Visio cuiusdam pauperculae mulieris (lett. "La visione di una povera donna") è un testo anonimo del IX secolo (819–822), in lingua latina e composto probabilmente a Reichenau, che narra di una breve visita all’oltretomba compiuta da una povera donna di Laon, al fine di condannare l’operato del sovrano carolingio Ludovico il Pio.
TramaSi segue il testo dell’unica edizione critica: H. Houben, Visio cuiusdam pauperculae mulieris: Überlieferung und Herkunft eines frühmittelalterlichen Visionstextes (mit Neuedition), Zeitschrift für die Geschichte des Oberrheins, vol. 124, 1976, p. 31-42.
Introduzione La visione si apre riferendo laconicamente un fatto portentoso: una povera donna della contrada di Laon fu rapita in estasi e, al suo ritorno, prese a narrare come le fosse stato concesso di osservare le pene dei dannati e il riposo dei santi, avendo avuto come guida un uomo in ambito monastico.
La pene di Carlo Magno, di Begone e di Ermengarda La prima anima di cui si parli viene definita solo sovrano d’Italia (principem Italiae), ma si deduce chiaramente sia Carlo Magno e non se ne descrive la pena. La povera donna chiede alla guida se costui sia o meno destinato al paradiso, e le viene risposto che per la liberazione dai tormenti sarebbe sufficiente che l’imperatore Ludovico, suo figlio, offrisse 7 messeCfr. M.P. Ciccarese, Visioni dell’aldilà in Occidente: fonti, modelli, testi, Nardini, Firenze, 1987, p. 395. Ma T. Noble sembra intendere il termine latino "agapes" come banchetti a favore dei poveri, in T.F.X. Noble, Greatness contested and confirmed: the raw materials of the Charlemagne Legend, in The Legend of Charlemagne in the Middle Ages. Power, Faith and Crusade, a cura di M. Gabriele e Jace Stuckey, Palgrave Macmillan, New York, 2008, p. 5. Anche C. Carozzi (in C. Carozzi, Le Voyage de l’âme dans l’au-delà, Collection de l’école française de Rome, Roma, 1994, p. 321) intende il termine come una distribuzione di sette pasti. in sua memoria. Subito dopo viene introdotto il secondo dannato, Begone di Tolosa, fidato consigliere e amico dell’imperatore Ludovico il Pio. Costui giace supino e due diavoli gli versano in bocca oro fuso, deridendolo per questa soddisfazione oltremondana della sua avarizia.
Ugualmente tra i dannati si trova pure Ermengarda, prima moglie di Ludovico il Pio, che viene schiacciata da tre massi: uno sul capo, uno sul petto e il terzo sul dorso. Ermengarda si rivolge alla povera donna, supplicandola di intercedere per lei presso il marito, in modo che preghi per lei e la aiuti. Come segno di riconoscimento, la regina rivela segrete conversazioni con l’imperatore, di cui nessun altro poteva essere al correnteLe segrete conversazioni sarebbero avvenute in un frutteto al tempo della mia deposizione (“mee depositionis tempestate”, nell’edizione critica di Houben, e quindi anche in M.P. Ciccarese, Visioni dell’aldilà in Occidente), oppure al tempo del mio fidanzamento (Cfr. C. Carozzi, Le Voyage de l’âme dans l’au-delà, p. 321, dove si congettura “mee desponsationis tempestate”)..
Il muro del Paradiso Terrestre e le scritte dorate La povera donna e la sua guida raggiungono un muro alto fino al cielo, a protezione del giardino terrestre, tutto coperto di lettere dorate. Il monaco spiega che vi sono iscritti i nomi di tutti i beati, ed invita la donna a leggerne due: il primo è quello di Bernardo, re d’Italia, e risplende di luce più d’ogni altro; il secondo, scuro e quasi illeggibile, è quello di Ludovico il Pio. La povera donna, superate le sue difficoltà (sostiene infatti di essere analfabeta, ma su insistenza del monaco riesce ugualmente a leggere), domanda alla sua guida quale sia il motivo della quasi completa cancellazione dell’imperatore carolingio da quel muro: quegli le risponde che ciò è dovuto all’ingiusto assassinio di Bernardo stesso; la invita quindi a tornare fra i vivi e raccontare per intero la sua visione.
