Il Sacrificio di Polissena è il soggetto di numerosi dipinti di Giambattista Pittoni. La scena rappresenta Neottolemo, figlio di Achille, che ordina l'immolazione della giovane principessa troiana sulla tomba del padre.

La rappresentazione del mito: i precedenti Il personaggio ed il mito di Polissena, per quanto non particolarmente frequentato, è sempre rimasto presente nella letteratura, tramandato principalmente da alcuni testi classici. A partire da Euripide che la cita nella tragedia Le Troiane e la sviluppa in Ecuba. Qui nella scena culminante la fanciulla rivendica la propria dignità regale e si strappa la veste per offrire coraggiosamente il petto al carnefice. Nelle Metamorfosi Ovidio la principessa insiste sulla propria dignità ed intima di rimanere inviolata prima della vicina morte. Seneca nelle Troades introduce anche il fatto che fosse ritenuta promessa sposa di Achille e che la morte l'avrebbe ricongiunta allo sposo ed anche il particolare dello sgomento di Agamennone per l'orrendo sacrificio umano. Filostrato ricorda la vicenda nella Vita di Apollonio di Tiana dove lo spirito di Achille rivela che la fanciulla, innamorata e ricambiata dall'eroe, aveva invece voluto suicidarsi sulla sua tomba., pp. 401-412. Fu poi più o meno direttamente citato anche da DanteDivina Commedia, Inferno, V 65-66 e XXX 17-21. e BoccaccioDe mulieribus claris e De casibus virorum illustrium..

Stesso destino ebbe il mito nelle arti figurative, rappresentato in tempi ancora più antichi nella pittura vascolare greca e poi in qualche bassorilievo funerario. Quanto alle arti maggiori si ricorda solo attraverso notizie indirette il dipinto di Polignoto di Taso nell'Acropoli di Atene.Pausania, Periegesi della Grecia, I, 22.6. Da notare che Pausania subito dopo aggiunge «Omero ha fatto bene ad omettere quest’episodio tanto crudele…». Sebbene Pausania non riferisca il nome dell'autore questo vien desunto in base all'Antologia Palatina. Cfr. p.24. Poi, fino a quasi tutto il rinascimento rimase relegato a qualche miniatura nei codici o a qualche stampa (p.e. tra le illustrazioni di qualche edizione delle sempreverdi Metamorfosi o in mezzo a quelle della Cronaca fiorentina illustrata, probabilmente di Maso Finiguerra).

Nel periodo barocco, dal classicismo al rococò, Polissena fu oggetto di una relativamente maggiore attenzione sia nei vari generi letterari sia nella lirica, talvolta – riutilizzando le varie fonti – piegando la vicenda alle individuali esigenze narrative e accettabili nel gusto del tempo e proponendo l'amore reciproco di Polissena e Achille culminante nel suicidio della principessa.Per fare un solo esempio Jean Galbert de Campistron nel libretto di Achille et Polixène di Lully e Collasse la immagina suicida anziché sacrificata. Comunque tutti gli autori cercarono, o si trovarono, a ritagliarle una dimensione tragica autonoma, più individuale e meno comprimaria.

Fu così che Polissena riapparve nella vera e propria pittura, individuando il soggetto nella scena chiave che precede più o meno prossimamente il sacrificio o la separazione da Ecuba, Il primo artista a dipingerla, in un'ottica già presente nel rinascimento di ricreare opere scomparse ma celebrate nel passato, fu Pietro da Cortona nel 1823/1624,Pietro Berrettini da Cortona Sacrificio di Polissena, 1623-1624, olio su tela, Musei Capitolini. poi almeno dieci anni dopo fu Giovanni Francesco Romanelli,Giovanni Francesco Romanelli, Sacrificio di Polissena, post 1630, olio su tela, 197,5 x 223,5 cm, Metropolitan Museum of Art. più tardi ancora (1647) Charles Le BrunCharles Le Brun, Sacrificio di Polissena, 1647, olio su tela, 177,8 × 131,4 cm, Metropolitan Museum of Art. e Nicolas PrévostNicolas Prévost, Sacrificio di Polissena, XVII secolo, olio su tela, Musée des Beaux-Arts d'Orléans..

