I Mikea sono una popolazione in parte di cacciatori-raccoglitori che vive nella foresta di Mikea, una macchia di foresta spinosa mista e di foresta decidua secca, situata lungo la costa sud-occidentale del Madagascar, tra le città di Morombe e Tulear, i fiumi Mangoky a nord e Manomba a sud. In particolare le zone in cui sono concentrati sono quelle di Andravitsazo (comune di Ankililaoka), Anjabetrongo (comune di Analamisampy), Vorehe (comune di Basibasy) e Namonte (comune de Befandefa).. Nel Plan de Développement de la Population Autochtone Mikea pubblicato nel 2010 dal Ministero delle acque, foreste e ambiente del Madagascar, la popolazione Mikea è stata stimata in 923 abitanti, suddivisi in 180 famiglie, di cui 45 a Tanavao, 75 a Ankelilaly/Antanimena, 25 a Antampimbato/Bekofoka e 35 a Bedo..

Nel 2007 la parte settentrionale della foresta, compreso il lago salato Ihotry, è stata dichiarata dal governo zona ecologica protetta. Interdipendenti con i Mikea sono due gruppi di etnia sakalava che vivono nelle loro vicinanze: i pescatori Vezo sulla costa, e i contadini e pastori Masikoro sulla strada Toliara-Morombe. Con essi i Mikea commerciano i prodotti catturati o coltivati nella foresta.. Molti Mikea si dedicano occasionalmente a lavori retribuiti come la custodia delle mandrie di zebù o la coltivazione dei campi di grano, e praticano attività miste di caccia e raccolta di frutti selvatici, allevamento di animali, pesca d'acqua dolce e produzione di manufatti destinati al commercio..

Origini e identità etnica Le ipotesi sulle origini e la provenienza di questa popolazione, e le stesse rappresentazioni della cultura Mikea, non sono univoche; i primi studi etnologici sulle popolazioni malgasce del Sud pubblicati negli anni Venti dal norvegese Emil Otto BirkelI primi studi conosciuti sono quelli del norvegese Emil Otto Birkel (1877-1952): The Bantu in Madagascar: the Malagasy race affinity. Journal of the Royal African Society, 19 (1920), pp. 305-316; Marques de bœufs et traditions de race. Documents sur l’ethnographie de la côte occidentale de Madagascar. Oslo, 1926; Les Vazimba de la côte ouest de Madagascar. Mémoires de l’Académie Malgache, fasc. XXII, Tananarive, 1936. e altri realizzati a partire dagli anni Cinquanta del Novecento, hanno ipotizzato l'esistenza di un legame fra i Vazimba, gli abitanti originari di ceppo africano che si sarebbero insediati nell'isola prima dell'arrivo dei coloni proto-malgasci, e i Mikea, abitanti della foresta spinosa. Con essi avrebbero condiviso la stessa origine bantu..

Altri studiosi hanno invece collocato le origini storiche dei Mikea nel XVII secolo, periodo nel quale si sarebbero realizzati i primi insediamenti nella foresta di Mikea, ad opera di persone in fuga dalla dominazione delle dinastie Sakalava, e nei secoli successivi, da quelle coloniali e postcoloniali.

Un'ulteriore ricostruzione delle origini di questa popolazione, che in parte rappresenta una sintesi delle teorie sopraesposte, è quella presentata nel 2003 dal Ministero delle acque, foreste e ambiente del Madagascar, nel Quadro strategico per lo sviluppo delle popolazioni Mikea, in cui la storia degli abitanti della foresta viene ripercorsa attraverso l'individuazione di tre successive tappe di insediamento:

