuovo ciclo pittorico.. In questo periodo il territorio circostante era scarsamente abitato: i monaci, proprietari dei terreni, bonificarono la zona rendendola nuovamente fertile e, in particolare, quando questi venivano dati in fitto, imponevano che le terre venissero bonificate e coltivate.. Tra l'XI e il XII secolo, secondo monsignor Francesco Di Capua, la grotta è consacrata ai santi Giasone e Mauro, fratelli martirizzati nel III secolo, che si affiancarono al culto di san Michele. Sempre in questo periodo divenne meta di processioni, come quella del 25 aprile per propiziare il raccolto, a luglio in occasione della festa dei santi Giasone e Mauro, mentre in novembre i monaci offrivano un pranzo al vescovo, al Capitolo e al clero per rinnovare il rapporto di amicizia tra le due parti stretto per contrastare le invasioni e rendere nuovamente fertili le terre. In un documento del XIV secolo l'oratorio viene nuovamente segnatolo come chiesa dedicata ai santi Iasone e Mauro: il nome Iasone non è stato più utilizzato nei secoli successivi ed è stato interpretato, erroneamente, come Biagio. La grotta venne abbandonata dai benedettini tra il XVI e il XVII secolo.

Nel XVII secolo venne affidata alla confraternita dei cardatori di lana, i cosiddetti carminatores, i quali erano riuniti in forma di congrega. I carminatores avevano come protettore san Biagio; nel 2007, durante i lavori di pulizia della grotta, vennero ritrovati dei frammenti di una statua, i quali furono successivamente assemblati e esposti al Museo diocesano sorrentino-stabiese: la statua, probabilmente San Biagio, era forse utilizzata per decorare la sepoltura di un confratello.

A seguito a una credenza popolare che indicava la grotta di San Biagio come possibile luogo dove era nascosto un tesoro, vennero deturparti le strutture e gli affreschi, oltre ad essere profanate le tombe: divenuto luogo di ritrovo di malviventi e vagabondi, nel 1695, per volere del vescovo Annibale di Pietropaolo, venne chiusa e il culto di san Biagio trasferito nella cattedrale..

Nel XIX secolo venne utilizzata come deposito per polvere da sparo. Al termine del XIX secolo Giuseppe Cosenza scrisse una monografia sull'ipogeo; successivamente altri studi vennero fatti da monsignor Francesco di Capua, ispettore onorario delle Antichità e delle Belle Arti. Nel giugno 1949 Libero D'Orsi venne nominato ispettore onorario e il 9 gennaio 1950., alle ore sette del mattino, insieme a un bidello e a un meccanico disoccupato, iniziò le prime indagini sistematiche alla grotta.. Le esplorazioni permisero il ritrovamento di sepolture cristiane, ricoperte con tegole di fattura romana e protocristiana, al cui interno si rinvennero scheletri ma non i corredi.: si arrivò alla conclusione che tutto il piano di calpestio e i corridoi laterali erano un sepolcreto; dai primi scavi emersero un gran numero di ossa tanto che il D'Orsi così scrive:

Di un corridoio Libero D'Orsi lo descrive della lunghezza di un centinaio di metri, con la volta crollata e ossa sistemate alla rinfusa, e che poi dovette rinunciare all'esplorazione per la mancanza di ossigeno.. Le indagini vennero quindi spostate all'esterno: si cercò di raggiungere il piano di calpestio di epoca romana, che nel corso dei secoli venne sepolto sotto una coltre di detriti vulcanici e alluvionali. Grazie all'acquisto di materiale utile per le esplorazioni, per una spesa di circa settantamila lire, si iniziarono i lavori e nel corso dello scavo vennero ritrovati pezzi di stucco e pietre adatte per la realizzazione dell'opera reticolata che si scoprirà successivamente provenire da una parte franata della collina su cui era posizionata villa Arianna.. A 5 metri di distanza dalla porta d'ingresso e a una profondità di 4, tra il 19 e il 21 gennaio 1950, venne individuata una tomba, confermata poi essere protocristiana, dalla lunghezza di 2 metri.: aperta alla presenza di Alfonso D'Avino, assistente del Soprintendente, e della dottoressa Olga Elia, direttrice degli scavi di Pompei., al suo interno si rinvennero due scheletri umani.. A 2 metri dall'ingresso, a 80 centimetri di profondità, fu rinvenuta una soglia in marmo serpentino e più in basso due tombe che non furono aperte. Le indagini durarono poco più di un mese e si conclusero il 14 febbraio 1950, quando venne scavata una trincea di 2 metri di lunghezza per 3 di larghezza, poco distante dal poligono di tiro, senza però alcun ritrovamento: Libero D'Orsi spostò i suoi scavi sulla collina di Varano dove riporterà alla luce le ville dell'antica Stabia. Nel 1970 furono individuate esternamente altre quattro grotte, ma non vennero mai esplorate e murate con del cemento.

Descrizione La grotta di San Biagio si trova ai piedi della collina di Varano, sotto la villa romana detta di Arianna.: in antichità si affacciava sull'antica strada che congiungeva Stabia a Nocera..

In un'incisione a bulino del 1750 realizzata da Pio Tommaso Milante per il De Stabiis, Stabiana Ecclesia et Episcopis eius, comprare una raffigurazione dell'antro come doveva presentarsi alla metà del XVIII secolo, ossia con volta a botte, altare sul fondo, tre altari su ogni lato, un ingresso a arco e un sedile sul lato, il tutto realizzato in opera reticolata..

In origine l'accesso alla grotta avveniva tramite un arco in pietra e non era presente alcuna porta di protezione: successivamente l'arco venne murato e all'ingresso, sotto il vescovo Ippolito Riva, venne posto un portone in legno.

Internamente la grotta, che si trova a cinque metri più in basso rispetto al piano stradale e ha una lunghezza di 33 metri per 3 di larghezza, si divide in tre parti, ossia atrio, navata e abside. L'atrio ha una forma rettangolare e misura 6 metri di lunghezza per 2,90 di larghezza ed è sorretto da archi in tufo: nella parete di sinistra si trovano tre piccoli loculi, mentre in quella di sinistra solamente uno e la loro funzione era probabilmente quella di ospitare le lucerne che illuminavano l'ambiente o oggetti funerari o, ipotesi molto remota, essere tombe di bambini. In questo ambiente sono state rinvenute tracce di affreschi in stile giottesco con temi francescani: sul lato destro di riconosce Gesù e un Bambino, forse un angelo, e un Santo francescano, presumibilmente san Francesco, mentre al lato destro della porta due figure non ancora identificate, di cui una con la palma del martirio..