La Storia di Apollonio re di Tiro (Historia Apollonii regis Tyri) è un'opera della letteratura latina di autore ignoto, composta ipoteticamente tra la fine del II e l’inizio del III secolo. Il testo si compone di 51 capitoli. Dei tre romanzi latini giunti fino a noi – gli altri sono il Satyricon di Petronio (frammentario) e le Metamorfosi di Apuleio – è il più tardo e l’unico di cui non si possa identificare l’autore.
Trama Il re di Antiochia AntiocoBenché il personaggio sia fittizio, in numerosi testi antichi (Valerio Massimo, Plutarco, Appiano di Alessandria, Luciano di Samosata e Flavio Claudio Giuliano) compare l'aneddoto secondo cui l'omonimo re Antioco I, peraltro fondatore della città, avrebbe nutrito una passione semi-incestuosa per la matrigna Stratonice di Siria, seconda moglie di suo padre Seleuco I. Ciò proverebbe che sia il nome di Antioco sia la città di Antiochia erano già associati al tema dell'incesto. si innamora della figlia, macchiandosi di incesto e tenendola con sé attraverso un crudele stratagemma: tutti i pretendenti che chiedono la mano della fanciulla dovranno risolvere un indovinello e saranno decapitati se risponderanno erroneamente. Apollonio, cittadino tirio di nobili origini, giunge al suo cospetto e risponde correttamente al quesito, incentrato sul comportamento incestuoso del sovrano. Antioco, stupito, afferma che la risposta è errata ma concede comunque al giovane trenta giorni di tempo per ripensarci; poco dopo invia sulle tracce del giovane il servo Taliarco, allo scopo di assassinarlo. Apollonio, avvisato del pericolo in cui incorre da un conoscente di nome Ellenico, decide di fuggire, recandosi con tutte le proprie ricchezze a Tarso. La città è in preda ad una grave carestia e Apollonio conquista il favore dei cittadini donando loro del grano; gli abitanti arrivano ad erigergli una statua per ringraziarlo. Apollonio prende la via del mare per recarsi nella pentapoli cirenaica, ma un’improvvisa tempesta determina la distruzione della sua flotta e la morte di tutto l’equipaggio: solo il protagonista, nudo e privo di tutto, arriva con fatica alla spiaggia di Cirene. Qui viene soccorso da un pescatore che gli dona metà del proprio mantello e gli indica la via per la città. Recatosi alle terme, Apollonio incontra il re Archistrate, che si fa amico e da cui viene invitato a cena. Durante il banchetto, la figlia del re conosce Apollonio e se ne innamora, chiedendo al padre di assumerlo come proprio insegnante, in virtù della sua grande cultura.
Dopo il matrimonio tra i due, Apollonio viene a sapere che Antioco è morto e che a lui spetta in eredità il trono di Antiochia. La moglie, pur essendo incinta, decide di seguirlo nel viaggio in nave. Durante una tempesta, la donna muore di parto sulla nave dando alla luce una bambina. Apollonio è disperato e fa costruire una bara impermeabile affinché la donna sia seppellita e non abbandonata in mare. Poco dopo, si reca a Tarso da Stranguillione e Dionisiade, due amici conosciuti durante il soggiorno precedente, e affida a loro la figlia, che in onore della città si chiamerà Tarsia. Si dirige allora verso l’Egitto, per piangere la morte della moglie e attendere che Tarsia raggiunga l’età da marito: solo allora tornerà a tagliarsi la barba, i capelli e le unghie, che lascia crescere in segno di lutto.
Nel frattempo, la bara della moglie di Apollonio giunge a Efeso, trovata da un medico che scopre grazie ad un proprio allievo che la donna è in un sonno profondo, ma non è morta. Al suo risveglio, la donna decide di diventare sacerdotessa presso il Tempio di Diana.
A Tarso, la bellissima Tarsia scopre all'età di 14 anni di non essere figlia di Stranguillione e Dionisiade, grazie alle rivelazioni in punto di morte della sua nutrice Licoride. La figlia dei suoi genitori adottivi, ritenuta fino ad allora una sorella, era in effetti molto diversa da lei, a causa del suo sgradevole aspetto. Irata per i giudizi negativi della gente del paese nei confronti della figlia, Dionisiade decide che sia giunto il momento di uccidere la figlia di Apollonio: ormai è improbabile che il padre ritorni, e il ricco apparato di gioielli e vestiti di Tarsia potrà essere indossato anche da sua figlia. Di nascosto dal marito, Dionisiade incarica il servo Teofilo di compiere il delitto.
