Il Complesso monumentale delle Murate si trova a Firenze, in un quadrilatero compreso tra via Ghibellina, via dell'Agnolo e viale della Giovine Italia. Occupa circa 14.500 m².

Al 2018 comprende: un ex monastero quattrocentesco che ha svolto funzioni carcerarie dal 1883 al 1985; due piazze (piazza delle Murate, ad est, e piazza della Madonna della Neve, ad ovest), una via (via delle vecchie Carceri), un ampio cortile destinato a parcheggio e una cappella (Cappella della Madonna della Neve). Al piano terra si trovano attività commerciali, ristorative e ricreative, luoghi di aggregazione, locali espositivi, residenze d'artista, uffici pubblici e un'area dedicata alla formazione digitale. Ai piani superiori sono stati realizzati appartamenti di edilizia popolare. Alcuni spazi sono in attesa di riqualificazione.

Si accede al complesso da via Ghibellina ai numeri 2, 4, 6, 8, 10, 12, 14 e 16, da via dell'Agnolo 1 (interni da 1A a 1M) e dal viale della Giovine Italia.

Storia Monastero delle Murate Nel 1390 il Comune concesse ad una giovane donna di nome Apollonia, già compagna di santa Caterina da Siena, di vivere in una casupola in legno a ridosso del secondo pilone del "Ponte Rubaconte", l'attuale ponte alle Grazie. Dopo sei anni vissuti in totale solitudine, Apollonia accolse un'altra donna, suor Agata, e la sua nipotina di tre anni. Nel 1400, sentendo il bisogno di staccarsi totalmente dal mondo, si fecero murare all'interno della casina, vivendo di elemosine, in condizioni di estremo disagio, in balia di ogni piena dell'Arno. In breve altre donne seguirono il loro esempio e occuparono la casina di un altro pilone; la gente del tempo, colpita da una scelta così radicale, nei loro confronti prese ad usare l'appellativo "Murate". Affinché la reclusione volontaria non le privasse dei sacramenti e della messa, all'interno di una delle casupole fecero costruire una cappellina molto piccola, appena capiente per un altarino, il parroco e il chierico..

Nel 1420 il numero delle religiose recluse era salito a 13. Papa Martino V, passando da Firenze, rimase colpito da tanto sacrificio e concesse loro un'indulgenza plenaria che accrebbe il loro credito presso i cittadini. Nel 1424 un certo abate Gomezio benedettino, nominato dal papa riformatore di tutti i monasteri di Firenze, si impegnò a promuovere gli interessi sia spirituali sia temporali delle "Murate" e il 13 dicembre, con una solenne processione, le fece trasferire in via Ghibellina in una casa ricevuta in eredità da benefattori locali e adattata a piccolo monastero. In qualità di fondatore, padre spirituale e legislatore del monastero, Gomezio vi introdusse la regola benedettina, impose la tonaca nera (sul pilone le monache erano vestite di bianco) e lo intitolò alla "Santissima Nunziata" in onore di una delle poche immagini possedute dalle consorelle.. Anche nella nuova sede la gente continuò a chiamarle "le donne delle murate". Il primo piccolo monastero sul pilone verrà completamente distrutto dalla piena del 1557.

Nel 1434 papa Eugenio IV stabilì la loro dipendenza diretta da Roma, privilegio che conferì loro grande considerazione e prestigio. Ma crescendo velocemente il numero delle consorelle, l'ambiente risultava comunque angusto.

La nuova fabbrica

Fra il 1439 e il 1443 venne realizzato il nuovo monastero patrocinato da Giovanni di Amerigo Benci del Sanna, esponente di una famiglia di mercanti che, come altre importanti famiglie, era solita investire in opere grandiose allo scopo di affermare il proprio prestigio..

Nel 1464 altri benefattori furono i Lenzi, donarono orti, terreni e case contigue al monastero. In futuro, generosi di elemosine furono anche la granduchessa Eleonora da Toledo, il granduca Cosimo I e i papi Leone X e Paolo IV.

