Palazzo Boldrin, noto anche come Palazzo Malmignati-Conti-Boldrin e sede della Cittadella della Cultura, è un palazzo storico di Lendinara, costruito nella prima metà del XVI secolo da Vincenzo Malmignati sulla sinistra dell'Adigetto, nell'attuale via G.B. Conti e di fronte alla chiesa di San Biagio. L'edificio, in stile ferrarese, conserva il prospetto originario cinquecentesco e passò nel tempo dalle famiglie Malmignati ai Conti e infine ai Boldrin. Dal 1943 ospita la Biblioteca comunale, successivamente intitolata a don Gaetano Baccari, e accoglie inoltre l'Archivio storico comunale e il Museo del Risorgimento.

Storia Il palazzo fu edificato nella prima metà del XVI secolo da Vincenzo Malmignati, cavaliere della Serenissima e figura attiva nelle istituzioni locali. Nel 1543 Malmignati chiese al Consiglio cittadino l'autorizzazione a sistemare il vicolo sul quale sorgeva il nuovo palazzo. La richiesta fu accolta nel mese di marzo dello stesso anno. A est del palazzo fu annesso un ulteriore corpo di fabbrica, sottoposto nel tempo a diversi interventi, mentre sul retro si estendeva un giardino cintato.

Nella prima metà del Cinquecento Vincenzo Malmignati e lo zio Lorenzo trasferirono le loro residenze nel borgo di San Biagio, facendo costruire due palazzi sulle rive opposte dell'Adigetto; uno di essi era il palazzo, che passò successivamente dalla famiglia Malmignati alla famiglia Conti. Nella seconda metà del Seicento Marino Conti promosse la riedificazione del corpo edilizio legato alla famiglia Conti. I Conti fecero costruire accanto al palazzo cinquecentesco un "palazzo gemello" verso la metà del Seicento, poi ristrutturato nel 1772 e armonizzato con il primo mediante un cornicione continuo a mensoloni. Il complesso fu abitato anche dal poeta Giovan Battista Conti. Nel corso del Settecento fu interessato da ulteriori interventi. Nel 1873 l'edificio fu acquistato da Pietro Marchiori, sindaco di Lendinara. Successivamente il complesso pervenne alla famiglia Boldrin.

Nel 1941, in seguito al lascito di Brunetto Boldrin, il palazzo fu destinato a un ente morale con finalità assistenziali e di divulgazione della cultura. L'ente fu riconosciuto con decreto del 3 giugno 1955. Nel 1943 la Biblioteca comunale fu trasferita nell'edificio da Palazzo Perolari. Il 22 ottobre 2016 aprì al pubblico il Museo del Risorgimento, collocato nelle sale del sottotetto.

Restauri I primi lavori di restauro di Palazzo Boldrin documentati dallo studio di Andrea Baccaglini furono eseguiti nel 1959. Nel 1962 fu restaurato il solaio della sala centrale del pianterreno, che presentava un leggero abbassamento. Tra il 1969 e il 1970 furono riparati il tetto e il piano superiore della palazzina all'angolo tra via Garibaldi e vicolo Dolfini, collegata al complesso.

Gli anni Ottanta furono caratterizzati da ulteriori lavori di ristrutturazione e sistemazione del palazzo e delle sue adiacenze, finanziati anche con contributi straordinari del Comune. Nel 1996 furono eseguiti interventi straordinari sul tetto e sul manto di copertura, con un contributo della Regione del Veneto; il progetto e la direzione dei lavori al tetto furono curati dall'ingegnere Giovanni Battista Fasiol. Nel 2002 fu realizzato l'adeguamento degli impianti elettrici, finanziato dalla Regione e dal Comune. Nel 2005 fu affidato il progetto preliminare per la realizzazione della Cittadella della Cultura a Palazzo Boldrin, intervento che giunse a compimento nel 2014.