Della prima opera dedicata al Sacrificio di Polissena in area veneta alla fine del Seicento la paternità è dibattuta tra Federico Bencovich e Giambattista MariottiGiambattista Mariotti o Federico Bencovich, Sacrificio di Polissena, 1700 circa, Musées royaux des Beaux-Arts de Belgique. A questa seguì la prime stesura del Pittoni (1720 circa) seguita poco dopo da quelle di Sebastiano Ricci (1725 circa)Sebastiano Ricci, Sacrificio di Polissena, 1725 circa, olio su tela, 77,0 x 66,4 cm, Hampton Court, Londra. e Giovanni Antonio Pellegrini (1730 circa)Giovanni Antonio Pellegrini, Sacrificio di Polissena, 1730 circa, olio su tela, 75 x 65 cm, Muzeum Narodowe, Poznań., sebbene per questi ultimi due – grandi viaggiatori – non è dato sapere dove e per quale cliente avessero dipinto le loro telette.

Un gruppo di autori e opere non particolarmente nutrito se lo si raffronta a un altro soggetto mitologico, ugualmente di fanciulla destinata al sacrificio, come quello di Ifigenia, che a differenza di tutti gli altri maestri veneziani Pittoni non dipinse mai,, p. 38. o tutti quelli tratti dalle Metamorfosi.

In questo contesto, pur senza rinunciare ad altri richiesti temi, Pittoni assunse, e con successo, un ruolo quasi di monopolista di questo soggetto (e di un altro, altrettanto meno praticato, il Sacrificio della figlia di Iefte) dipingendone diverse variazioni a cui accompagnò, vista la pressante richiesta, numerose repliche autografe e qualcuna di bottega.. p. 336.

Le Polissena di Pittoni Il distrutto Sacrificio di Polissena di Vicenza La prima esperienza di Pittoni con questo soggetto fu la gigantesca tela per i Caldogno, disgraziatamente distrutta, assieme al palazzo privato dove era rimasta esposto sin dalle origini, in uno dei bombardamenti aerei di Vicenza del 1945, negli ultimi mesi di guerra. Ne rimangono soltanto alcune fotografie in bianco e nero.

Questo dipinto, per quanto ancora si può leggere, è ancora inscritto in un gusto tardo-barocco sia nella resa pittorica sia nello spirito della rappresentazione. Rappresentazione in questo caso violenta, tutta lacrime e sangue, come appunto nel teatro barocco. Il sacerdote impugna già la lama, pronto a colpire, e con l'altra mano trattiene il corpo, prostrato ma sfuggente, della fanciulla terrorizzata. Crudeltà manifesta insomma. Eppure il corpo seminudo della principessa continua a rivela una particolare grazia nel modo in cui contrae le mani legate o incrocia le gambe tornite – che ricordano quelle che Pittoni aveva dato alla morta Agrippina (altra tela distrutta). I fondali scenografici ravvicinati paiono fortemente ispirati al Solimena, specialmente nell'anacronistica balaustrata sopra l'edificio in secondo piano e nell'accurato doppio porticato di sfondo.. pp. 332, 336; , pp. 58, 195 sch. 364.

Sebbene rispetto ai precedenti di Pietro da Cortona e Giovanni Francesco Romanelli il ruolo di carnefice sia impersonato da un sacerdote in attesa di un ordine piuttosto che un rabbioso Neottolemo, il senso della scena appare simile. Cioè l'interesse è solo quello di spettacolizzare una nuova vittima sacrificale con un tocco di erotismo piuttosto che rappresentarne le virtù eroiche sottolineate dalle fonti: Polissena è solo una povera vittima indifesa, non mostra coraggio, ma solo rassegnato terrore. Solo i fiori che ornano la sua veste e giacciono sulla sommità della scalinata rivelano un originale riferimento a Le Troadi di Seneca e qualificano la principessa come una promessa sposa a prescindere dalla propria volontà., p. 407. Viceversa l'esplicito riferimento a Euripide – quando racconta che Polissena si strappò dalle spalle le vesti offrendo il petto al carnefice – ripreso dai precedenti da Cortona e, più pudicamente, Romanelli e di nuovo nel Bencovich/Mariotti, che presentano la fanciulla a braccia aperte e libere, è contraddetto dal Pittoni che la raffigura legata ai polsi.

