Nel 1531, nella casa di John Fisher, due persone morirono e numerose altre si sentirono male dopo aver mangiato un porridge. Colui che lo aveva preparato, ovvero Roose, venne accusato di aver avvelenato l'alimento. Il movente non venne mai del tutto chiarito, ma si pensò che egli avesse tentato di uccidere il suo padrone John Fisher e, proprio per tale ragione, venne condannato a morte.
Il caso di Roose acquisì sin da subito un'enorme notorietà. Al crimine s'interessò lo stesso re Enrico VIII, il quale emanò un provvedimento che correlava il reato di avvelenamento all'alto tradimento e ne puniva i responsabili con l'esecuzione pubblica per bollitura a morte in un calderone. Richard Roose fu il primo ad essere sottoposto a questo procedimento secondo il nuovo decreto, che verrà abrogato già nel 1547 sotto il regno di Edoardo VI d'Inghilterra, in quanto ritenuto estremamente crudele.
A posteriori sono state fatte molte teorie e speculazioni sul reale andamento dei fatti del 1531. Secondo alcuni, Roose tentò di avvelenare il vescovo Fisher per conto dei suoi nemici, come ad esempio la futura regina Anna Bolena e la sua famiglia, oppure lo stesso sovrano Enrico VIII. Secondo altri, egli era innocente e fu ingiustamente condannato a morte per coprire i crimini di altre persone mai identificate. La vicenda di Roose andò a collocarsi nella complessa situazione politica interna dell'Inghilterra pre-anglicana e fu probabilmente conseguenza del conflitto tra il vescovo Fisher ed Enrico VIII.
Antefatti Origini di Roose Pochissimo si sa della vita di Richard Roose.. Stando alle fonti, era il cuoco del vescovo di Rochester John Fisher, mentre altre testimonianze vogliono che fosse un amico del cuoco nella residenza episcopale di Fisher a Lambeth. Anche il suo cognome è incerto: secondo le fonti dell'epoca, egli viene infatti indicato anche come Richard Rouse, Richard Cooke o Richard Rose..
Conflitto tra Fisher ed Enrico VIII Il re Enrico VIII d'Inghilterra a partire dalla seconda metà degli anni 1520 si era invaghito di una delle dame di compagnia della sua prima moglie Caterina d'Aragona, Anna Bolena, ma la ragazza si rifiutava di intrattenere rapporti intimi col re finché egli fosse sposato. Di conseguenza, il sovrano aveva cercato di persuadere sia il papa che la Chiesa cattolica inglese a concedergli il divorzio. Pochi uomini di chiesa dell'epoca sostennero Enrico dal principio e alcuni, tra cui il vescovo di Rochester e affermato teologo John Fisher, si schierarono apertamente contro il proposito del sovrano.. Nonostante Fisher fosse stato cappellano della potente nonna del re, ovvero Margaret Beaufort. e uomo fidato del precedente sovrano Enrico VII d'Inghilterra, si era quindi presto posto in inimicizia col re per la sua difesa di Caterina d'Aragona...
All'inizio del 1531, il parlamento d'Inghilterra era in seduta da oltre un anno. Sotto forti pressioni del sovrano aveva già approvato una serie di piccole ma significative riforme che limitavano la libertà individuale, sia contro presunti mali sociali (come il vagabondaggio) sia contro la Chiesa,. ad esempio limitando il ricorso al praemunire (ovvero il riconoscimento dell'autorità superiore del papa rispetto al Re d'Inghilterra) e obbligando i monasteri e le abbazie più piccoli a chiudere, inasprendo inoltre anche le torture in caso di arresto.. Enrico VIII, ormai in aperto conflitto con papa Clemente VII dato il suo rifiuto di concedergli il divorzio da Caterina, meditava già di separare la Chiesa inglese da quella romana e stava tentando di rafforzare la propria autorità in previsione dello scisma. Il più forte oppositore di queste manovre era John Fisher, che divenne il punto di riferimento del partito anti-regio. L'ambasciatore del Sacro Romano Impero in Inghilterra, Eustace Chapuys, corrispondente diretto e confidente del vescovo Fisher,. scrisse in questo periodo all'Imperatore Carlo V che il vescovo aveva già pessimi rapporti col re, e che soggetti anonimi ma in qualche modo vicini al sovrano avevano minacciato di «gettare Fisher e i suoi seguaci nel Tamigi» se avesse continuato opporsi,.. tanto che il vescovo l'aveva pregato di far finta di non conoscerlo e di inviare delle missive scritte utilizzando un codice cifrato. Come diretta conseguenza, il vescovo fu vittima di forti intimidazioni: nel gennaio 1531 venne accusato di praemunire e nel mese di febbraio (poco dopo l'incidente di Roose), mentre si trovava nel proprio studio privato in cima al palazzo episcopale, qualcuno sparò in direzione del tetto dell'abitazione, inducendolo a fuggire da Londra per rifugiarsi nella sua sede vescovile di Rochester...
