L’analisi biografica a orientamento filosofico (acronimo: abof) è una relazione di cura in senso filosofico.Si pensi alla distinzione operata da Martin Heidegger tra Sorge e Kur, ossia tra l’aver cura e il curare, ben resa anche dalla distinzione inglese tra to care e to cure. Per comprendere come la cura, non solo dell’anima ma dell’esistenza tutta, sia centrale per l’intera storia della filosofia e come, da Socrate a Foucault, svolga una funzione trasformativa, dunque "terapeutica" nel senso originario del termine, si vedano tra gli altri M. Montanari, La filosofia come cura, Mursia, Milano 2012 e L. Mortari, Filosofia della cura, Raffaello Cortina, Milano 2015. L’abof si propone a coloro che, in passaggi chiave della loro esistenza, rischiano di smarrire un senso che li orienti nella vita; tutto questo, ancora una volta, sulla scia degli insegnamenti di Socrate, Diogene, Epicuro, Epitteto e di altri filosofi che rintracciano, nell’adesione scontata e non meditata allo spirito del proprio tempo, l’origine di un’inconsapevolezza patologica comune a molti.
L'abof rivisita profondamente i campi della filosofia e delle psicologie del profondo creando una nuova area di studio e di pratiche che attiene alla ricerca di senso per gli individui e per i gruppi che vivono il desiderio di esplorare il loro malessere anche al di fuori del perimetro della clinica. Si riscopre in questo senso il versante esistenziale della cura che fu la cifra originaria della filosofia intesa come modo di vivere.
Umberto Galimberti l’ha inserita nel Nuovo dizionario di Psicologia, Psichiatria, Psicoanalisi e Neuroscienze, alla voce biografico (metodo)U. Galimberti, Nuovo dizionario di Psicologia, Psichiatria, Psicoanalisi e Neuroscienze, Feltrinelli, Milano 2018, p. 188. In Italia, ormai da anni, la Rivista di Psicologia Analitica ospita articoli e saggi di analisti biografici a orientamento filosofico, dando spazio a una proposta nel campo della ricerca e della cura del senso che, insieme agli intrecci, eccede il perimetro delle psicologie del profondo. poiché è nella singola vicenda biografica di ciascun individuo, che si scopre espressione condizionata del mondo, che è possibile scorgere e provare
«a ricucire le scissure che nascono dall’esperienza familiare e personale, ma che trovano le loro precondizioni nelle separazioni e contrapposizioni della nostra cultura.» R. Màdera, La carta del senso. Psicologia del profondo e vita filosofica, Raffaello Cortina, Milano 2012, p. XXVIII. Romano Màdera è il principale ideatore di questo indirizzo nella relazione tra filosofia e cura del profondo, concepito assieme a Luigi Vero Tarca.
L’abof, ideata dal filosofo e psicoanalista Romano Màdera, propone di superare queste spaccature a favore di uno sguardo d’insieme che, nel solco della tradizione filosofica di diversi indirizzi, sappia
«“vedere secondo il tutto” (katholou greco), cioè cogliere ogni cosa nei suoi raccordi con ogni altra, comprendendola in un gioco di interdipendenza e mutua determinazione.»C. Baracchi, “Il fantasma dell’anima e alcune sue storie”, in C. Mirabelli e A. Prandin (a cura di), Philo. Una nuova formazione alla cura, Ipoc, Milano 2015, p. 112.
Se non si vuole ridurre la complessità del reale alla sfera dell’io occorre riconoscere come ogni singola biografia sia intessuta da un vasto ordito di relazioni (materiali, storiche, simboliche, culturali, sociali) che la innervano e alle quali contribuisce a sua volta a dare forma. Il tragitto esistenziale è tracciato a partire dall’intreccio di costanti antropiche e variazioni storico-culturali che il mondo mette a disposizione di ogni vita. In tal senso l’abof non pensa il soggetto come un punto di partenza – quindi come una sostanza determinata e uguale a sé stessa che sia formata sin dalla nascita – bensì come risultato in divenire di istanze molteplici e convergenti, luogo di condensazione che, singolarizzando il comune della specie e della cultura di appartenenza, è consegnato all’avventura di un processo aperto di riconoscimento reciproco e autoriconoscimento, che non può escludere di principio conflitti e crisi periodiche di adattamento al vivere associato.