Catturata da Teofilo, Tarsia implora l’aiuto divino, per vedere arrivare una banda di pirati che la rapisce, salvandole la vita. Non vedendola tornare, Stranguillione e Dionisiade credono che Tarsia sia stata veramente uccisa, ma per dimostrarsi innocenti annunciano ai concittadini che la fanciulla è morta di un male improvviso allo stomaco. Nel frattempo Tarsia è condotta a Mitilene dai pirati e viene venduta ad un avaro lenone che la mette al lavoro in un postribolo. Grazie alla propria abilità nel commuovere ed intrattenere le persone, Tarsia riesce a mantenersi vergine, grazie in particolare all’aiuto del principe della città Atenagora.
Nello stesso periodo, Apollonio giunge a Tarso, dove Dionisiade gli annuncia la falsa morte della figlia. Disperato, Apollonio decide di tornare a Cirene, ma una tempesta lo porta a Mitilene, dove si stanno celebrando le feste per Poseidone. Stupitosi dell’eleganza della sua nave, il principe Atenagora sale a bordo e scopre che il padrone è in lutto. Per cercare di risollevarlo, manda a chiamare Tarsia, che propone all’uomo sconosciuto degli indovinelli. Apollonio risponde a tutti i quesiti, ma non vuole uscire dalla stiva della nave. Tarsia cerca di afferrarlo, ma lui la spinge a terra, facendola piangere copiosamente. È a questo punto che avviene il riconoscimento: Tarsia lamenta la propria vita sfortunata e Apollonio si rende conto che si tratta di sua figlia. Gli eventi successivi si susseguono rapidamente: Tarsia sposa Atenagora, che diviene il nuovo re di Antiochia, il lenone è condannato al rogo, le prostitute del postribolo sono liberate. Apollonio fa rotta per Tarso, ma in sogno vede un angelo che gli chiede di dirigersi ad Efeso. Qui scopre che la moglie è ancora viva ed ha il ruolo di prima sacerdotessa: dopo l'iniziale incredulità, può riabbracciarla e mostrarle il frutto del loro amore. Tutta la famiglia si reca allora a Tarso, dove Stranguillione e Dionisiade sono condannati alla lapidazione. Apollonio e la moglie tornano a Cirene, dove sono accolti dall’anziano Archistrate. Apollonio incontra il pescatore che gli aveva donato metà del mantello e lo riempie di ricchezze e lo nomina conte; la stessa cosa avviene per Ellenico. La moglie partorisce un secondo figlio che ottiene in eredità il regno di Cirene. Apollonio morirà dopo 74 anni di matrimonio.
Genere letterario La “narrativa antica in prosa” (definizione oggi preferita a quella anacronistica di “romanzi”) sopravvissuta fino a noi può essere raggruppata a grandi linee in questo modo: il «filone serio-idealizzato», prevalentemente di ambito greco (Le avventure di Cherea e Calliroe di Caritone, Racconti efesii su Abrocome e Anzia di Senofonte Efesio, Gli amori pastorali di Dafni e Cloe di Longo Sofista, Leucippe e Clitofonte di Achille Tazio, Etiopiche di Eliodoro), in cui una coppia di giovani amanti deve affrontare una serie di peripezie (viaggi in mare, naufragi, rapimento da parte di bande di pirati ecc.) per poter alla fine coronare il proprio sogno d’amore. Al suo interno si colloca, presumibilmente dalla fine del II secolo, il sottogenere del «romanzo familiare», in cui l’aspetto avventuroso e l’attenzione a personaggi della stessa famiglia hanno la precedenza sul tema amoroso (Le incredibili avventure al di là di Tule di Antonio Diogene e alcuni testi cristiani come le Omelie Pseudoclementine e la Leggenda di Sant’Eustachio); il «filone comico-licenzioso», di ambientazione realistica e con narrazione in prima persona, di ambito prevalentemente latino (Satyricon di Petronio e Metamorfosi di Apuleio) ma con probabili modelli greci oggi scomparsi (come le Fabule milesie di Aristide, tradotte in latino da Sisenna); non si tratta di romanzi di invenzione, ma rientrano nel genere narrativo le «biografie romanzate» in cui aneddoti e dettagli sono spesso inventati (Ciropedia di Senofonte, Romanzo di Esopo e la Vita di Apollonio di Tiana di Filostrato).
