La Shuddhadvaita (Sanscrito: śuddhādvaita, "non dualismo puro") è la filosofia del monismo proposta da Vallabha (1479-1531), filosofo e guru fondatore del Vallabhā Sampradāya ("tradizione di Vallabha") o Puśtimārg ("via della grazia"), una tradizione induista vaishnava incentrata sul culto di Krishna. Si tratta della forma di non-dualismo elaborata da Vallabhacharya, distinta dalla scuola Advaita Vedānta. Il tempio di Shrinathji a Nathdwara e le composizioni degli otto poeti Aṣṭachap sono centrali per il culto dei seguaci di questa tradizione.Martin, Nancy M., "North Indian Hindi devotional literature" in .
Luogo d'origine
Anche se la tradizione ebbe origine nei pressi di Vrindavan, nell'attuale stato indiano dell'Uttar Pradesh, in epoca moderna i seguaci della Shuddhadvaita sono concentrati principalmente negli stati del Rajasthan e del Gujarat..
Argomenti principali
Nell'antica tradizione vedica, incentrata sulla conoscenza e comprensione della realtà, il tema centrale è l'esperienza della Suprema Entità o Brahman. I Veda (antichissima raccolta in sanscrito vedico di testi sacri dei popoli arii) contengono riferimenti alla natura non duale (advaita) di Brahman. Tuttavia, a seconda dell'interpretazione dei versi da parte degli studiosi e delle scuole filosofiche, tale natura può essere letta anche in chiave duale (dvaita). Questa pluralità di interpretazioni ha dato origine a diverse tradizioni filosofiche nella storia indiana.
Advaita vāda di Adi Shankara Vishishtadvaita vādaIl Vishishtadvaita vāda (Sanscrito: विशिष्टाद्वैत, "non-dualismo qualificato") è una scuola filosofica dell'Induismo appartenente al Vedānta, sistematizzata da Ramanuja (XI–XII secolo). Essa sostiene che la realtà ultima, il Brahman, sia non-duale ma "qualificata" da attributi e da infinite anime individuali (jīva) e dalla materia (prakṛti), che costituiscono la sua espressione. Secondo questa dottrina, le anime e l'universo non sono indipendenti dal Brahman, ma ne rappresentano parti reali e inseparabili, pur mantenendo la loro individualità. Il Vishishtadvaita enfatizza la bhakti (devozione) come via privilegiata per la liberazione spirituale (mokṣa), concepita come unione eterna con Vishnu. di Ramanuja Dvaita vāda o BhedavādaIl Dvaita vāda o Bhedavāda (Sanscrito: द्वैत, "dualismo") è una scuola filosofica dell'Induismo appartenente al Vedānta, fondata da Madhvacharya (XIII secolo). Essa sostiene una netta distinzione (bheda) tra il Brahman supremo, identificato con Vishnu, e le anime individuali (jīva), nonché tra le anime stesse e la materia (prakṛti). Secondo questa dottrina, Dio è indipendente e assoluto, mentre le anime e il mondo sono dipendenti da Lui. La liberazione spirituale (mokṣa) consiste nell'eterno servizio e contemplazione di Vishnu, ma senza mai annullare la differenza ontologica tra l'anima e la divinità. di Madhvacharya Dvaitādvaita vādaIl Dvaitādvaita vāda (Sanscrito: द्वैताद्वैत, "dualismo e non-dualismo") è una scuola filosofica del Vedānta fondata da Nimbarka (XII–XIII secolo). Essa sostiene che tra il Brahman supremo (identificato con Kṛṣṇa), le anime individuali (jīva) e la materia (prakṛti) esista una relazione di simultanea unità e differenza. Secondo questa dottrina, l'anima e il mondo sono distinti dal Brahman, ma non possono esistere indipendentemente da esso, essendo al tempo stesso una sua parte inseparabile. La liberazione (mokṣa) viene raggiunta attraverso la devozione (bhakti) e la grazia divina. di Nimbarka Shuddhadvaita vāda di VishnuswamiVishnuswami è un antico maestro vaiṣṇava, fondatore della Rudra-sampradāya, una delle quattro principali tradizioni vaiṣṇava. Le fonti lo collocano in un periodo tra i primi secoli dopo Cristo e il X secolo, ma la cronologia esatta è incerta. Egli insegnò lo Śuddhādvaita, o “non-dualismo puro”, secondo cui l’universo non è illusorio, ma una manifestazione reale di Dio (Viṣṇu o Kṛṣṇa). La sua sampradāya attribuisce l’origine della conoscenza a