La teoria del complotto sull'attentato di via Rasella consiste nell'ipotesi che l'azione gappista avesse come obiettivo occulto quello di colpire, provocando una rappresaglia contro i prigionieri, alcuni gruppi della Resistenza romana politicamente rivali del Partito Comunista Italiano.
La teoria non ha trovato riscontri né in sede storiografica né in sede giudiziale ed è stata valutata come infondata dagli storici che se ne sono occupati.
Presupposti Rapporti tra PCI e Fronte militare clandestino Il PCI nutriva sospetti e diffidenze verso il Fronte militare clandestino del colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, formazione che riuniva tutti gli elementi fedeli al governo Badoglio (con sede a Brindisi e poi a Salerno), di cui seguiva le direttive e che rappresentava anche politicamente nella capitale occupata. Il 13 dicembre 1943 il dirigente comunista Giorgio Amendola, nell'illustrare alla direzione milanese del partito gli ostacoli verso l'insurrezione finale, descrisse il Fronte militare clandestino come «una organizzazione reazionaria che cerca di inquadrare i carabinieri e gli ex ufficiali e che si propone di lottare contro i tedeschi ma di assicurare l'"ordine" e di impedire l'intervento popolare nella lotta»..
Nelle sue memorie del 1973 Amendola afferma che le profonde divergenze politiche non gli impedirono in seguito di avviare una collaborazione con Montezemolo, il quale pure si autodefiniva, oltre che monarchico, «anticomunista sfegatato».. Dalle memorie di Amendola si apprende inoltre che il proposito di eliminare la concorrenza politica dei monarchici e dei militari, anche attaccandoli, era limitato ad alcune frange di sinistra autonome dal CLN, avendo il dirigente comunista respinto «con indignazione» un progetto in tal senso dell'ex vicesegretario socialista Carlo Andreoni (il quale, avversario politico del PCI durante e dopo la guerra, era morto nel 1957), riporta che l'aver stabilito rapporti con i militari gli procurò le critiche di Andreoni, che avrebbe sostenuto: «il vero nemico per noi sono i monarchici. I tedeschi se ne andranno al momento opportuno, e non occorre rischiare le nostre forze contro di loro. Sarà al momento della ritirata dei tedeschi che dovremo scattare, per imporre una soluzione socialista. E allora ci troveremo contro i monarchici e tutte le forze dell'apparato militare, che vorranno assicurare "l'ordine" nel momento del trapasso. Perciò dobbiamo concentrare i colpi contro di loro, adesso che abbiamo le mani libere e possibilità di azione». Andreoni, fuoriuscito dal PSIUP, dirigeva il foglio clandestino il partigiano, su posizioni ostili alla politica moderata del CLN verso la monarchia e vicine alla linea rivoluzionaria intransigente di Bandiera Rossa. Sul secondo e ultimo numero del partigiano si legge: «A Brindisi, sede della profuga dinastia, il popolo lavoratore ha dei nemici più subdoli e vili dei nemici di Verona [i fascisti della RSI, ndr], e li combatterà con le stesse armi e con la stessa decisione». Cfr. .
Rapporti tra PCI e Bandiera Rossa
È nota inoltre l'ostilità del PCI verso i gruppi trotskisti, che nel gennaio 1944 l'edizione meridionale dell'Unità denunciò come quinta colonna del nazismo e del fascismo, definendoli tra l'altro «rettili abietti da schiacciare senza pietà nell'interesse non solamente del Partito e della classe operaia ma dell'umanità intera. [...] prendendo ad esempio quanto hanno fatto i compagni russi nella loro lotta per l'annientamento del trotskismo». Il Movimento Comunista d'Italia (MCd'I), meglio noto come Bandiera Rossa, era ritenuto "trotskista" dai comunisti del PCI, attribuisce a Bandiera Rossa «carattere anarcoide e anche trotskista»..
L'edizione romana dell'Unità attaccò varie volte Bandiera Rossa, sia prima sia dopo l'eccidio delle Fosse Ardeatine Il Comando Militare Unificato dei Comunisti menzionato nell'articolo era un organismo diretto da Antonino Poce, responsabile militare di Bandiera Rossa..
