Labbazia territoriale della Santissima Trinità di Cava de' Tirreni () è una sede della Chiesa cattolica in Italia suffraganea dell'arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno appartenente alla regione ecclesiastica Campania. Nel 2023 contava 36 battezzati su 36 abitanti. È retta dall'abate Michele Petruzzelli, O.S.B.
Territorio La circoscrizione ecclesiastica comprende la sola abbazia. Rientra sotto la giurisdizione dell'abbazia territoriale anche il santuario di Maria Santissima Avvocata sopra Maiori.
L'abbazia sorge in collina, a circa 400 metri s.l.m., a 3 km dal centro dalla città di Cava de' Tirreni e a poca distanza dalla costiera amalfitana e dall'agro nocerino.
L'abbazia territoriale aveva anche giurisdizione sul territorio circostante, che il 20 agosto 2012, in forza di un decreto della Congregazione per i vescoviTesto del decreto in , pp. 226-227. che ha avuto esecuzione il 19 gennaio 2013, è stato assegnato all'arcidiocesi di Amalfi-Cava de' Tirreni, dal sito ufficiale dell'abbazia di Cava. che ha così acquisito le parrocchie delle frazioni di Corpo di Cava e di San Cesareo, nel comune di Cava de' Tirreni, e di Dragonea nel comune di Vietri sul Mare. Queste stesse tre parrocchie facevano già parte della diocesi di Cava de' Tirreni fino al 1979, quando, con un decreto della medesima Congregazione, erano state cedute all'abbazia.(, pp. 1361-1363).
Collegio e scuola Nel 1867 fu istituito il collegio San Benedetto e le scuole. Si cominciò con il liceo classico, pareggiato alle scuole governative nel 1894. A questo seguirono negli anni anche il liceo scientifico, le medie inferiori e le ultime classi delle elementari.
Oltre ai collegiali, le scuole furono aperte a semiconvittori (studenti che pranzano e rimangono a studiare nel pomeriggio in appositi locali con l'aiuto di professori) ed esterni (frequentano solo le scuole). Dal 1985 la frequenza alle scuole è stata aperta anche alle studentesse.
Il collegio e le scuole hanno sofferto la crisi della scuola cattolica italiana e così, dopo quasi un secolo e mezzo di storia, nel 1992 è stata chiusa la scuola elementare, successivamente nel 1994 la scuola media, nel 2002 è stato chiuso il collegio, il liceo classico nel 2003. Per ultimo nel 2005 è stato chiuso anche il liceo scientifico.
Archivio abbaziale La nascita dell'archivio dell'abbazia cavense risale al 1025, quando il principe Guaimario III di Salerno e suo figlio Guaimario IV concessero, con un diploma a sant'Alferio, la proprietà della grotta Arsicia con il circostante territorio. A partire da quel momento ebbe inizio la raccolta dei diplomi, bolle, privilegi, donazioni, lasciti testamenti tuttora custoditi.
Fino al XVI secolo gli atti dell'abbazia non erano facilmente rintracciabili all'interno dell'archivio. Non esisteva un inventario redatto in modo organico che consentisse di accedere immediatamente al documento desiderato. Fino a tutto il Cinquecento la struttura dell'archivio rimase misteriosa fino a quando non si avvertì l'esigenza di riordinare in maniera sistematica i documenti.