Poco dopo si ammalò in circostanze misteriose; il malanno fu di breve durata ma provò molto il prelato. L'atmosfera di sospetto a corte e la passione con cui Fisher difendeva la posizione della regina Caterina d'Aragona (prima di essere arrestato come oppositore del re scrisse sette libri in suo sostegno) irritavano tanto Enrico quanto Anna Bolena, la quale infine, consigliò a Fisher di non presenziare in Parlamento, dove era atteso per condannare lei e il re, per evitare il rischio di «contrarre nuovamente qualche malattia come già accaduto prima»..
Riguardo all'avvelenamento, fino al 1531 questo tipo di reato era molto raro nella in Inghilterra, soprattutto se confrontato con altri crimini come la violenza sessuale e il furto. Sono comunque documentati casi di avvelenamento nei primi decenni del XVI secolo. Nel 1523 un uomo accusato di aver ammorbato «diverse persone» fu bollito vivo a Smithfield, proprio come capitò a Roose..
L'avvelenamento Fatti del 18 febbraio 1531 Nel primo pomeriggio del 18 febbraio 1531 Fisher e alcuni suoi ospiti stavano cenando nella sua residenza episcopale londinese di Lambeth, a sud-ovest della città. Un successivo atto del parlamento, lActe for Poysoning ("atto dell'avvelenamento"), descrisse i fatti di quel giorno in un resoconto ufficiale, affermando che:
Poco tempo dopo il pasto, almeno una quindicina di individui si sentirono male. Risulta che tutte loro, durante il pranzo a casa del vescovo, avessero consumato un pottage,. ovvero un tipo di porridge salato, anche se stando ad altre testimonianze fu invece una "zuppa" o una "minestra". Tra le vittime due morirono: un familiare di Fisher e noto gentiluomo di nome Bennett Curwen, e una vedova di nome Alice Tryppytt, che si era recata alla cucina del vescovo in cerca di elemosina..
Fisher quel giorno non mangiò nulla e pertanto sopravvisse. Non si sa perché Fisher non avesse consumato nulla quel giorno: stando al suo primo biografo Richard Hall, Fisher avrebbe studiato così intensamente nel suo ufficio da aver perso completamente l'appetito,. ma «desiderò che i servitori cominciassero a mangiare e fossero allegri»; secondo la testimonianza molto diversa di G. W. Bernard, il vescovo era solito non mangiare mai prima che i mendicanti alla sua porta lo avessero fatto come forma di carità. Come diretta conseguenza, quel giorno, avrebbe lasciato «svolgere il ruolo fatale di assaggiatori» ai suoi ospiti. Hall riporta inoltre che i sopravvissuti riportarono danni fisici indelebili per tutta la loro vita.
I sospetti caddero sugli addetti in cucina, in particolare su Roose. Il fratello del vescovo e suo domestico Richard Fisher ordinò quindi di far arrestare il cuoco.. Risulta anche che Cooke tentò la fuga, ma invano e venne presto catturato.. Messo sotto interrogatorio presso la Torre di Londra, fu sottoposto a tortura e confessò le proprie supposte responsabilità nell'evento.
