Celebrato come uno dei più importanti dogi della Storia della Repubblica di Venezia, fu il primo della sua famiglia ad accedere al dogado, al termine di una carriera politica della quale conosciamo poco e comunque nulla di precedente al 1170..

Biografia Famiglia e primi anni Enrico apparteneva alla famiglia Dandolo, una delle casate patrizie veneziane di più antica memoria (le cosiddette "Case vecchie"), nel gruppo delle "famiglie evangeliche", le cui proprietà da tempo si concentravano sull'isola di San Luca. Ci restano sconosciuti, per il silenzio delle fonti note, sia il nome del padre sia il nome e il casato della madre, seppur lo storico anglosassone Thomas F. Madden ipotizzi nel giurista Vitale Dandolo il padre del nostro.. Nato sotto il dogato di Ordelaffo Falier (1102-1117), durante la sua giovinezza i Dandolo strinsero una fruttuosa alleanza politica con le famiglie Polani e i Badoer, anch'esse "evangeliche", che li portò a rivestire un ruolo politico di primo piano. Enrico ebbe due fratelli, Andrea, ben attestato da varie fonti, e Giovanni..

Gli anni tra il 1122 e il 1126 furono, per Venezia e le sue famiglie patrizie, contrassegnati dalla Prima guerra veneto-bizantina e dall'intervento in Terrasanta, conclusisi con un rafforzamento dell'espansione commerciale nel Levante, sancita dalla Crisobolla (1126) del basileus Giovanni II Comneno. Il culmine dell'attività politica dei Dandolo in quegli anni venne raggiunto nel 1130, con l'elezione di Enrico Dandolo, zio del nostro, a patriarca di Grado,. quasi contestuale all'incoronazione ducale di Pietro Polani. L'intreccio tra le due famiglie venne ulteriormente rafforzato dalla nomina di Domenico Dandolo, nonno del nostro, a giudice e gastaldo ducale, bilanciata dall'elezione di Giovanni Polani a vescovo di Olivolo nel 1133.

La situazione cambiò dopo il 1141, quando il vescovo Polani ed il patriarca Dandolo entrarono in contrasto per questioni di giurisdizione ecclesiastica. L'incrinarsi dei rapporti portò nel 1143 ad un aperto contrasto tra il patriarca ed il doge. Nel 1145 la famiglia di Enrico incassò il supporto della famiglia Badoer, ma quando due anni dopo, nel 1147, lo zio si pronunciò su basi religiose contro l'alleanza in chiave anti-normanna tra Venezia e Bisanzio, andando contro gli interessi cittadini, il patriarca venne esiliato e le proprietà di famiglia rase al suolo per ordine del Doge, il quale morì però poco dopo a Caorle, mentre si apprestava a salpare con la flotta.

A quell'epoca Enrico era già quarantenne, sposato in prime nozze con la patrizia Felicita Bembo, dall'unione con la quale era nato Renier, la cui figlia, Anna Dandola, avrebbe sposato il re di Serbia Stefano Prvovenčani. Nel 1151 la pace con la famiglia Polani venne siglata dal matrimonio tra il fratello di Enrico, Andrea, con una rampolla Polani, Primera. Anche Enrico contrasse un nuovo matrimonio, sposando, dopo la morte di Felicita, Contessa Minotto, dalla quale ebbe altri tre figli: Fantino (futuro patriarca latino di Costantinopoli), Vitale e Marino.