La prima ha per protagonisti gli abitanti ancestrali, i tompon'ala ("maestri della foresta") o lampihazo ("incollati all'albero"Tale termine si riferisce alla capacità attribuita agli abitanti della foresta di nascondersi dietro gli alberi, diventando invisibili, in caso di presenza di estranei. Cfr. Robert Andruantsoa, Mikea, gens de la foret, http://rob-histo.e-monsite.com/pages/geographie-de-madagascar/ethnies-de-madagascar/mikea.html ), sulla cui esistenza e provenienza non si avrebbero ancora prove certe; La seconda ondata di insediamenti è collocata nel XVII secolo, e si sarebbe realizzata a seguito dell'affermazione della dinastia Andrevola sulle altre etnie, con la fuga di chi non voleva sottomettersi a tale dominio verso la foresta, avvertita come luogo di rifugio, sicurezza e sostentamento. Nei secoli successivi, altre guerre tribali e l'oppressione della dominazione coloniale (dal 1896) e postcoloniale (repressione della rivolta del 1947, tasse imposte durante la prima repubblica 1960-1972) avrebbero spinto gruppi di persone a rifugiarsi in quello stesso habitat. La comunità dei Mikea qui creatasi avrebbe mantenuto legami sociali e relazioni commerciali con i villaggi esterni alla foresta, sviluppandosi nel contempo in forme autonome; essa si sarebbe fondata sul rispetto per il lignaggio dei fondatori, su un'attività di sussistenza basata sulla caccia e sulla raccolta, sulla nozione di proprietà comune della foresta e su comuni pratiche religiose (bilo e soro). L'ultima fase di insediamento sarebbe avvenuta negli anni Ottanta del Novecento, con il fenomeno migratorio legato alla coltivazione intensiva di mais, che spinse molte persone provenienti da altri paesi a stabilirsi in questa zona per guadagnarsi da vivere. I grandi mercati settimanali sorti lungo la Route National 9 (RN9), fra cui Vorehe, l'attività di evangelizzazione promossa da pastori luterani e il progressivo abbandono dell'economia di scambio avrebbero modificato lo stile di vita tradizionale degli originari Mikea, ma condotto nello stesso tempo alla "mikeizzazione" molti nuovi arrivati che avrebbero appreso l'arte di sopravvivere all'interno della foresta.

Sette anni dopo, nel Plan de Développement de la Population Autochtone Mikea (PDPA 2010) sarebbe del tutto scomparso ogni riferimento alla prima fase, e l'origine dei Mikea sarebbe stata ricondotta a quella dei vicini Masikoro e Vezo. L'importanza del documento del 2003 sta tuttavia nella sua premessa, fondata sul riconoscimento dei Mikea come "popolazione indigena", secondo la definizione stabilita nella Direttiva Operativa 4.20 della Banca Mondiale. I Mikea vengono descritti come "socialmente, economicamente e culturalmente diversi dalle altre etnie e tribù che costituiscono la società malgascia, vulnerabili, trascurati dalle amministrazioni che si sono succedute, senza mezzi per difendere le proprie terre", e per questo oggetto di specifici progetti di sostegno. Nel Quadro strategico del 2010 viene confermato che i Mikea hanno "una vita spirituale, culturale, sociale ed economica distinta, dipendente dalla terra e dalle risorse della foresta [...] La loro identità è riconosciuta dalle altre popolazioni come diversa da quella della società e della cultura dominante.".

Il riconoscimento dell'indigenità di questa popolazione e delle sue prerogative ad essere, come tale, tutelata, è stata oggetto di discussione in alcuni studi, perché i criteri che la definiscono - primitivismo, tradizione e vulnerabilità - sono ritenuti fondati su una visione idealizzata di questa comunità, non corrispondente alla realtà. È stato notato come tali criteri possano rivelarsi controproducenti per questa popolazione, perché riconducono ad una condizione di "naturalità" la povertà materiale e l'emarginazione sociale da essa spesso sperimentata nel più ampio contesto sociale, e penalizzanti anche per le etnie residenti nelle zone contigue: pur vivendo spesso criticità simili a quelle dei Mikea, i Vezo e i Masikoro sono infatti stati esclusi dall'utilizzo delle risorse del nuovo Mikea National Park in quanto non ritenuti popolazioni "autoctone"..