Śiva (Rudra), che l’avrebbe ricevuta direttamente da Viṣṇu. La scuola di Vishnuswami fu successivamente resa più organica e influente da Vallabhacharya, che sviluppò la filosofia e fondò il movimento Pushtimarg., reso popolare da Vallabhacharya Achintya Bhedābheda vādaL'Achintya Bhedābheda vāda è una filosofia vaiṣṇava elaborata da Chaitanya Mahaprabhu nel XV–XVI secolo. Essa significa “inseparabile e inconcepibile differenza e non-differenza” e descrive il rapporto tra l’anima individuale, l'universo e Dio (Kṛṣṇa). Secondo questa dottrina, le anime e il mondo sono contemporaneamente distinte e non distinte da Dio: pur essendo manifestazioni di Lui, mantengono una realtà propria. L’approccio cerca di conciliare la visione dualista e non dualista, affermando una unione mistica senza annullamento della personalità dell’anima. di Chaitanya MahaprabhuChaitanya Mahaprabhu (1486–1534) è un maestro spirituale indiano e fondatore del movimento Gaudiya Vaishnavism. È venerato come una incarnazione di Kṛṣṇa e promosse la devozione intensa attraverso il canto del mantra Hare Kṛṣṇa. La sua filosofia centrale è l'Achintya Bhedābheda vāda, che insegna l’inseparabile e inconcepibile differenza e non-differenza tra l’anima, il mondo e Dio, favorendo una devozione personale e coinvolgente.
Vallabhacharya
Vallabhacharya (7 maggio 1478 – 7 luglio 1530) fu un filosofo e teologo vaishnava indiano, fondatore del ramo devozionale Puṣṭimārga (sentiero della grazia) e promotore della filosofia del Śuddhādvaita. Distintosi fin da giovane con il titolo di ācārya, vinse dibattiti contro studiosi della scuola advaita.
Mantra di Iniziazione Nel 1494, secondo la tradizione, giunto a GokulaGokula è una località storica e sacra situata nello stato del Uttar Pradesh, in India, famosa nella tradizione vaiṣṇava come luogo dove Kṛṣṇa trascorse la sua infanzia. È un importante centro di pellegrinaggio per i devoti di Krishna, in particolare per le correnti devote alla Bhakti e alla Pushti Bhakti fondata da Vallabhacharya., ricevette da Kṛṣṇa il mantra BrahmasambandhaIl mantra Brahmasambandha è una formula sacra nel Puṣṭimārga che stabilisce il legame spirituale diretto tra il devoto e Kṛṣṇa, permettendo di avvicinarsi a Dio attraverso la fede e la devozione. e lo trasmise al suo primo discepolo, Dāmodaradāsa HarasānīDāmodaradāsa Harasānī è considerato il primo discepolo di Vallabhacharya e uno dei principali pionieri del Puṣṭimārga. Ricevette il mantra Brahmasambandha dal maestro e contribuì alla diffusione della pratica della devozione incondizionata a Kṛṣṇa, segnando l’inizio formale della comunità dei seguaci di Vallabhacharya., dando così inizio al Puṣṭimārga, o Via della Grazia. Ancora secondo la tradizione, in visita al Govardhan, Vallabhacharya identificò un’immagine sacra di Kṛṣṇa (nota come Devadāman o Śrī Nāthajī) scolpita nella roccia. A partire da questa scoperta promosse il culto presso il luogo e incaricò Rāmdās ChauhānRāmdās Chauhān è una figura significativa nella tradizione del Puṣṭimārga, la via devozionale fondata da Vallabhacharya. Secondo la tradizione, nel 1494, durante una visita al Govardhan, Vallabhacharya identificò un'immagine scolpita di Kṛṣṇa (conosciuta come Devadāman o Śrī Nāthajī) e incaricò Rāmdās Chauhān di avviare la sua venerazione. Nel 1499, sotto la sua guida, fu avviata la costruzione di un tempio dedicato a Śrī Nāthajī. Rāmdās Chauhān è quindi riconosciuto come uno dei primi devoti e servitori del culto di Śrī Nāthajī, contribuendo alla diffusione della tradizione del Puṣṭimārga. di iniziare la venerazione; nel 1499 fu avviata la costruzione di un tempio dedicato. La formula di otto sillabe śrī kṛṣṇaḥ (“Śrī Kṛṣṇa è il mio rifugio”) venne in seguito trasmessa ai nuovi iniziati della Vallabh Sampradaya. Sempre secondo la tradizione, la recitazione del nome divino consente al devoto di purificarsi da tutte le impurità dell’anima (doṣas).Colas, Gérard, "History of Vaiṣṇava traditions" in .