Lo specifico filosofico di tale proposta, tuttavia, non si riduce a questa capacità di sguardo d’insieme. Si incardina nella ricerca di un senso che sappia orientare l’esistenza, reggere di fronte alle prove della vita in momenti difficili e facilitarne la piena fioritura in un’ottica “individuativa”.
La comprensione delle coordinate dell’abof sarebbe incompleta senza un esame dei quattro punti cardinali che fanno di questa pratica dialogica di consapevolezza una declinazione specifica del metodo biografico: 1) il binomio “espressione e riconoscimento”, per cui il soggetto matura solo se libero di esprimersi in uno spazio relazionale accogliente e rispettoso, che fornisca il riconoscimento necessario per consolidare un sano senso di sé ; 2) l’integrazione progressiva dei nostri “doppi impresentabili” (aspetti temuti, poco contattati e non accettati di sé) con graduale abbandono delle quotidiane “maschere di carattere” indossate per conformarsi alle aspettative sociali dominanti; 3) la “simbologica” come convivenza creativa tra pensiero indirizzato, logico e discorsivo, da un lato, e pensiero fantasticante, immaginativo e simbolico, dall’altro. Invece di contrapporre queste dimensioni dell’umano, la simbologica ricuce la scissione e nella differenza apprezza il contributo di entrambe le forme di pensiero per una ricerca integrata di senso; 4) l’esercizio delle trascendenze antiche e nuove, finalizzato al superamento della centratura autocompulsiva e dell’egoismo, con relativa ricollocazione del senso di sé all’interno di una percezione più vasta delle relazioni tra i viventi e dei legami che li connettono affidandoli a una comunanza di destino ormai planetaria.Per queste quattro modalità di azione e riflessione appena ricordate cfr. R. Màdera, La carta del senso. Psicologia del profondo e vita filosofica, Raffaello Cortina, Milano 2012 e R. Màdera, Il metodo biografico come formazione, cura, filosofia, Raffaello Cortina, Milano 2022
Rispetto al tema della sofferenza esistenziale, l’abof considera i momenti critici della vita come passaggi ineludibili, cogliendo nel concetto di “crisi di presenza” coniato da Ernesto de Martino uno spunto prezioso per descrivere il rischio, comune a tutti gli umani, di perdere orientamento quando le condizioni del divenire storico-sociale minacciano l’equilibrio delle persone. L’abof, assumendo una prospettiva sul disagio che è anche antropologica e filosofica, si rivolge soprattutto a chi vuole proteggere e potenziare la propria presenza fronteggiando le difficoltà della vita che impongono un ripensamento della propria posizione etica ed esistenziale. Le dinamiche che concorrono a generare tali difficoltà sono sistemiche e irriducibili alla sola sfera psicologica: mettono piuttosto in gioco l’interezza del soggetto e la sua capacità di reperire un senso vitale nel flusso molteplice dell’esperienza.
Le origini e lo sfondo L’abof è una delle pratiche filosoficheSulle pratiche filosofiche si veda ad esempio: www.scuolaphilo.it/docs/Madera-RitiroPraticheFilosofiche_11-2008.pdf. Sugli intrecci, gli incontri e gli scambi intorno alle pratiche filosofiche (e l’abof in particolare), si veda ad esempio nel sito di Philo – Pratiche filosofiche di Milano la pagina dedicata ai collaboratori del centro culturale , che ospita da numerosi anni decine di incontri gratuiti di collaborazione e scambio con ospiti professionisti e ricercatori di diverse correnti filosofiche, psicologiche, pedagogiche, letterarie, artistiche. Analisti filosofi hanno partecipato e partecipano a diversi convegni nazionali e internazionali, e loro articoli e saggi sono presenti in diverse pubblicazioni (oltre a quelle citate qui in bibliografia), italiane ed estere. diffuse in Italia dagli anni Novanta del XX secolo in ambito sociale, educativo, universitario e di cura. Per questo sono richiesti all’analista biografico a orientamento filosofico (o analista filosofo) non solo la competenza professionale ma, come condizione di tutto il suo agire, l’indirizzo vocazionale della sua vita alla filosofia, concretizzato nella dedizione agli esercizi filosofici personali e comunitari, e nella formazione permanente della persona.
