Un esempio di cosa abbia significato Traiano nell'eredità storica culturale dell'Impero romano, e per buona parte di quella dell'Impero bizantino, è il saluto augurale che ogni nuovo imperatore dopo di lui riceveva dal Senato:

Lo stesso senato, ad appena due anni dalla assunzione a imperatore nel 100 d.C., per la prima volta nella storia romana, gli conferì l'appellativo di "Optimus",Cassio Dione, LVIII, 23.1. un titolo che Roma riservava a personaggi eccelsi come al nume tutelare dello Stato romano: Giove Ottimo Massimo, ma che il princeps non volle, per diversi anni, che fosse inserito fra i suoi titoli ufficiali.Sulla colonna traiana (113 d.C.) il titolo di "optimus" ancora non compare. L'epigrafe riporta: Traiano accettò solo nel 114 il titolo di "optimus" e ben volentieri perché si riferiva non tanto alle sue imprese militari quanto alle sue qualità morali che lo rendevano vicino a Iuppiter Optimus Maximus: lo stesso dio che, secondo una leggenda posteriore, sotto l'aspetto di un essere gigantesco, nel 115 lo aveva salvato da un terremoto ad Antiochia: avvenimento questo ricordato nella monetazione del 115 come «Giove salvatore del padre della patria». Naturalmente non tutti i sudditi del princeps condividevano l'elogio come gli ebrei che, combattendo lui e i suoi dei, lo chiamarono sprezzantemente «Trogianus il malvagio».

Alla sua morte, Traiano (117) venne deificato dal Senato e non fu sepolto, secondo la legge, all’esterno del Pomerium, il limite sacro della città, ma le sue ceneri furono deposte in un’urna d’oro entro la base della Colonna Traiana, nel cuore di Roma. Con lui fu poi sepolta l'epicurea Plotina, sua unica moglie, cui fu fedele per tutta la vita. Fu divinizzata assieme alla sorella dell'imperatore, Ulpia Marciana ed entrambe con il titolo di "Augusta"In questo modo la triade imperiale degli Augusti (Traiano, Plotina e Marciana) richiamava la triade capitolina (Giove Giunone e Minerva). ricevettero culti pubblici.L. Capponi, op.cit. ibidem.

Gli storici antichi

Traiano prese il potere quasi naturalmente, senza tumulti e opposizioni; lodato in vita per il suo governo fu l’unico imperatore mai contestato e ricordato dai posteri per la sua clementia e il senso della giustizia. Da tutti apprezzato: dal senato con cui collaborò; dalla plebe romana a cui distribuì generosamente denaro e generi alimentari, offrì grandi spettacoli e abbellì la città di magnifici monumenti; dai provinciali che si sentivano a lui più vicini per essere nato in provincia (anche se di origini italiche); dai legionari che conoscevano il suo valore militare per aver condiviso con loro i rischi della guerra «sopportando fame, sete, polvere e sudore insieme a loro».Plinio il Giovane, Panegyricus, 88, 4. e, infine, dagli intellettuali che aderivano alla sua cultura stoica. Per molto tempo la figura di Traiano che viene tramandata è quella descritta da Plinio il giovane ben disposto nei confronti dell'imperatore che lo ha nominato console verso l'anno 100. Nel suo discorso di ringraziamento (Panegyrico) Plinio lo indica come l'esempio del sovrano ideale contrapponendolo come Optimus princeps a Domiziano, nemico di quel senato a cui appartiene lo storico per questo motivo ben poco affidabile come fonte imparziale.

Plinio riconosce all'imperatore quella virtù che il senato giudica come una suprema qualità quella della moderazione e semplicità, le antiche virtù della Repubblica romana, alle origini di tutte le virtù compresa la clemenza, la giustizia e la pietas mentre è la sfrenatezza del potere la causa dei governi dispotici.Plinio riecheggia qui il giudizio di Cicerone (106 a.C.-43 a.C.) su Cesare a cui attribuisce la virtù della clementia: poiché, se è vero che la gloria di Cesare riposa, come quella di altri condottieri, sul talento militare, egli è l'unico che, fra tutti i vincitori, si è distinto per la sua bontà d'animo, tanto nobile che non basta semplicemente paragonarlo ai grandi uomini, ma va giudicato simile a un dio («haec qui faciat, non ego eum cum summis viris comparo, sed simillimum deo iudico») poiché egli si è comportato clementer (con clementia), mansuete (con mansuetudine), iuste (con giustizia), moderate (con moderazione), sapienter (con saggezza); in