Il primo ordinamento fu eseguito catalogando con criteri topografici terre, feudi e benefici vari. Va ricordata l'opera voluta dall'abate Manso e realizzata in gran parte del napoletano dom Agostino Venieri che, durante il governo abbaziale di Ambrogio Rastellini da Puppio, riordinò le serie archivistiche riponendo tutta la raccolta in 120 arche suddivise per topografia e toponomastica. In questo periodo fu assiduo frequentatore dell'archivio lo storico Giovanni Antonio Summonte autore della Historia della Città e Regno di Napoli.Scipione de Cristoforo, Vita, premessa alla terza edizione della Historia, Napoli, 1748. Un nuovo riordino si rese necessario e fu iniziato durante l'abbaziato di don Tiberio Ortiz intorno all'anno 1779 e continuò sotto il governo dell'abate dom Raffaele Pasca che volle anche la ristrutturazione delle sale dell'archivio. Il riordino fu eseguito da Salvatore Maria Di Blasi e da Emanuele Caputo che tennero conto delle nuove tecniche archivistiche che andavano diffondendosi in vari paese europei. Nel 1808, l'archivio dell'abbazia fu salvato dallo smembramento, nonostante il decreto di Gioacchino Murat del 22 dicembre che istituiva a Napoli il Grande Archivio del Regno. In deroga al decreto fu stabilito che gli archivi delle abbazie di Montecassino, Cava e Montevergine continuavano ad esistere conservando ed accrescendo le biblioteche e gli archivi posseduti.
Dopo la restaurazione borbonica, l'archivio cavense, fu più volte sottoposto ad ispezioni da parte dei soprintendenti, mandati dal ministero degli interni, che mossero alcune osservazioni circa la tenuta e l'organizzazione dell'archivio; ciò non risultò gradito ai monaci cavensi e si innescò una lunga polemica tra il ministero dell'interno e l'abate Mazzacane che nel 1824 preferì rinunciare all'abbaziato. L'archivio fu così momentaneamente affidato a Gabriele Moccaldi e poi al nuovo archivista, il siciliano Ignazio Rossi. Si ritornò a rapporti normali tra l'abbazia ed il ministero quando, attenendosi alla legge del 1818, conformandosi al modello del grande Archivio napoletano, Ignazio Rossi nel 1839 propose, al soprintendente generale Antonio Spinelli, un nuovo progetto per la formazione dell'indice generale dell'archivio cavense.
Gli anni successivi, contrassegnati da fermenti politici, registrarono un momentaneo calo d'interesse per l'archivio cavense fino a quando, con la soppressione del 1866, l'abbazia di Cava venne dichiarata monumento nazionale.
Codex diplomaticus Cavensis
Nel 1873 è stato pubblicato il primo volume del Codex diplomaticus Cavensis, un progetto che prevede la pubblicazione integrale del materiale d'archivioSimeone Leone, Giovanni Vitolo, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del «Codex diplomaticus Cavensis», Salerno, Pietro Laveglia editore, 1983. Interrotto nel 1893, con le stampe dell'ottavo volume, il progetto è ripreso circa un secolo dopo, nel 1984, quando ha visto la luce il IX volume, seguito dal X nel 1990. Il periodo cronologico coperto dai primi dieci volumi va dal 792 al 1080. Nel 2015 sono stati pubblicati, dopo quattro anni di lavoro, i volumi XI e XII che coprono il periodo 1081-1090.
Storia 1011: La fondazione Il fondatore dell'abbazia della Santissima Trinità della Cava fu sant'Alferio Pappacarbone, nobile salernitano di origine longobarda formatosi a Cluny, che nel 1011 si ritirò sotto la grande grotta Arsicia alle falde del monte Finestra nell'attuale territorio del comune di Cava de' Tirreni, per trascorrervi vita eremitica. Ma Alferio non rimase solo, presto la sua santità attrasse in quel luogo numerosi discepoli, tanto da indurlo ad erigere, sul piano scosceso tra la grotta ed il fiume Selano, una chiesa di discrete dimensioni, e costruire ad occidente della medesima, utilizzando anche fabbriche preesistenti, un piccolo monastero, il nucleo originale dell'odierna abbazia. Le originarie costruzioni e le tracce di fabbriche romaniche risalenti al I secolo d.C. sono ancora in parte visibili nei sotterranei dell'attuale basilica.
La fondazione del nucleo monastico è fatta però risalire all'anno 988, perché Alferio non fu il primo abitatore della grotta. Nella grotta Arsicia già dal 988, il monaco di Montecassino Liuzio, detto anche Leone da Ostia, di ritorno da un pellegrinaggio in Palestina, vi aveva soggiornato per qualche tempo.