Il cenobio venne ristrutturato e ingrandito una prima volta nel 1471 da Lorenzo de' Medici a seguito di un incendio. Il fulcro della nuova costruzione era un grande chiostro centrale chiuso da edifici su tre lati, e dalla chiesa su via Ghibellina, come testimoniato dalla veduta della Pianta della Catena di Francesco Rosselli. Probabilmente di questo periodo furono gli interventi artistici di Mino da Fiesole, del Ghirlandaio e di Cosimo Rosselli. Aumentando gli spazi, altre donne e "nobili fanciulle", attirate dalla fama di santità del luogo, vi cercarono accoglienza. Vivevano nel benessere, si dedicavano a lavori manuali e a ricami finissimi in oro e argento su seta, attività che dette loro una discreta notorietà, ma che attirò feroci critiche da parte del Savonarola..

Le monache di buona famiglia Dalla seconda metà del Quattrocento e per tutto il Cinquecento, il monastero ospitò le figlie delle più insigni famiglie italiane dell'epoca (Sforza, Gonzaga, Este, Piccolomini, Cybo, Da Varano, Orsini, Farnese, Da Montefeltro...) divenendo un importante crocevia culturale. Nel 1478 ospitò Caterina Sforza, la madre di Giovanni delle Bande Nere che vi morì e fu sepolta nella chiesa. Un'altra ospite illustre di soli otto anni fu Caterina de' Medici; in quanto parente di papa Clemente VII, la bambina si trovò in serio pericolo durante la ribellione dei fiorentini verso il governo del cardinal Passerini imposto dal papa, ribellione che culminò con l'assedio di Firenze. Venne accolta e amorevolmente protetta dalle monache dal 1527 al 1530, fin quando, per volere della Signoria, fu costretta a trasferirsi e fu tenuta in ostaggio al convento di Santa Lucia. Il papa ricompensò con generosità Le Murate, la stessa Caterina rimase loro molto legata, tanto che con atto solenne del 14 giugno 1584 fece loro dono di una fattoria in Valdelsa, detta di "Santa Maria a Lancialberti"Archivio diplomatico fiorentino, Carte della Badia di S. Trinita di Firenze.

L'alluvione del 1557 provocò una vittima tra le religiose, il crollo del muro dell'orto e la distruzione della chiesa, inoltre preziose suppellettili sacre, quadri e libri andarono perduti. Un busto raffigurante Maria col Bambino, scolpito da Desiderio da Settignano, venne salvato in extremis dalle acque e fu collocato esternamente al nuovo muro di recinzione sotto un tabernacolo; in seguito gli furono attribuiti "strepitosi miracoli" che favorirono abbondanti elemosine e consentirono la costruzione di una nuova chiesa...

Nel 1574 Francesco I de' Medici vi fece rinchiudere la matrigna Camilla Martelli, moglie morganatica del padre Cosimo I, immediatamente dopo la sua morte. Le fu concesso di uscire solo per assistere alle nozze della figlia Virginia col duca Cesare d'Este. Vi rimase quattro mesi, poi, tanta era la sua afflizione che venne trasferita al monastero di Santa Monaca dove era già stata educata da bambina e dove trascorse la sua vedovanza fino alla morte..

Vi entrarono inoltre le figlie di don Pietro de' Medici, avute illegittimamente in Spagna.

Nel 1587 venne costruita lungo via Ghibellina una cappella denominata Sanctae Mariae ad Nives; al suo interno venne sistemato il busto marmoreo miracoloso, oggetto di culto e donazioni.

Gli ultimi anni Ingenti lavori furono effettuati anche durante tutta la prima metà del Seicento: opere architettoniche di Giulio Parigi e decorazioni pittoriche di Matteo Rosselli, Lorenzo Lippi e forse di Jacopo da Empoli. Non si registrarono eventi significativi durante gran parte del Settecento, fatta eccezione dopo il 1725, anno della ristrutturazione della chiesa: ne venne ridotta la lunghezza, furono restaurati gli altari laterali e venne decorata la volta con prospettive architettoniche ad opera del quadraturista Giuseppe Del Moro e del figurista Giuseppe Gricci.