Nessun imperatore prima di Traiano ha portato la sua conquista così lontano ad Oriente e anche per questo espansionismo dell'esercito romano egli rappresenta agli occhi dei senatori il ritorno degli antichi generali della Repubblica. Un'idea questa così consolidata che vengono messe da parte e dimenticate nella tradizione storica anche le gravi sconfitte ad opera dei Parti verso la fine del suo principato:

Il patrimonio politico e culturale che Traiano lascia alle generazioni successive si evidenzia in effetti fin dagli inizi del suo potere. Con lui si afferma la regola che la nomina imperiale debba essere assegnata al più meritevole in base a una libera scelta formalizzata con l'adozione da parte di chi detiene il potere . Un criterio questo che nel corso del II secolo favorì un periodo di eccezionale splendore per l’Impero. Proprio su questo aspetto della politica di Traiano si appunterà invece la critica di Tacito che non gradisce la nomina di Adriano a successore poiché l'imperatore ha scelto un membro della sua famiglia e non ha invece designato per merito il migliore dei candidati che secondo lo storico avrebbe dovuto essere Gaio Avidio Nigrino uno dei suoi amici messo a morte all'inizio del principato di Adriano. E. Cizek, Tacite face à Trajan, 1992.

Svetonio prevede un'epoca felice dopo la morte di DomizianoSvetonio, Vita dei dodici Cesari, 23, 2. e secondo Tacito i regni di Nerva e Traiano segnano l'inizio di un beatissimum saeculum (era felice).Tacito, De vita et moribus Iulii Agricolae, III, 1 e XLIV, 5. Tacito raramente si riferisce a Traiano tuttavia insiste sul contrasto tra i governi di Domiziano e Nerva che è stato capace di conciliare principato e libertà mentre Traiano «accresce ogni giorno la felicità dell'epoca». Nerva e Traiano segnano il ritorno delle libertà di espressione e di pensiero.Tacito, Storie, libro I, 1-4. In effetti questi due storici, pur contemporanei di Traiano e Adriano, sembrano trascurare le dinastie passate per mettere in luce la dinastia attuale quella degli Antonini. Eugen Cizek, Structures et idéologie dans la Vie des douze Césars de Suétone, Paris, 1977. Régis F. Martin, Les douze Césars, Perrin, 1991. Lo storico Dione Cassio, senatore dell'epoca dei Severi, ci lascia un ritratto elogiativo dell'imperatore:

Dione accenna all'omosessualità e all'amore per il vino di Traiano, spesso ubriaco ma questi comportamenti non vengono usati per mettere in cattiva luce l'immagine dell'imperatore, come era accaduto invece per le figure di Nerone e Domiziano, ma per accentuare quella semplice umanità che il popolo apprezzava come avveniva quando Traiano usciva per le vie di Roma in lettiga o spesso a piedi, senza alcuna scorta, lasciandosi avvicinare e interrogare da chi volesse, e, come dice Plinio, «confidando alla fede pubblica il fianco indifeso».

Quando ormai l'Impero è decaduto gli antichi autori continuano a vedere in Traiano l'ideale del bonus princeps come modello di buon governo. Così Ammiano Marcellino (330-400) paragonava Flavio Claudio Giuliano (331-363) a Traiano per le virtù guerresche.Ammiano, XXX, 9, 1. NellEpitome de Caesaribus (fine del IV secolo)Epitome, 13 8. l'autore apprezza Traiano che pur essendo scarsamente doctus è sullo stesso livello di Teodosio (347-395) ragion per cui anche il barbaro Teodorico il Grande (454-526) può legittimamente dirsi di essere imitatore di Traiano poiché come lui, pur essendo di parca scientia et moderate eloquens, governa da ottimo sovrano.

