Le ipotesi sul caso Moro sono i possibili scenari ipotizzati nel corso dei decenni successivi agli anni di piombo e in particolare alla morte di Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse su come tale evento sia stato influenzato da fattori geopolitici esterni o interni. Sebbene resti ancora da dimostrare la veridicità di ogni singolo caso, esse sono generalmente considerate teorie del complotto da molti studiosi impegnati nella materia.
La scelta dell'obiettivo e del luogo dell'azione La stampa ipotizzò, a seguito delle interviste ad alcuni brigatisti catturati, che le Brigate Rosse avessero puntato su Moro ritenendo che l'obiettivo precedentemente scelto dai terroristi, Giulio Andreotti, risultasse troppo protetto. .
Anche il brigatista Valerio Morucci nelle sue deposizioni ai processi Moro ha affermato che l'obiettivo di colpire Andreotti fu abbandonato non per la protezione di cui godeva, ma per il luogo estremamente centrale di Roma ove egli abitava che impediva, di fatto, qualsiasi tentativo di fuga del commando brigatista dopo l'eventuale agguato. Morucci dichiarò anche che la scelta di via Fani come luogo per l'agguato fu dettata dall'impossibilità di compierlo in altri luoghi frequentati dal presidente della DC.
Adriana Faranda, che partecipò alla preparazione del piano di sequestro, raccontò: «Moro, la mattina intorno alle nove, si recava nella chiesa di Santa Chiara per la messa. Partì un'inchiesta massiccia e fu ideata una prima ipotesi di sequestro. Questa ipotesi non prevedeva l'uccisione della scorta, doveva effettuarsi all'interno della chiesa e con la diretta partecipazione di un nucleo di sette militanti BR. Era prevista una via di fuga che dall'interno della chiesa, passando per un corridoio di una scuola, arrivava in via Zandonai; perciò completamente fuori dalla vista di chi si trovava in piazza dei Giochi Delfici, su cui si affaccia la chiesa. Furono analizzate anche altre vie di fuga e tutte le strade che in automobile erano percorribili da via Zandonai fino ai luoghi più sicuri. Questo progetto venne abbandonato perché piazza dei Giochi Delfici si trova in una zona altamente militarizzata, e se ci si fosse accorti del sequestro in atto sarebbe potuto nascere un conflitto a fuoco che avrebbe coinvolto passanti e reso impossibile la fuga dei brigatisti coinvolti; nel piano, come copertura, si arrivava più o meno a venti persone».
La colonna romana decise di intervenire bloccando l'auto di Moro lungo il percorso tra via Trionfale e la chiesa di Santa Chiara. Davanti alla chiesa Franco Bonisoli scoprì che l'auto non era blindata, così si decise di uccidere la scorta.
I brigatisti, inoltre, scartarono quasi subito l'ipotesi di rapire Moro all'Università per il gran numero di studenti sempre presenti.
Giovanni Corrao, nel suo testo Il segreto di Moro, sostiene che la scelta della data del 16 marzo fu probabilmente determinata da esigenze operative delle Br, in quanto in quella giornata c'era la quasi certezza che il presidente della Dc si sarebbe recato in parlamento per la discussione del nuovo Governo, l'Andreotti IV.
Il possibile coinvolgimento della P2 e dei servizi segreti il sequestro, il giornalista Mino Pecorelli aveva scritto più volte sulla rivista da lui diretta OP-Osservatore Politico che «a duemila anni di distanza Roma avrebbe visto nuovamente le Idi di marzo e la morte di Giulio Cesare...». Ciò in riferimento alla data di morte di Cesare (15 marzo 44 a.C.) e del rapimento di Moro (16 marzo 1978). Dopo la morte del presidente DC Pecorelli pubblicò un articolo intitolato Vergogna, buffoni!, sostenendo che il generale Carlo Alberto dalla Chiesa si fosse recato da Andreotti dicendogli di conoscere la prigione di Moro, il quale non poté dare il via libera all'operazione a causa della contrarietà di una certa «loggia di Cristo in paradiso». La possibile allusione alla P2, organizzazione implicata in attività eversive, fu ipotizzabile soltanto dopo il ritrovamento della lista degli iscritti alla P2, avvenuto il 17 marzo 1981. In questa lista erano presenti i nominativi di diversi personaggi che ricoprivano ruoli importanti nelle istituzioni sia durante il sequestro Moro sia durante le indagini che seguirono. Alcuni erano stati promossi ai loro incarichi da pochi mesi o durante il sequestro stesso: tra questi il generale Giuseppe Santovito, direttore del SISMI, il prefetto Walter Pelosi, direttore del CESIS, il generale Giulio Grassini del SISDE, l'ammiraglio Antonino Geraci, capo del SIOS della Marina Militare, Federico Umberto D'Amato, direttore dell'Ufficio affari riservati del Ministero dell'interno, il generale Raffaele Giudice, comandante generale della Guardia di Finanza e il generale Donato Lo Prete, capo di stato maggiore della stessa, il generale dei Carabinieri Giuseppe Siracusano (responsabile per quello che riguardava i posti di blocco effettuati nella Capitale durante le indagini sul sequestro, che la Commissione Moro considerò poco efficaci)Stragi di Stato, cronologia delle notizie del 1978, dal sito strano.net.Caso MORO: novità 1988, dal sito almanaccodeimisteri.info, notizia del 2 maggio sul libro La tela del ragno presentato dall'ex senatore Sergio Flamigni.Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica p2 (legge 23 settembre 1981, n. 527) - relazione di minoranza, riportata sul sito fisicamente.net..