Per l’abof il metodo è costituito in primo luogo dall’analista stesso, secondo l’indicazione di Jung riguardo alla psicoterapia, ma ciò vale in ogni ambito professionale di cura e di vita quotidiana:
«Ogni psicoterapeuta non ha il suo metodo: “è egli stesso quel metodo”. Ars totum requirit hominem.»C.G. Jung, Medicina e psicoterapia, in Id. Opere, vol. 16 Pratica della psicoterapia, Bollati Boringhieri, Torino 2007, p. 98.
Fu Carl Gustav Jung, nel 1951, a sottolineare come l’analisi richiedesse spesso un sapere di carattere filosofico, quando fece presente che vi erano:
«non pochi cosiddetti pazienti che, pur non essendo affetti da una nevrosi clinicamente classificabile, consultano il terapeuta a causa di conflitti psichici e altre difficoltà della vita, sottoponendogli problemi la cui soluzione implica la discussione di principi ultimi. Spesso queste persone sanno benissimo, mentre il nevrotico lo sa raramente, o non lo sa mai, che i loro conflitti riguardano il problema fondamentale del loro atteggiamento e che questo atteggiamento dipende da determinati principi o idee generali, insomma da certe convinzioni religiose, etiche o filosofiche.»Prosegue Jung: “Grazie a questi casi la psicoterapia si estende molto al di là dei limiti della medicina somatica e della psichiatria, sconfinando in ambiti un tempo riservati a sacerdoti e filosofi. Nella misura in cui questi ultimi non operano più o in cui viene negata loro dal pubblico la facoltà di operare, si vede quale lacuna lo psicoterapeuta sia talvolta chiamato a colmare e fino a che punto la cura d’anime e la filosofia si siano allontanate dalla realtà della vita. Al pastore si rinfaccia che si sa già quanto stava per dire; al filosofo che le sue parole non hanno alcuna utilità pratica. La cosa curiosa è che entrambi (a parte eccezioni rarissime) professano una decisa avversione per la psicologia”: C.G. Jung, Questioni fondamentali di psicoterapia (1951), in Id., Opere, vol. 16, cit., p. 133. Rispetto a questo crescente numero di pazienti, scrive Jung, “noi psicoterapeuti dovremmo essere veri filosofi o medici filosofi” (ibid., p. 56). La citazione è tratta da R. Màdera, “C.G. Jung come precursore di una filosofia per l’anima”, in Il senso di psiche, Rivista di psicologia analitica, 76/2007, n.s. n. 24, pp. 56-57. Si tratta di un articolo davvero esaustivo sul tema della comparazione tra l’approccio junghiano e alcune prospettive filosofiche nel quale si delinea la possibilità di una loro feconda contaminazione, considerata del tutto coerente con lo spirito junghiano, che trasforma entrambe per dare vita a una pratica terza che va sotto il nome di analisi biografica ad orientamento filosofico.
Lo psicoanalista svizzero non è certo l’unicoTra molti si veda innanzitutto Erich Neumann, Psicologia del profondo e nuova etica, tr. it. Moretti & Vitali, Bergamo 2005. a indicare la necessità di rinnovare lo sguardo sulla pratica analitica tesaurizzando, anche in chiave di terapia dell’esistenza, un sapere filosofico inteso come ricerca biografica di un senso che sappia indirizzare l’esistenza e rendere conto di ciò che accade.R. Màdera, La carta del senso, cit. Secondo lo psicoterapeuta esistenziale Irvin Yalom, ad esempio, il lavoro di cura
«affonda le radici non solo nei nostri immediati antenati psicoterapeuti, a partire da Freud e Jung , e tutti i loro antenati – Nietzsche, Schopenhauer, Kierkegaard – ma anche Cristo, Buddha, Platone, Socrate (…) che hanno, sin dall’inizio dei tempi, alleviato la disperazione umana.»I. D. Yalom, Il dono della terapia, tr. it. Neri Pozza, Vicenza 2014, pp. 252-253.