Conclusione La povera donna non trova il coraggio per narrare quanto le è accaduto, dunque riceve una seconda visita celeste come sprone. Nonostante ciò, nuovamente tace, dunque il monaco torna una terza volta e la interroga sul motivo della sua reticenza. Lei si proclama troppo umile per recare notizie di tanta importanza, e così le viene sottratta la vista, per poi riacquisirla solo quando, molti giorni dopo, si sarà recata a riferire la sua visione alla presenza del re.
Una visione politica
La peculiarità della Visio cuiusdam pauperculae mulieris è la sua natura intrinsecamente politica. Manca ogni accenno ad una topografia oltremondana, così come non v’è alcun intento morale a beneficio della comunità o del singoloCfr. ad esempio M.P. Ciccarese, Visioni dell’aldilà in Occidente: fonti, modelli, testi, p. 391-392, bensì un chiaro e preciso ammonimento di natura politica. La visione infatti si apre con la figura di Carlo MagnoCarlo Magno viene chiamato ''princeps Italiae” come nella Visio Wettini: probabilmente serve a ricordare al lettore il diretto legame di discendenza col nipote Bernardo, legittimando ancora di più quest’ultimo e la sua ribellione, dopo che furono messi in discussione gli onori derivati appunto dal nonno. Cfr. C. Carozzi, Le Voyage de l’âme dans l’au-delà, p. 322. fra tormenti, anche se non è chiaro sulla base di quale colpaCfr. C. Carozzi, Le Voyage de l’âme dans l’au-delà, p. 323: è però probabile che si ponga nel solco della critica all’ultimo decennio del suo regno, durante la quale la familia del sovrano parve macchiarsi di concubine e figli illegittimi, poiché il re rifiutava un nuovo matrimonio. Questo sarebbe in linea con la politica di purificazione della corte imperiale intrapresa da Ludovico il Pio all’indomani della sua incoronazione, nell’814, e si rispecchierebbe anche in altri testi di carattere visionario, in particolare la Visio Wettini e la Visio RotchariCfr. P.E. Dutton, The Politics of Dreaming in the Carolingian Empire, Lincoln, University of Nebraska Press, 1994, pp. 50-80, in cui pure si suggerisce che Eginardo scrivesse la sua Vita Karoli proprio in reazione a questo moto di proteste..
Non è però la critica a Carlo Magno il nucleo della visione. Il tema principale, che si sviluppa tramite gli incontri con Begone (“Picho” nel testo della visione) e con Ermengarda, per culminare con la scena del muro e delle iscrizioni dorate, è la diretta polemica contro la dura repressione imperiale della ribellione di Bernardo, re d’Italia. Infatti quando nell’817 l’imperatore Ludovico suddivise il suo regno tra i figli, evitò volutamente di riconoscere alcunché a Bernardo, figlio illegittimo di un figlio di Carlo Magno, e quindi nipote di Ludovico stesso. Bernardo, che dal padre già aveva ereditato il regno d’Italia, temette di essere del tutto escluso dagli onori a lui concessi dal nonno, e dunque tentò una rivolta, che però fu presto repressaCfr. ad esempio J. Keskiaho, Dreams and Visions in the Early Middle Ages: The Reception and Use of Patristic Ideas, 400-900, Cambridge University Press, Cambridge, 2015, p. 66.. Fu quindi imprigionato ad Aquisgrana e accecato in quanto traditore, ma morì presto per le ferite subite. Secondo una tradizione narrata da Andrea da Bergamo nella sua continuazione alla Historia Langobardorum, sarebbe stata la stessa regina Ermengarda ad invitare con l’inganno Bernardo a palazzo e a farlo accecare, senza che l’imperatore sapesse; è possibile che nella Visio cuiusdam pauperculae mulieris si riecheggi una versione dei fatti simile, e questo spiegherebbe la presenza fra i dannati della sovranaCfr. C. Carozzi, Le Voyage de l’âme dans l’au-delà, p. 322..
Meno chiara è la presenza del conte di Parigi Begone: costui non era infatti mai descritto come particolarmente avido, e soprattutto era già morto nell’anno della ribellione di Bernardo. La virulenza dell’attacco nella Visio pare dunque sostenere una sua qualche implicazione nelle trame a danno del re d’Italia, ma non sappiamo altroCfr. A. Miro, Deux comtes au service de Louis le Pieux. Bégon [806-816] et Bérenger [816-835], semper fideles, Le Moyen Age, vol. CXX, 2014, pp. 395-398. Qui si suggerisce che la critica a Begone prenda le mosse dalla costante ostilità del mondo monastico ai conti carolingi, visti come barbari e peccatori..