Il professor Vincenzo Cappelletti, uno degli esperti chiamati a formare i comitati durante il rapimento, dichiarò alla Commissione stragi che il professor Franco Ferracuti (già agente della CIASandro Provvisionato e Ferdinando Imposimato, Doveva morire. Chi ha ucciso Aldo Moro. Il giudice dell'inchiesta racconta, Milano, Chiarelettere, 2008, pag 85 e 103. e fra i sostenitori dell'ipotesi che Moro fosse stato colpito dalla sindrome di Stoccolma), il cui nome risultò tra gli iscritti della P2 con tessera 2137, avrebbe aderito alla loggia proprio durante il periodo del sequestro su proposta del generale Grassini, almeno stando a quanto riferitogli dal Ferracuti stesso.Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 63ª seduta, audizione di Vincenzo Cappelletti, 23 febbraio 2000.
Licio Gelli ha affermato che la presenza di un elevato numero di affiliati alla loggia nei comitati non era dovuta a un coinvolgimento attivo della P2 nella questione, quanto al fatto che molte personalità di primo piano del tempo erano iscritte alla stessa, quindi era naturale che in questi comitati se ne trovassero diverse. Gelli affermò anche che alcuni degli iscritti presenti nei comitati probabilmente ignoravano il fatto che anche altri appartenessero alla loggia stessa.
Altro caso dubbio, che è stato dibattuto in numerose pubblicazioni sul caso Moro, è quello relativo alla presenza del colonnello Camillo Guglielmi del SISMI nelle vicinanze dell'agguato durante l'azione delle BR. La notizia della sua presenza in via Stresa, tenuta segreta inizialmente, verrà rivelata soltanto nel 1991 durante le indagini della Commissione stragi, anche a seguito di una relazione presentata dal deputato di Democrazia Proletaria Luigi Cipriani (allora membro della commissione) che riferiva di alcune testimonianze sul caso Moro e sul ruolo di Guglielmi come osservatore, da parte di un ex agente del SISMI (poi quasi totalmente smentite dal diretto interessato). Guglielmi affermerà di essere stato realmente in zona, ma perché invitato a pranzo da un collega che abitava nella vicina via Stresa. Secondo alcune pubblicazioni il collega, pur confermando il fatto che Guglielmi si presentò a casa sua, negò che il suo arrivo fosse previsto.Sergio Flamigni, La tela del ragno, Kaos Edizioni, pag 53, citata in nota come fonte dell'affermazione in Carlo Alfredo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 15. Secondo alcune fonti (tra cui lo stesso Cipriani) Guglielmi avrebbe anche fatto parte di Gladio, tesi però fermamente smentita dallo stesso colonnello.Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 56ª seduta, audizione di Rosario Priore, 19 novembre 1999.Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 15 e seguenti.
Indagini della DIGOS porteranno poi a scoprire che alcuni macchinari presenti nella tipografia utilizzata dai brigatisti per la stampa dei comunicati (da quasi un anno prima del rapimento), che era gestita dal brigatista (Enrico Triaca) e finanziata da Moretti, erano stati precedentemente di proprietà dello Stato: si trattava di una stampatrice AB-DIK260T, che era di proprietà del Raggruppamento Unità Speciali dell'Esercito (facente parte del SISMI) e che, seppur con un pochi anni di vita e un elevato valore, era stata venduta come rottame ferroso, e di una fotocopiatrice AB-DIK 675, precedentemente di proprietà del Ministero dei trasporti, acquistata nel 1969 e che, dopo alcuni cambi di proprietario, era stata venduta a Enrico Triaca.Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 28 e seguenti.Rita Di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Fazi Editore, 2005, ISBN 88-8112-633-8,ISBN 978-88-8112-633-0, pag 198.
Anche l'appartamento di via GradoliRita Di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica; Fazi Editore; 2003; ISBN 88-8112-633-8; Cap. II; pp. 141 e seguenti. presenta alcune peculiarità. Innanzitutto fu affittato da Moretti sotto lo pseudonimo di Mario Borghi nel 1975, ma il contratto d'affitto tra «Borghi» e la controparte (Luciana Bozzi) non venne registrato. Inoltre, in quello stabile vivevano anche un confidente della polizia e diversi appartamenti erano intestati a uomini del SISMI. La palazzina fu perquisita dai carabinieri del colonnello Varisco, ma venne saltato l'appartamento in oggetto, in quanto nel momento del controllo non risultava essere presente nessuno. Ad aggiungere ulteriori incertezze sul caso, diversa pubblicistica evidenzia che la signora Bozzi si scoprirà successivamente essere amica di Giuliana Conforto, nel cui appartamento furono arrestati i brigatisti Morucci e Faranda. Infine, Pecorelli, nel 1977, si burlò di Moretti indirizzando a Mario Borghi (residente in via Gradoli 96) una cartolina da Ascoli Piceno, datata 16 gennaio 1976, giorno esatto del trentesimo genetliaco del brigatistaMario Moretti era nato nel 1946 a Porto San Giorgio, in provincia di Ascoli Piceno. recante il messaggio «Saluti, brrrr». La cartolina era indirizzata al Signor Borghi Vincenzo (e non Borghi Mario, pseudonimo che Moretti utilizzò per affittare l'appartamento in cui non fu mai tenuto prigioniero lo statista). Erano solo in due a confondere "Mario" con "Vincenzo", ed erano entrambi iscritti alla P2. Oltre al citato Pecorelli, l'altro era il colonnello dei Carabinieri Antonio Cornacchia.Rita Di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Fazi Editore, 2005, ISBN 88-8112-633-8,ISBN 978-88-8112-633-0, pag 177.
I tentativi dei palestinesi di proteggere l'autore del lodo Moro