Presenza di partigiani di Bandiera Rossa in via Rasella Al momento dello scoppio della bomba, nella latteria di Romolo Gigliozzi in via Rasella si trovavano alcuni partigiani di Bandiera Rossa, appartenenti a una banda formata da operai della compagnia telefonica TETI. Secondo la versione dei fatti di Orfeo Mucci, commissario politico di Bandiera Rossa, tre partigiani del gruppo si trovavano sul posto e «stavano preparando un attentato non si sa organizzato da chi»; di questi, Antonio Chiaretti ed Enrico Pascucci, dopo l'esplosione, «vedendo i tedeschi mettere al muro tutti i passanti... tirarono fuori le pistole per difendersi ma subito Antonio Chiaretti cadde stroncato da una raffica di mitra mentre Enrico Pascucci fu arrestato (e poi massacrato)»; un terzo partigiano del gruppo, il muratore Giovanni Tanzini, venne rastrellato e individuato come partigiano dalla tessera di appartenenza al gruppo rinvenutagli addosso con la perquisizione: fu poi deportato in Germania, da dove, dopo la fine della guerra, tornò vivo ma gravemente prostrato dalla prigionia. Non è mai stato acclarato il perché i tre partigiani si trovassero in via Rasella proprio durante l'attentato.La presenza in via Rasella di Chiaretti (chiamato erroneamente Tommaso anziché Antonio) «rimane senza spiegazione» secondo Argentieri sostiene che Alessandro Portelli non faccia «alcuna menzione nel suo pur pregevole saggio L'ordine è stato eseguito» (sic) della «affiliazione politica» dei caduti delle Fosse Ardeatine. In realtà Portelli scrive: «Stando alle varie rivendicazioni di parte, alle Fosse Ardeatine sarebbero morti 62 militanti di Bandiera Rossa, 40 del Pci, 84 del Partito d'azione, 46 militari, 265 cattolici, 75 ebrei, 18 massoni, un numero imprecisato di "apolitici", molti socialisti... insomma, la cifra di 335 non basta a contenerli tutti. Vorrà dire che molti di loro erano più di una cosa sola, e che spartirseli e litigarseli non è il modo migliore di rendere omaggio alla loro complessità»: cfr. . In merito a tale quantificazione (diversa da quella proposta da Argentieri) Portelli cita quale fonte Roberto Gremmo, I partigiani di Bandiera Rossa, Biella, Edizioni ELF, 1996, pp. 92-3.. Nel caso di Chiaretti si è accertato che non fu ucciso dai tedeschi, bensì rimase vittima della bombaSecondo , ne fa fede l'atto di morte di Chiaretti..
Lo storico Alessandro Portelli scrive che nel «bar-latteria, con l'insegna "spaccio di ghiaccio", con due ingressi all'angolo di via Rasella e via del Boccaccio, il 23 marzo del 1944 c'erano tre militanti di Bandiera Rossa, intenti a preparare un attentato. Secondo Roberto Gremmo, storico e apologista di Bandiera Rossa, non erano lì per caso: il locale era "gestito da un socialista, Romolo Gigliozzi, che disponeva di alcune sale, in cui sarebbe stato possibile (anche per le idee politiche del proprietario) un incontro clandestino di antifascisti"». Il passo di Roberto Gremmo citato è in I partigiani di Bandiera Rossa, Biella, Edizioni ELF, 1996, p. 178. Portelli precisa che l'appartenenza politica di Romolo Gigliozzi non è confermata dai suoi figli, Silvio (nato nel 1937) e Liana (nata nel 1941), i quali «affermano orgogliosamente l'apoliticità del padre. Forse, bambini, non se ne rendevano conto; forse lui li proteggeva non facendoglielo sapere. Comunque, i figli hanno preferito coltivare la figura di Romolo Gigliozzi come vittima inconsapevole». Sempre Portelli afferma che tuttavia «la scheda firmata dalla moglie di Romolo Gigliozzi al momento dell'adesione all'Anfim lo indica come aderente al Partito socialista clandestino. Giovanni Gigliozzi, suo cugino e presidente nazionale dell'Anfim, ricorda che era di "idee socialiste"»: ..