Filosofia
La scuola del Śuddhādvaita (“non-dualismo puro”) fondata da Vallabhacharya afferma l’identità essenziale tra l’“essenza” del sé individuale e Dio. Non esiste una reale differenza ontologica tra i due; tuttavia, a differenza della scuola advaita di Śaṅkara, Vallabhacharya non considera il mondo illusorio né attribuisce l’esistenza dell’individuo all’avidyā (ignoranza). Secondo Vallabha, l’anima non è un riflesso o una manifestazione limitata del Supremo (SatcitanandaSatcitananda (in sanscrito: सच्चिदानन्द) è una locuzione filosofica che descrive la natura dell'Assoluto nel pensiero indiano, in particolare nelle scuole del Vedānta e del Vaiṣṇavismo. È composta da tre terminiː
Sat (सत्): "Essere", "Verità" o "Esistenza" — rappresenta la realtà eterna e immutabile.
Cit (चित्): "Coscienza" o "Consapevolezza" — indica la consapevolezza pura e infinita.
Ānanda (आनन्द): "Beatitudine" o "Gioia" — esprime la felicità suprema e infinita.), ma è essa stessa Brahman nella sua natura autentica. L’anima agisce sia come soggetto agente sia come fruitore delle azioni. Pur avendo dimensioni atomiche, la sua coscienza pervade l’intero corpo, analogamente al profumo del sandalo che si diffonde senza che si veda direttamente il legno.
A differenza della scuola advaita, il mondo non è considerato irreale, poiché la Māyā non è illusione ma un potere di Īśvara (il Signore). Egli non è soltanto il creatore dell’universo, ma è l’universo stesso. Vallabhacharya cita il racconto della Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad, secondo il quale il Brahman desiderò diventare molteplice e si manifestò come la moltitudine delle singole anime e del mondo. Pur non essendo percepibile direttamente, il Brahman si rende conoscibile attraverso la sua manifestazione nel cosmo.
Per Vallabhacharya la Bhakti (devozione a una divinità personale) costituisce il mezzo principale di salvezza, sebbene anche la jñāna (conoscenza spirituale) sia riconosciuta come ausilio. I karma precedono la conoscenza del Supremo e rimangono presenti anche dopo il suo conseguimento; gli esseri liberati continuano infatti a compiere azioni. Tuttavia, l’obiettivo supremo non è la mukti (liberazione), ma il servizio eterno (seva) a Kṛṣṇa e la partecipazione alle sue attività nella dimora divina di Vṛndāvana. Vallabhacharya distingue la coscienza trascendente del Brahman nella forma del Puruṣottama (l’Essere supremo) e pone grande enfasi su una vita di amore e devozione incondizionata verso Dio.
Nelle tradizioni filosofiche vedantiche è consueto descrivere la relazione tra l’Entità Suprema (Brahman) e il mondo. Nel sistema dello Śuddhādvaita VedāntaIl Śuddhādvaita Vedānta, fondato da Vallabhacharya, è una scuola del Vedānta monista-devozionale. Sostiene che l’anima individuale (Ātman) e l’Assoluto (Brahman) sono essenzialmente identici, ma il mondo e le anime non sono illusori: sono manifestazioni di Brahman. La salvezza si ottiene attraverso la Pushti Bhakti, la devozione incondizionata a Kṛṣṇa, basata su amore, fede e grazia divina. (o Brahmavāda) di Vallabhacharya, l’Unico Supremo è l’unica realtà fondamentale. Tutto ciò che esiste procede da esso al momento della creazione, non è distinto da esso durante la manifestazione e ritorna ad esso al momento della dissoluzione. Le altre due categorie riconosciute, le anime individuali (jīva) e gli oggetti inanimati (jada), sono rispettivamente parti e modificazioni di Brahman: le anime ne sono parti in quanto condividono in misura limitata le qualità essenziali della coscienza e della gioia, mentre gli oggetti inanimati ne costituiscono modificazioni, poiché in essi tali qualità risultano assenti.PhD thesis, "The system of Shuddhadwait Vedant of Vallabhacharya" by Goswami Raghunathji
Tutto è Līlā di Krishna