La missione a Costantinopoli e la perdita della vista

Anche Enrico, come gli altri fratelli, si impegnò nel commercio tra Venezia, Costantinopoli ed Alessandria d'Egitto, ma di fatto nulla di certo sappiamo di lui sino al 1170, quando il doge Vitale II Michiel nominò bailo a Costantinopoli il sessantasettenne Dandolo. Qui Enrico giunse accompagnato dal fratello Giovanni, dopo aver lasciato l'amministrazione dei beni di famiglia alla moglie e a tale Filippo Falier della parrocchia di San Tomà, venendo ricevuto dall'imperatore Manuele I Comneno, che gli concesse anche il titolo onorifico di protosevasto. Il 21 marzo 1171, però, il basileus decise improvvisamente di porre fine al dilagante controllo commerciale veneziano ordinando l'immediato arresto di tutti i Veneziani presenti nei territori bizantini (10.000 residenti nella sola colonia di Costantinopoli) e la confisca dei loro beni e delle loro navi. Venezia reagì scatenando la Seconda guerra veneto-bizantina.. Di fronte alla devastazione dei propri possedimenti greci, l'Imperatore si mostrò disponibile a scendere a trattative, delle quali venne incaricato lo stesso Enrico Dandolo, assieme ai patrizi Sebastiano Ziani e Orio Mastropiero.. Il lungo e pretestuoso protrarsi delle discussioni portò però al diffondersi della pestilenza nella flotta veneziana e al fallimento della missione..

Stando alle cronache, nel corso di questi torbidi momenti, Enrico Dandolo avrebbe perso parzialmente o totalmente la vista: in occasione della fuga da Bisanzio o nel corso di un'accesa discussione con l'Imperatore, sarebbe rimasto cieco da un occhio o forse da entrambi. L'immagine del doge "martire" prima del dogado piacque e alimentò aneddoti ma, nei fatti, i problemi di vista del nostro divennero una vera e propria inabilità solo più avanti.

Gli anni alla corte ducale Al rientro a Venezia, lo Ziani ed il Mastropiero risultarono coinvolti in una rivolta che rovesciò il doge Vitale II, assassinato davanti alla chiesa di San Zaccaria da un certo Marco Casolo. Gli successe lo stesso Ziani, allora settantenne, tra i cui elettori figurava il padre di Enrico Dandolo, Vitale; Ziani si premunì di giustiziare rapidamente l'assassino e di inviare Vitale Dandolo a Costantinopoli a trattare la pace con l'imperatore Manuele,. mentre Enrico Dandolo venne inviato due volte come ambasciatore presso Guglielmo II di Sicilia per stringere alleanza contro i Bizantini. Lo Ziani avviò al contempo un'epoca di profondi mutamenti costituzionali che portarono alla nascita del Commune Veneciarum ed alla progressiva riduzione del potere del doge e della concione popolare in favore delle assemblee comunali, come il Maggior ed il Minor Consiglio e la Quarantia.

Questi anni vennero segnati, per l'ormai settantenne Enrico Dandolo, da viaggi in Oriente (es. Alessandria d'Egitto, uno degli snodi fondamentali della rotta delle spezie mediterranea), dove crescevano gli interessi di famiglia, tanto da divenire a quel tempo visconte di Tiro Giovanni Dandolo, forse figlio del fratello Andrea. Nel 1174, alla morte del padre, Enrico assunse il ruolo di pater familias, rafforzato dalla stipula con i fratelli di una fraterna, un particolare contratto che permetteva di mantenere l'unione legale e patrimoniale della famiglia.. Nel 1175, l'alleanza stipulata dal Dandolo, ambasciatore presso Guglielmo II di Sicilia, con i Normanni spinse infine il basileus Manuele a restituire ai Veneziani i loro beni ed i loro diritti nell'Impero.

Alla morte di Sebastiano Ziani, nel 1178, Enrico Dandolo era uno dei personaggi più in vista della città, scelto tra gli elettori ducali che nominarono nuovo doge Orio Mastropiero. Tuttavia, a seguito del probabile aggravarsi dei problemi di vista, Enrico Dandolo non ricevette dal Mastropiero alcun incarico di corte, mentre ben presto anche i fratelli sciolsero la fraterna, separando i patrimoni familiari nel 1181. In quello stesso anno, però, si offrì al Dandolo una nuova occasione. Dopo che la reggenza in Oriente di Andronico I Comneno per il giovane nipote Alessio II venne inaugurata da un nuovo massacro di Latini a Costantinopoli, Enrico Dandolo venne scelto nel 1183 per riallacciare i rapporti diplomatici con i Bizantini.. Lasciò dunque l'amministrazione dei propri beni alla moglie Contessa, al fratello Andrea e all'amico Filippo Falier, apprestandosi a partire.Il documento notarile che testimonia l'evento indica anche come all'epoca Enrico Dandolo fosse legalmente cieco, non comparendovi la sua firma, ma per lui quella del notaio, fatto insolito per un letterato - L'anno dopo (1184), Enrico tornò a Bisanzio, accompagnato questa volta da Pietro Ziani e Domenico Sanudo, coi quali giunse alla corte imperiale di Andronico I, oramai sbarazzatosi del giovane nipote Alessio e rimasto unico imperatore. In cambio del sostegno veneziano contro i numerosi nemici che aggredivano Bisanzio, Andronico concesse l'ampliamento dei diritti commerciali veneziani.