Portelli osserva che la «presenza dei partigiani di Bandiera Rossa sul posto dell'attentato ha dato luogo a molteplici ipotesi. Orfeo Mucci rimane dell'opinione che vi fossero stati attirati, all'insaputa dei loro stessi comandanti, da qualcuno che già sapeva che cosa sarebbe successo, probabilmente la stessa spia che aveva fatto arrestare altri compagni mentre preparavano un attentato ai telefoni due giorni prima [...]. Secondo Gremmo, la spia Priori sapeva dell'attentato perché era infiltrato anche nei Gap», riporta come segue la testimonianza di Orfeo Mucci: «Come stavano quei tre a fa' un attentato dove c'era già un altro attentato? Chi ce li ha portati? Io avevo detto a tutti i compagni, a tutti i caposquadra: "Quando c'è da fa' una azione importante me lo dovete dire, io ve dico se è possibile o se non è possibile". Dato che questo non me l'hanno detto, il 23 marzo, vuol dire che qualcuno» ha organizzato tutto (le ultime tre parole fuori dalle virgolette sono di Portelli). Nel testo la «spia Priori» non risulta meglio identificata..
Nel libro di memorie di Mario Fiorentini, pubblicato nel 2015, si fa riferimento a una presenza abituale in via Rasella di esponenti comunisti estranei al PCI. Fiorentini, che era stato l'ideatore del piano originario dell'attentato che prevedeva di attaccare in via delle Quattro Fontane, affermò di essere stato «nettamente contrario» ad attaccare in via Rasella perché – ricordò – «abitavo nella parte bassa ed ero conosciuto mentre nella parte alta ci abitava un operaio che lavorava in una fabbrica di polveri da sparo sulla via Tiburtina. Con questo operaio, Tonino Tatò per i cattolici ed io per i comunisti [del PCI, ndr], avevamo avuto delle riunioni [...]».. In un'intervista resa due anni dopo, l'anziano ex gappista dichiarò che in via Rasella aveva avuto «addirittura delle riunioni con elementi della sinistra cristiana e di Bandiera Rossa. C'era una cellula di operai comunisti»Mario Fiorentini, intervista a cura di Le parole «C'era una cellula di operai comunisti» figurano nell'intervista pubblicata on line, ma mancano nella versione cartacea dello stesso articolo (cfr. "Alias", supplemento del "manifesto", 4 novembre 2017, p. 7).Nel libro di memorie del 2015, Fiorentini affermò: «non sapemmo allora, e non lo sappiamo neppure oggi, chi decise per via Rasella. La mia opinione è che sia stato il Comando Regionale e che Amendola successivamente si è preso coraggiosamente tutta la responsabilità». Nell'intervista del 2017 aggiunse: «Non si è mai capito esattamente da dove fosse venuta la decisione di cambiare il modo di attacco, io sospetto ci fosse una talpa nel comando cittadino»..
Appartenenza politica delle vittime dell'eccidio delle Fosse Ardeatine I dati relativi all'appartenenza politica delle vittime dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, perpetrato dall'SD agli ordini di Herbert Kappler in rappresaglia per l'attentato di via Rasella, variano a seconda delle fonti.. Secondo l'elenco dell'associazione delle famiglie delle vittime (ANFIM), le formazioni più colpite furono nell'ordine: Partito d'Azione (57 vittime), Movimento Comunista d'Italia - Bandiera Rossa (44), Fronte militare clandestino (43), Partito Comunista Italiano (32).
Formulazioni della teoria Traendo talora spunto dalle tensioni politiche fra PCI e altri gruppi della Resistenza, nonché dalla circostanza per cui nella rappresaglia il PCI riportò meno vittime rispetto a questi ultimi, è stata formulata una teoria del complotto che inquadra la vicenda alla luce di un presunto piano del PCI volto a ottenere l'egemonia nel movimento resistenziale romano ai danni degli altri gruppi, provocando la rappresaglia tedesca e orientandola ai loro danni.
Corrado Govoni L'accusa ai gappisti di aver condiviso con i tedeschi un'«unica mira», ossia l'eliminazione dei prigionieri, si rinviene in due componimenti che il poeta Corrado Govoni dedicò rispettivamente all'eccidio delle Fosse Ardeatine (La fossa carnaia ardeatina, 1944) e al proprio figlio Aladino, partigiano di Bandiera Rossa, che fu tra le vittime dell'eccidio (Aladino. Lamento per mio figlio morto, 1946).
Nel primo si legge:
e nel secondo:
Giorgio Pisanò