È certo, comunque, che l’intera visione si articoli attorno ad una critica al potere imperiale, tramite la condanna oltremondana dei più grandi esponenti della corte, quasi a voler parzialmente scaricare la colpa su costoro, lasciando una possibilità di redenzione all’imperatore, destinatario esplicito della visione. Ludovico il Pio viene così invitato alla conversione, cosa che effettivamente avverrà nell’822, con la famosa penitenza ad AttignyCfr. C. Carozzi, Le Voyage de l’âme dans l’au-delà, p. 323. Proprio per via della penitenza d’Attigny, l’822 viene qui proposto come terminus ante quem per la stesura della Visio cuiusdam pauperculae mulieris. Dal momento che la morte della regina Ermengarda risale all’anno 818, si può datare più precisamente la visione agli anni 819-822..
La tradizione manoscrittaSi segue quanto riportato nell’edizione critica, ovvero H. Houben, Visio cuiusdam pauperculae mulieris: Überlieferung und Herkunft eines frühmittelalterlichen Visionstextes (mit Neuedition), pp. 31-42.
Esistono 9 codici manoscritti riportanti la Visio cuiusdam pauperculae mulieris. Essendo un testo estremamente breve, non circola mai autonomamente: Karlsruhe, Badische Landesbibliothek, Aug. Perg. 111. IX secolo (830–840). St Gallen, Stiftsbibliothek, 573. IX secolo. München, Bayerische Staatsbibliothek, Clm 18564 b. Attorno al 900. München, Bayerische Staatsbibliothek, Clm 536. Fine XI secoloSi tratta di un codice fattizio, dunque la datazione si riferisce solamente all’unità codicologica contenente la Visio cuiusdam pauperculae mulieris e la Visio Wettini. Cfr. H. Houben, Visio cuiusdam pauperculae mulieris: Überlieferung und Herkunft eines frühmittelalterlichen Visionstextes (mit Neuedition), p. 34.. Bruxelles, Bibliothèque Royale Albert I, 10615-10729. Attorno al 1100. Rein, Stiftsbibliothek, 51. XII secolo. Chicago, Newberry Library, Ry 6Questo codice era originariamente Lambach 77, cioè proprio dell’abbazia benedettina di Lambach, in Alta Austria.. XII secolo. Zwettl, Stiftsbibliothek, 262. XII secolo. Heiligenkreuz, Stiftsbibliothek, 11-14. XII secolo.
Pare di poter riconoscere due famiglie: la prima ha come codice più antico quello oggi conservato a Karlsruhe, ma prodotto a Reichenau; la seconda discenderebbe dal codice di St Gallen, e pare derivare da una tradizione sviluppatasi nell’abbazia di TegernseeCaratteristica peculiare di questa famiglia è la scorretta divisione della Visio cuiusdam pauperculae mulieris in due: una prima parte che giunge fino all’episodio di Begone, una seconda che inizia con la figura d’Ermengarda.. È certo, tuttavia, che tutti questi codici derivino dalla zona dell’Austria e della Germania meridionale. Peculiare poi la compresenza fissa della Visio cuiusdam pauperculae mulieris e della versione in prosa della Visio Wettini: in tutti i 9 codici le due visioni sono entrambe presenti, solitamente con la visione della povera donna a seguire l’altra. A tal proposito va notato come nel codice più antico, il Cod. Aug. Perg. 111, la Visio cuiusdam pauperculae mulieris occupi solo il folio 91v, dopo due facciate lasciate bianche, ma mostri chiaramente un progressivo restringimento della grafia e dell’interlinea, e rompa lo specchio di scrittura a fin di pagina. Questo ha suggerito che già i copisti dell’epoca sentissero un forte legame tra i due testiQuesto fatto suggerisce anche che il testo successivo, cioè la Visio Wettini che inizia al f. 92r, sia precedente all’aggiunta della visione di una povera donna, e quindi propone un terminus post quem per la stesura di questa copia del testo, cioè l’824..
Ambito di produzione Un luogo e un autore?