La sostanza nel porridge Nonostante l'evento abbia generato scalpore, non fu mai appurato quale tipo di sostanza fosse presente nel porridge consumato dalle vittime. La maggior parte dei resoconti la definisce infatti, in modo molto approssimativo, "veleno". Sono state avanzate numerose ipotesi sulla sua natura: secondo una di queste, il cibo ingerito dalle vittime era nocivo in quanto contenente lievito avariato, pertanto l'avvelenamento in realtà sarebbe stato dovuto a un'intossicazione alimentare. Altri pensano che il porridge contenesse una varietà irritante di erica, che era utilizzata in quel periodo come veleno per topi, oppure altre piante ben più velenose come il giusquiamo nero e l'aconito, la cui presenza è attestata nell'Inghilterra dell'epoca.
Responsabilità di Roose Molte ipotesi sono state fatte sull'effettivo coinvolgimento del cuoco nel supposto crimine, di seguito riportate. Il giorno in cui venne torturato, Roose affermò di aver messo quello che credeva essere un lassativo nella pentola del porridge al solo fine di fare uno scherzo. Stando a quanto disse durante la sua ammissione, Roose credeva che il porridge sarebbe stato mangiato solo dai colleghi servi e la polvere da lui versata nell'alimento avrebbe dovuto causare solo un po' di disturbo intestinale senza per questo essere fatale. A tale versione nessuno credette. Alcuni pensano che il colpevole non fosse Roose, ma un ignoto il quale fu in grado di far ricadere la colpa su di lui. Bernard suggerisce che questo individuo, conoscente di Roose, lo avesse mandato a prendergli da bere, e in sua assenza avesse avvelenato la minestra. Richard Hall, biografo seicentesco che fornì un resoconto dettagliato della vita di Fisher, sostenne una versione leggermente diversa: per lui Roose non era il cuoco del palazzo episcopale, bensì un conoscente dello stesso cuoco; stando al biografo, il presunto assassino avrebbe colto un attimo di distrazione dell'amico per avvelenare il porridge durante la sua preparazione. Secondo Bernard, Roose potrebbe davvero aver avvelenato di proposito il porridge, ma di averlo fatto in quanto istigato da terzi. Stando all'autore, dal momento che Fisher era sempre stato una spina nel fianco del re, il sovrano avrebbe forse voluto spaventare o uccidere il vescovo, o quantomeno doveva essere al corrente del complotto contro di lui. Il re tuttavia rimase molto turbato dalla notizia, non solo per la sua stessa paranoia riguardo al veleno, ma forse anche per la paura di essere implicato quale mandante del gesto di Roose. L'ambasciatore Chapuys sospettò che i responsabili fossero il sovrano (anche se lo definì «troppo buono per fare una cosa del genere») oppure i membri della famiglia Bolena. Tra i principali sospetti mandanti del tentato avvelenamento di Fisher rientrano anche Anna Bolena, suo fratello George Boleyn e il loro padre Thomas Boleyn, I conte del Wiltshire. Alcune testimonianze dell'epoca vogliono che fosse stato il conte del Wiltshire a fornire al cuoco il veleno perché si sbarazzasse del vescovo. Tali voci, riportate ad Enrico VIII da Tommaso Moro, sembra avessero preso piede nella popolazione già maldisposta nei confronti della futura regina, facendo così infuriare lo stesso Enrico con conseguenze drammatiche per Roose. Alcuni decenni più tardi, il gesuita spagnolo Pedro de Ribadeneira attribuì fermamente la colpa dell'avvelenamento alla stessa Anna Bolena, scrivendo che «desiderava vedere Rochester morto da quando aveva difeso la causa della regina con tanto valore. Spinta da questo odio, aveva precedentemente tentato di ucciderlo, corrompendo uno dei cuochi del vescovo, chiamato Richard Roose, per versare del veleno nella pentola da cui Rochester e i suoi servi di solito mangiavano». Anna Bolena è ritenuta la principale mandante dell'avvelenamento anche da autori più recenti: Philippa Gregory, nel suo romanzo L'altra donna del re (2001), per bocca di Maria Bolena (sorella di Anna) si dice convinta della colpevolezza dell'amante di Enrico VIII e probabilmente anche del loro padre, il conte del Wiltshire (tesi poi ribadita dall'autrice anche al di fuori della finzione romanzesca).
Processo ed esecuzione
La condanna del re