In una lettera al popolo romano, Atalarico (516-534) sulle orme del nonno promette di ispirare il suo governo a Traiano «esempio famoso nei secoli».Cassiodoro, Varie, VIII 3,5.

Dal Medioevo al Rinascimento

Uno degli aspetti che più colpì l'immaginario popolare e che si trasmise per lungo tempo attraverso aneddoti e leggende, oltre che nelle opere della cultura artistica, fu il senso della giustizia di Traiano. Nel Medioevo si diffuse la leggenda secondo la quale papa Gregorio I, colpito dai buoni sentimenti di giustizia dell'imperatore, avrebbe ottenuto da Dio la di lui resurrezione per il tempo necessario ad impartirgli il battesimo e la remissione conseguente dei peccati e annoverarlo così nel numero dei beati:Tommaso d'Aquino, Somma Teologica, VI, Questione 71, 5.

Dante Alighieri riporta questa leggenda nella Divina Commedia, ponendo Traiano in Paradiso, nel Cielo di Giove, e precisamente fra i sei spiriti giusti che formano l'occhio della mistica aquila.

Molti aneddoti tramandano il senso per la giustizia di Traiano: il più celebre di questi racconta di come una vedova lo abbia fermato mentre si dirigeva verso la Dacia per la sua campagna chiedendogli in lacrime giustizia per suo figlio assassinato. Traiano la rassicurò dicendo che avrebbe provveduto al caso al suo ritorno, ma quella gli ricordò che sarebbe potuto non tornare; allora Traiano le garantì che in sua vece ci avrebbe pensato il suo successore. La vedova allora gli fece notare che in quel caso non avrebbe mantenuto la sua promessa perché non ci avrebbe pensato lui di persona, e se anche le fosse stata resa giustizia non sarebbe stato per merito suo. Traiano allora smontò da cavallo, cercò e punì il colpevole rendendo giustizia alla vedova, quindi ripartì per la guerra.Novellino, 69.«Questa leggenda, che compare nelle varie Vitae di Gregorio Magno, deriva probabilmente da un fraintendimento dell'immagine di una donna supplice, personificazione della Dacia, di fronte a Traiano, scolpita nell'omonima colonna», in Anche questa vicenda è ripresa da Dante nel Canto X del Purgatorio come esempio di umiltà fu più volte narrata in latino e volgare (oltre che da Dante, anche dal Novellino, dal Fiori e vita di filosafi ed altri savi ed imperadori). La leggenda, che poneva gravi problemi a storici e teologi del tempo fu in età più recenti respinta da autori come Cesare Baronio, Roberto Bellarmino e altri.

Un altro aneddoto descrive una matrona che andò da Traiano accusando il marito assente di maltrattamenti e di averla ridotta in povertà: «Vedi», gli disse «come sono ridotta? Un tempo ero grassa e ora, per i cattivi trattamenti di lui, sono sparuta e magra. E si è mangiato tutto il mio avere!». «E che importa a me di questo?» rispose l'imperatore. «Non è tutto», riprese la donna, «dice sempre male del tuo governo e critica aspramente ogni cosa che fai». E l'imperatore: «E che importa a te di questo?».

Proprio per essere più vicino al popolo romano, Traiano fece scrivere sulla porta della sua residenza Palazzo Pubblico, perché ognuno potesse entrarvi liberamente.Scavi archeologici denominano un complesso di edifici Privata Traiani, la casa di Traiano risalente a quando non era ancora imperatore «che le fonti localizzano sull'Aventino e da altri identificata con i resti sotto la chiesa di Santa Prisca. È probabile, comunque, che la ricca domus facesse parte del patrimonio imperiale, poi parzialmente inglobata da Decio nella costruzione delle terme»; in Addirittura, egli era solito ricevere, di persona e senza appuntamento, chiunque volesse ottenere da lui giustizia. Da qui deriva un altro celebre aneddoto: alle rimostranze del suo segretario che si lamentava del fatto che il suo padrone si fidasse troppo incautamente di tutti, Traiano rispose: «Tratto tutti come vorrei che l'Imperatore trattasse me, se fossi un privato cittadino».Landolfo Sagace, IX, 4,1.

Gli storici dal XVI alla metà del XX secolo