Il numero dei personaggi è ancora limitato, in controluce o illuminati parzialmente, in modo da concentrare l'attenzione sull'unica pienamente illuminata figura della principessa Polissena. Ma è ben presente quasi in primo piano Neottolemo nella netta postura d'imperio, pressoché perennemente ripetuta nelle redazioni successive. Sono anche presenti buona parte delle attrezzerie sceniche che poi Pittoni continuerà ad utilizzare: la grande urna di Achille con appese le armi dell'eroe accosta a al bordo della scena, le colonne, la scalinata, il vaso cesellato, il braciere fumante, i soldati di sfondo e gli spettatori o inservienti in primissimo piano.

Le Polissena di Tipo A

Una decina d'anni dopo, nello stretto periodo della prima metà del quarto decennio del Settecento, Pittoni riprese in mano il soggetto in una produzione seriale, con tele talvolta affidate alla bottega, seguendo tre modelli che la studiosa Franca Zava Boccazzi ha classificato in Tipo A, B e C. La motivazione fu probabilmente strettamente commerciale viste le più o meno ridotte dimensioni delle opere, ad eccezione dell'unico grande dipinto per Palazzo Taverna., pp. 530-533. Più o meno tutti gli esemplari dei tre tipi erano concepiti assieme ad un proprio pendant.

Per quanto prodotti in un periodo piuttosto stretto della fase matura del Pittoni è possibile valutare una successione cronologica in base all'evoluzione della complessità della scena rappresentata., p. 161 sch. 186.

Il primo risulta essere il Tipo A: la serie rappresenta la composizione più semplice tra le diverse varianti e si compone soltanto di esemplari di dimensioni ridotte (tutti di circa 70 x 50 cm), p. 532..

Venne messo in relazione con Cristo e l'adultera dei musei di Sheffield da Pallucchini nel 1960 per la ripetizione della figura dell'adultera in quella di Polissena.Informazione riportata in , pp. 113 sch. 9, 186 sch 186. Ma anche altre figure sono riprese da dipinti precedenti: Neottolemo è ripreso dalla Tomba allegorica di Charles Sackville, VI conte di Dorset – un'evoluzione della stessa figura nel Sacrificio di Vicenza – e i due sacerdoti affaccendati con l'incenso provengono dall'altra Tomba allegorica dell'arcivescovo Tlllotson.

La tela riprende alcuni motivi della precedente: l'incombente tomba è ancora addossata sulla sinistra con le armi dell'eroe appese sull'urna; dell'edificio in secondo piano rimane solo una colonna che centralmente riequilibra la scena; il portico è ora una struttura dal colore ovattato per ottenere profondità; il vaso cesellato che era faticosamente portato da un inserviente è ora abbandonato sui gradini accanto al braciere fumante e semicoperto da un ampio piatto. Ma, se i fiori sparsi leggiadramente indicano ancora un celebrando matrimonio, diventa chiara la funzione del vaso: raccogliere il sangue della vittima sacrificale.

La composizione impostata su una linea diagonale che salendo dai gradini raggiunge in alto l'urna di Achille presenta un numero di personaggi più limitato di quella di Vicenza. Personaggi però maggiormente identificati nei ruoli. Nella minore violenza e concitazione dell'opera l'arma del sacrificio è molto meno appariscente, all'estrema destra, portata da un paggetto sopra di un vassoio. I sacerdoti sono solo intenti ad accendere l'incenso di un turibolo su un piccolo elaborato altare coperto da una raffinata tovaglia, un solo soldato appare come pubblico.

In secondo piano, tra l'imperante Neottolemo e Polissena, compare una figura ammantata che indica l'urna. È probabilmente l'augure Calcante che pronuncia il suo vaticinio «si deve sacrificare una vergine al defunto re tessalo, e nella tenuta che indossano le spose tessale, ioniche o micenee», pp. 408-409; Seneca, Troades, versi 360-364. Ritorna più sviluppata in modo più maturo l'idea del "matrimonio nella morte" tra la Principessa ed il Pelide. Ed in effetti la fanciulla non è più seminuda come esige l'augure, appare rassegnata alla sua sorte, ma il fatto che il sacrificio debba avvenire contro la sua volontà è ancora evidenziato dai polsi legati.