Descrizione Esterno Il prospetto principale, di stile ferrarese, conserva l'impianto originario distribuito su due ordini. Il registro inferiore è caratterizzato da un alto zoccolo e da un portale centinato, sormontato dallo stemma di famiglia. Al pianterreno era presente lo stemma dei Malmignati, collocato tra quattro finestre; le aperture che oggi affiancano il portale furono aggiunte successivamente. L'ordine superiore è delimitato da un cornicione dentellato e da una cornice marcapiano ed è caratterizzato da una loggia in marmo con poggiolo a balaustra. La loggia reca due stemmi di famiglia sui pennacchi e l'incisione del nome del committente Vincenzo Malmignati sull'architrave. La parte originaria del piano superiore presenta inoltre un poggiolo centrale che raggiunge il cornicione-davanzale, con finestre architravate disposte simmetricamente ai lati della trifora centrale, decorata dagli stemmi della famiglia Malmignati e da un fastigio orizzontale in rilievo sul quale è inciso il nome di Vincenzo Malmignati.

In epoche successive furono aggiunte sei aperture ai lati del portale al pianterreno. Al piano nobile quattro finestre architravate, con cornice lavorata e frontone triangolare, affiancano la loggia centrale. Il fronte presenta inoltre angolari a bugnato, due stemmi nobiliari e comignoli a bulbo. Un altro prospetto presenta al pianterreno un portale centinato al quale corrisponde, nel registro superiore, una bifora con poggiolo a balaustra. Sulla facciata era inoltre affrescata un'immagine dellAnnunciata.

L'intero prospetto principale era decorato da affreschi cinquecenteschi di scuola veronese, attribuiti a Giovanni Battista Zelotti, allievo del Veronese; le pitture sono oggi in gran parte scialbate. Dai lacerti superstiti e dalle testimonianze settecentesche sono riconoscibili quattro figure femminili allegoriche delle stagioni e un fregio superiore con putti e animali. Nel 1795 Pietro Brandolese, descrivendo le pitture del palazzo di Vincenzo Malmignati, ne ricordò la decorazione e i frammenti ancora visibili.

Interno Il palazzo Malmignati-Boldrin presenta un vasto salone d'ingresso con due stanze per lato: in alcune sono visibili le travi, mentre altre conservano decorazioni dipinte realizzate nel XX secolo. Gli interni conservano una pianta rettangolare e un impianto distributivo caratterizzato da una sala centrale passante ai diversi livelli, copertura a capanna e vano scala laterale. Nel salone d'ingresso al pianterreno, sui peducci della volta lunettata, sono scolpiti gli stemmi di diverse famiglie della nobiltà lendinarese, divenuti difficilmente leggibili a causa dello scialbo. Alla destra dell'ingresso principale si trovano due stanze in infilata, la prima delle quali presenta una lunettatura con stemmi sui peducci degli archi, tutti raffiguranti l'insegna dei Malmignati. Nelle lunette sono inseriti sei medaglioni dipinti con ritratti, probabilmente appartenenti a membri della famiglia.

La partizione architettonica del soffitto è dipinta in terra di Siena. La sala adiacente presenta invece una volta decorata in modo da imitare una partitura lignea, con sottili cornici dorate che racchiudono camei e motivi floreali. Al piano nobile il salone presenta un soffitto a cassettoni e pareti dipinte con quadrature monocromatiche di gusto neoclassico. La decorazione comprende dodici pilastri scanalati con capitelli corinzi, che sostengono un architrave con fregio istoriato decorato con motivi a greca, aquile, teste di leone, ghirlande e rosette. La sala sudorientale è decorata con un fregio ad encarpo interrotto da cornici ottagonali modanate contenenti putti rappresentati come allegorie delle Arti.

Nella fascia perimetrale della volta della sala occidentale sono inserite cartelle esagonali con motivi a grottesca su fondo azzurro. Sui lati brevi è raffigurato un cratere fumante affiancato da coppie di equini che terminano in girali fioriti. Sui lati lunghi compaiono coppie di sfingi terminanti in girali fioriti, affiancate a raffigurazioni allegoriche racchiuse entro mandorle la cui cornice, composta da canne palustri, richiama divinità fluviali. Al centro della volta sono dipinti a chiaroscuro due putti musicanti con arpa. Le raffigurazioni della sala appartengono alla tradizione veneta dell'"immaginario dell'acqua", collegata alla rappresentazione dell'acqua come fonte di benessere e felicità collettiva e diffusasi a partire dal Cinquecento insieme allo sviluppo della scienza idraulica, anche nel territorio polesano. Nel 1916 Brunetto Boldrin affidò al bolognese Carlo Baldi la decorazione del salone d'ingresso.