Altri studi hanno sottolineato, sulla scorta di ricerche condotte sul campo, la difficoltà di individuare connotazioni specifiche dei Mikea come etnia separata, o ne hanno messo in discussione la legittimità, dal punto di vista scientifico, di considerarli un gruppo a sé stante e uniforme. L'interazione con le popolazioni vicine, l'alto livello di mobilità, la molteplicità di attività svolte dentro e fuori la foresta e l'assenza di precise connotazioni fisiche e linguistiche, renderebbero problematico identificare i Mikea in maniera inequivocabile. Inoltre la condivisione della storia orale, di riti, cerimonie, dialetti con i loro vicini Masikoro e Vezo, indicherebbero una continuità culturale con queste popolazioni, e non una separazione etnica..

Più che essere legato a un'etnia specifica, il termine Mikea viene sempre più spesso usato per definire coloro che vivono nella foresta e adottano un particolare stile di vita. Alcuni studi sui Mikea ed altre etnie malgasce sottolineano come l'identità etnica non sia fondata solo sul lignaggio e sulla storia dei propri antenati, ma anche su elementi "mobili", come la residenza, lo stile di vita, l'attività economica di sussistenza, ossia su una combinazione di fattori sociali, ambientali ed economici flessibili. I Vezo, ad esempio, sono comunemente definiti come coloro che vivono sulla costa, utilizzando le risorse del mare; i Masikoro quelli che coltivano la terra e allevano bestiame nelle aree interne.. I Mikea stessi risultano spesso suddivisi in tre tipologie, a seconda della prossimità geografica e dello stile di vita condiviso con le etnie vicine: i Vezo-Mikea impegnati principalmente nella pesca e nella raccolta di prodotti di mare; i Masikoro-Mikea che vivono di agricoltura; i Mikea veri e propri che abitano la foresta spinosa e si nutrono delle sue risorse: la dipendenza dai prodotti forestali per il sostentamento, e uno stile di vita strettamente legato alla terra e all'habitat forestale, costituirebbero il nucleo centrale della loro identità. 251-263 Il Cadre Fonctionnel de Procédures de Sauvegarde pour le Projet de Création du Parc National Mikea redatto nel 2010 ne è una conferma, quando afferma che "Lo statuto di popolazione autoctona viene perso quando un individuo o una comunità abbandona la foresta e adotta lo stile di vita e la cultura del mondo esterno."

L'adesione del popolo delle foreste a uno stile di vita percepito dagli abitanti dei villaggi e delle città come ancestrale e primitivo ha contribuito a creare miti e miti e leggende sui Mikea, spesso descritti come nudi pigmei dalla pelle scura, i capelli crespi e un timore innato nei confronti degli estranei, per sfuggire i quali si celerebbero abilmente, fino quasi all'invisibilità, all'interno della foresta; alcune di queste leggende, che si richiamano alla relazione fra Vazimba e Mikea, sono diventate parte del canone storico nazionale e del curriculum di storia di generazioni di studenti malgasci..

Tuttavia gli abitanti della foresta sono anche oggetto di stigma sociale, in riferimento alla loro immagine di nomadi primitivi isolati o incivili; per questa ragione molti di loro rifiutano di essere chiamati o di autodefinirsi Mikea. Società

La società dei Mikea è di tipo patrilineare. Gli insediamenti dei Mikea sono in genere costituiti da gruppi familiari, e per lo più consistono in una coppia di anziani, i loro figli sposati e le loro mogli, i nipoti di questi matrimoni e i figli non sposati, di qualsiasi età, della coppia più anziana. Le donne in genere dopo il matrimonio si trasferiscono nell'accampamento della famiglia del marito. Dopo che l'aspirante sposo riceve il consenso del padre della ragazza tramite richiesta avanzata dal genitore o dal fratello, le due famiglie si incontrano. Secondo alcuni studiosi al padre della sposa viene consegnato un animale o un equivalente in denaro.. I figli sono legittimati attraverso il conferimento di regali da parte del marito ai genitori della moglie. La relazione tra il fratello della moglie (renilahy "madre maschio") e i suoi figli possono essere molto forti nei matrimoni Mikea; lo zio adotta comunemente bambini che il marito della sorella non ha legittimato. Sia il marito che la moglie hanno il diritto di divorziare in qualsiasi momento e risposarsi. Si pratica anche la poligamia..

Un "consiglio dei saggi" composto dai capifamiglia assume le decisioni che riguardano l'interesse di tutto il villaggio..