Ad occuparsi e a recuperare i numerosi interessi familiari in Oriente era con Enrico a Costantinopoli anche il fratello Giovanni, incaricato in particolare di amministrare le cospicue proprietà dell'anziano zio patriarca, che era uno dei maggiori possidenti veneziani di Costantinopoli. Giovanni riportò nel 1184 una cospicua quantità di ricchezze dalla chiusura di numerosi contratti d'affitto dello zio, il quale morì poi di lì a poco nel 1188.

Nel 1191 Enrico Dandolo venne incaricato di un nuovo delicato intervento diplomatico a Ferrara. Nel 1192, l'ormai anziano doge Mastropiero abdicò e si ritirò nel monastero di Santa Croce, ove spirò di lì a poco e fu sepolto nella chiesa del convento. Il Dandolo fu designato quale suo successore.

Il dogado

Enrico Dandolo giunse al dogato in tarda età, ad oltre ottant'anni, ma avrebbe regnato comandando lo stato con pugno di ferro e saggezza. Già anziano e cieco ma profondamente ambizioso, mostrò un'enorme energia e delle capacità mentali negli undici anni della sua carica da aver portato alcuni storici a ipotizzare che in realtà fosse almeno settantenne e non ottantenne quando divenne il leader di Venezia. Nessuna delle prime cronache e dei testimoni contemporanei fornisce la sua età esatta, menzionando solo che era molto vecchio..

La sua elezione, il 21 giugno 1192, fu ottenuta grazie ad un trucco: a quel tempo si usava che i consiglieri più giovani (comunque in genere abbastanza avanti con gli anni) rifacessero il letto ai consiglieri più anziani quando essi erano segregati per scegliere il nuovo doge, come atto di rispetto. Lui faceva parte dei "giovani" e andò da tutti i consiglieri a chiedere un voto simbolico per lui, che, indegno di ricevere il dogado, avrebbe però voluto ottenere almeno un riconoscimento simbolico. Quando si votò, tanti gli diedero "un unico voto simbolico" che ottenne la maggioranza e divenne doge.

Nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale il suo ritratto è accompagnato da un cartiglio con una scritta in latino che recita: "Henrico duci est titulus quartae partis et dimidiae totius imperii Romaniae dominatoris. (Il doge Enrico ebbe il titolo di signore della quarta parte e mezza di tutto l'impero di Romania)".Paolo Mastrandrea -Sebastiano Pedrocco, I Dogi nei ritratti parlanti di Palazzo Ducale a Venezia, Sommacampagna (VR), Cierre Edizioni, 2017, ISBN 978-88-8314-902-3, pp. 62-63. Primo periodo: 1192-1202 Uno dei primi decreti di Dandolo come doge, il 16 agosto 1192, fu quello di sfrattare tutti gli stranieri che avevano vissuto a Venezia per meno di due anni. I proprietari erano obbligati a sfrattare qualsiasi di questi stranieri dai loro locali e i cittadini che violavano il decreto dovevano pagare cinquanta lire di multa, mentre i beni degli stranieri venivano sequestrati. Inoltre, ai veneziani non era consentito prestare denaro a questi stranieri, ad eccezione di quelli provenienti dalle zone di Numana o Ragusa, per un periodo superiore ai quindici giorni. Il motivo per cui questo decreto è stato attuato è sconosciuto, ma sembra correlato a un recente aumento di stranieri a Venezia, poiché non ha colpito gli stranieri che vivevano in città da più di due anni..