Nel 1789 numerose consorelle del soppresso cenobio di San Pier Maggiore si trasferirono alle Murate, che risultava essere uno dei monasteri fiorentini più ampi: un microcosmo con svariati corpi di fabbrica, laboratori, chiostri, dormitori e refettori. Il suo tramonto fu determinato dalla soppressione delle corporazioni religiose voluta del governo francese. Al momento della chiusura definitiva nel 1817 le consorelle presenti erano 246.

Il Richa, che pure vide la chiesa impoverita dalle alluvioni, vi ricordò opere di Filippo Lippi (lAnnunciazione delle Murate), di Lippo Memmi, Mino da Fiesole, Baccio da Montelupo, un grande organo monumentale e un altare argenteo donato da una consorella della famiglia dei Medici..

Carcere le Murate

Con la soppressione delle corporazioni religiose ordinate dal governo napoleonico nel 1808, le Murate iniziarono una progressiva trasformazione favorita dalle dichiarazioni di inalienabilità decise nel 1817 e poi confermate nel 1830..

Ottocento Tra il 1817 al 1845 gli spazi del complesso ospitarono una caserma e una fabbrica di fuochi di artificio; nel 1815 vi alloggiarono le truppe austroungariche di passaggio verso Roma, in procinto di partecipare alla Guerra austro-napoletana. Nel 1817 parte dell'edificio fu assegnato alla Pia Casa del lavoro e parte fu adibito ad abitazioni private. Dopo il 1827 la chiesa venne affittata come studio allo scultore Lorenzo Bartolini, con conseguente sconsacrazione.

Quando fu decisa la chiusura del Carcere delle stinche ed il riuso degli spazi per la creazione di un teatro, di una sala per la Società filarmonica fiorentina e di una scuderia, i detenuti furono temporaneamente sistemati in un convento a San Gimignano. Intanto iniziavano i lavori per adattare Le Murate a carcere, secondo una visione illuminata della politica carceraria espressa dalle teorie di Cesare Beccaria che avevano portato alla riforma del codice di Pietro Leopoldo. L'architetto Domenico Giraldi mise a punto un progetto innovativo, volto alla realizzazione di un carcere di tipo ispettivo, o panopticon, un modello che necessitava di pochi carcerieri per il controllo di molti detenuti.

L'istituzione della "Casa di correzione per Maschi" venne ufficialmente varata con sovrana risoluzione del 1º aprile 1832; il Granduca Leopoldo II ne affidò i lavori all'architetto Felice Bartolini.. L'organizzazione degli spazi prevedeva celle per i detenuti adulti, mentre i minori erano reclusi in un unico ambiente destinato a laboratorio; qui venivano svolte anche le attività rieducative previste dalla riforma; l'assistenza spirituale era affidata a due religiosiNel testo di Primo Ronchivecchi fra le attività svolte dai detenuti vengono citate: "filatura del Pelo di Capra e lavori attenenti ai Mestieri di Tessitore, Calzolajo, Sarto, Legnajolo, e Tornitore. Ciascun mestiere si esercita in 8 separate Botteghe, alcune delle quali possono contenere 18 Lavoranti, altre 17, e le meno grandi 10." cfr. . Nel 1843 venne aperta anche una stamperia. Successivamente furono eseguiti altri ampliamenti e nel 1848 le carceri assunsero il nome di Stabilimento penitenziario di Firenze.. Dal 1º gennaio 1837 al 1º gennaio 1843 vi furono reclusi 560 detenuti..

Negli anni precedenti l'Unità d'Italia molti patrioti vi scontarono pene più o meno lunghe, tra loro anche Francesco Domenico Guerrazzi. e Enrico Montazio.

Novecento Nei primi decenni del XX secolo fu luogo di detenzione di anarchici e socialisti, tra cui Alessandro Scopetani, Eugenio Ciacchi, Giuseppe Pescetti, Errico Malatesta., e di antifascisti come Gaetano Salvemini, Alcide De Gasperi, Nello Rosselli, Carlo Ludovico Ragghianti, Carlo Levi e Guido Calogero..

Alla fine della seconda guerra mondiale, sotto la direzione di Giovan Battista Mazzarisi, il carcere Le Murate si distinse come sede detentiva in cui non venivano inflitte torture, contrariamente a quanto accadeva a Villa Triste per mano della Banda Carità.