Biblioteca Il palazzo ospita la Biblioteca comunale dal 1943. Al piano terra si trovano la Sala Prestiti, la Sala ragazzi, la Sala della storia locale, la Sala delle Donazioni Frizziero e Martini e la postazione dell'Ufficio di informazione e accoglienza turistica. Dal salone centrale si accede al Giardino della Lettura. Al primo piano si trovano il Salone per le Conferenze, le due Sale del Libro Antico, la Sala della Città, che conserva l'Archivio storico comunale, la Sala dell'archivio Giuseppe Marchiori e la Sala dell'archivio Malmignati.

Storia della biblioteca Nel XVII secolo furono poste le basi dalle quali si sviluppò successivamente la Biblioteca comunale di Lendinara. Lodovico Cattaneo fondò nel 1617 una società letteraria denominata Accademia degli Aggirati. Undici anni dopo l'accademia fu rinnovata grazie al poeta G. Malmignati e al maestro A. Faccioli, assumendo il nome di Accademia degli Incomposti. Più di trent'anni dopo Taddeo Cattaneo rinnovò nuovamente l'Accademia di Lendinara, suddividendola in tre sezioni: i Composti, dedicati alle materie sacre, morali e scientifiche; gli Incomposti, destinati alle attività ludiche; e gli Animosi. Verso la fine del Seicento il clima culturale lendinarese fu ulteriormente favorito dalla diffusione della stampa e dall'apertura di una tipografia che produceva libretti di carattere religioso e occasionale, mentre l'attività tipografica locale conobbe un nuovo sviluppo attorno al 1900.

Don Gaetano Baccari, oltre all'attività sacerdotale ed educativa, coltivò un particolare interesse per la biblioteconomia e la cultura. Tentò di rinnovare l'Accademia lendinarese, senza tuttavia riuscire a darle una direzione stabile, e iniziò quindi a raccogliere una consistente collezione libraria destinata alla pubblica utilità. Il 23 agosto 1787 la Rappresentanza comunale accolse il progetto di Baccari per la fondazione di una libreria pubblica e gli assegnò annualmente venti ducati per l'acquisto di nuovi testi; l'atto è considerato l'atto di fondazione della Biblioteca civica di Lendinara. Fin dall'inizio il Comune sostenne le spese per l'affitto dei locali nei quali Baccari conservava i libri. La raccolta fu ospitata in diverse abitazioni in attesa di una sede definitiva.

Alla morte di Baccari, nel 1839, la biblioteca possedeva più di 7.000 tomi, dei quali non è conservato un inventario completo. La mancanza di una sede adeguata continuò a rappresentare un problema per la biblioteca lendinarese. Nel 1843 la biblioteca fu trasferita nel municipio, dove i libri rimasero per un periodo non accessibili al pubblico. Alberto Mario, in qualità di consigliere comunale, si occupò successivamente della biblioteca. Nel 1875 la biblioteca fu aperta in alcuni locali e il dottor L. Ganassini ne assunse la direzione, mentre il patrimonio librario crebbe fino a raggiungere circa 10.000 volumi.

Dopo la morte del bibliotecario e a causa della scarsità delle risorse economiche, la biblioteca attraversò un nuovo periodo di abbandono, terminato nel 1896, quando la Società Operaia di Mutuo Soccorso mise a disposizione parte della propria sede. In seguito la biblioteca comunale fu sistemata in via Garibaldi, dove rimase per più di trent'anni. Al trasferimento dei libri provvide Antonio Cappellini. Dopo diversi spostamenti, il quinto trasferimento avvenne a Palazzo Perolari Malmignati, divenuto proprietà comunale nel 1915. Giuseppe Marchiori provvide all'organizzazione dei volumi all'interno del palazzo.