La Storia di Apollonio, idealmente collocabile nel contesto dei romanzi familiari (per le peripezie che coinvolgono i protagonisti, la mancanza di una storia d’amore centrale nel racconto e l’attenzione rivolta alla famiglia del principe, a partire dalla figlia Tarsia), ha tuttavia dei caratteri peculiari, quali l’esaltazione dei valori della misericordia, della fides e della pudicitia, l’evoluzione psicologica dei personaggi, l’associazione tra origini nobili e conoscenza, al punto che Vannini propone la definizione di «romanzo di virtù morali». La focalizzazione sulle virtù morali e familiari e il ridimensionamento degli spunti erotici sono legati al mutamento di esigenze tipico dell’età tardo-antica, in corrispondenza con la diffusione del cristianesimo.
Forma La Storia di Apollonio è un testo in prosa con alcuni inserti in poesia: alcune citazioni, la descrizione della tempesta nel capitolo 11, la descrizione delle sofferenze di Tarsia nel capitolo 41 e gli indovinelli rivolti dalla fanciulla al padre nei capitoli 42 e 43. È noto che la commistione tra poesia e prosa è tipica di alcuni romanzi antichi, in particolare nel Satyricon; tuttavia la recente scoperta di frammenti di opere greche in precedenza ignote, come lo Iolao e il Tinufi, ha permesso di comprendere che la prosimetria – pur con grandi variazioni tra un’opera e l’altra – è una caratteristica propria dell’intero genere romanzesco.
Datazione La Storia di Apollonio ha avuto una grande fortuna nell'antichità ed è stata senza dubbio oggetto di riscritture. Per questo si rende necessario distinguere il testo nella forma che è giunta fino a noi e la versione originale, ormai perduta.
L’originale Nel testo a noi pervenuto compaiono riferimenti ad un’epoca compresa tra la fine del II e l’inizio del III secolo. Non è certo che si tratti di informazioni attendibili – l’opera ha un andamento fiabesco ed è ambientata in un passato idealizzato e mitico – ma almeno in un caso ci troviamo di fronte ad un dettaglio molto preciso. Nell'opera, infatti, si impiega la moneta d’oro nota come aureo, che fu sostituita dal solido sotto il regno di Diocleziano (fine del III secolo). In particolare, al capitolo 34 Atenagora dona a Tarsia 40 aurei, definendoli una cifra superiore alla mezza libbra d'oro richiesta dal lenone per la sua verginità. Poco dopo, un amico di Atenagora lo accusa di avarizia e dona alla fanciulla 1 libbra d’oro. Se ne deduce che 40 monete d’oro sono più di mezza libbra e meno di una libbra, il che ci porterebbe all’inizio del III secolo, quando un aureo valeva 1/50 di libbra. Un dettaglio così preciso sarebbe stato difficile da inventare a distanza di secoli. Altri indizi che rinviano al III secolo sono la costruzione della pira funebre del capitolo 26 (nel corso del III secolo i Romani abbandonarono la cremazione in favore della pratica orientale dell’inumazione) e la scena ambientata nel tempio di Diana a Efeso, distrutto e saccheggiato dagli Ostrogoti nel 262.
Per quanto concerne l’estensione dell’originale, sono in molti a pensare che fosse superiore a quella della versione in nostro possesso: nel romanzo che noi leggiamo non compaiono descrizioni approfondite, né dei luoghi né delle personalità dei protagonisti, e sono del tutto assenti le ekphraseis (tipiche della narrativa antica). Inoltre l’opera contiene alcune incongruenze, a partire dalla mancanza di una risposta chiara all’indovinello di Antioco (capitolo 4) e dall’assenza di spiegazioni del motivo per cui Apollonio eredita il regno di Antiochia dopo la morte del re incestuoso (capitolo 24).
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