Nel 1025, Alferio aveva da poco terminata la chiesa, quando il principe Guaimario III di Salerno e suo figlio Guaimario IV con un diploma donarono alla nuova comunità la zona boschiva e le terre coltivate tutte intorno alla grotta Arsicia tra il fiume Selano e i due rigagnoli suoi affluenti Sassovivo e Giungolo. Con lo stesso diploma fu conferito alla comunità monastica, tra gli altri privilegi, l'esenzione dalle imposte e la libera designazione degli abati da parte del predecessore o, per elezione, dalla comunità stessa.
XI-XIII secolo: I Santi Abati I primi tre secoli di storia furono splendidi e si accompagnarono con la santità: i primi quattro abati sono stati riconosciuti santi dalla Chiesa ossia Alferio, Leone I, Pietro I e Costabile, come beati furono riconosciuti Simeone, Falcone, Marino, Benincasa, Pietro II, Balsamo, Leonardo e Leone II.
Tra di essi si distinse san Pietro I, nipote di Alferio, che ampliò notevolmente il monastero e fondò una potente congregazione monastica, lOrdo Cavensis (Ordine di Cava), con centinaia di chiese e monasteri dipendenti sparsi in tutta l'Italia meridionale. In tal modo essa estese la sua influenza spirituale e temporale in tutto il Mezzogiorno d'Italia, grazie anche al favore dei principi salernitani che la fecero oggetto della loro benevolenza. Furono più di 3000 i monaci a cui l'abate Pietro diede l'abito. Papa Urbano II, che lo aveva conosciuto a Cluny, nel 1092 visitò l'Abbazia e ne consacrò la basilica.
I principi e signori, oltre ad offrire feudi, beni e privilegi, donarono all'abbazia o la proprietà o il diritto di patronato su chiese e monasteri. I vescovi ambivano di avere nelle loro diocesi i Cavensi per il bene che vi operavano. I papi, oltre la conferma delle donazioni, concessero il privilegio dell'esenzione. In questo modo l'abate di Cava de' Tirreni finì per avere una giurisdizione spirituale, dipendente solo dal Papa, sulle terre e sulle chiese di cui la Badia aveva la proprietà. Da parte sua Cava costituiva per i papi un caposaldo di cui potevano fidarsi pienamente, tanto da affidarle in custodia alcuni antipapi.
XIV-XV secolo: L'abbazia nel periodo della commenda cardinalizia Il XIV secolo rappresenta per la comunità monastica un periodo di ripiegamento su sé stessa. Fu particolarmente curata la difesa e l'amministrazione dei beni temporali, furono prodotte splendide opere d'arte, ma l'incidenza dell'azione spirituale e sociale della badia, anche a causa dei rivolgimenti politici, si esaurì quasi del tutto.
Il 7 agosto 1394 papa Bonifacio IX aveva conferito il titolo di città alla terra de La Cava, elevandola a diocesi.''porterìa''
Il monastero, non venne più governato da un abate, ma da un priore sottoposto al vescovo e la comunità dei monaci formava il capitolo della cattedrale. Il vescovo che doveva essere un secolare, godeva di tutti i privilegi e di tutti i diritti di un abate regolare sull'abbazia cavense e doveva risiedere alla Badia, la cui chiesa venne dichiarata cattedrale della nuova diocesi. Un nuovo rivolgimento la Badia lo visse nel 1431, quando l'abate Angelotto Fosco fu elevato alla dignità cardinalizia e volle comunque ritenere in commenda, percependone le rendite, l'abbazia e la diocesi cavense. Iniziò, così, il periodo degli abati commendatari.
L'abbazia fu tenuta in commenda per oltre settant'anni da abati che non risiedevano abitualmente nel monastero, che affidavano a vicari generali; in alcuni casi i vicari erano anche insigniti di carattere episcopale. Dal 1457 al 1459 fu vicario generale dell'abate commendatario Ludovico Scarampi, Niccolò Forteguerri, imparentato con papa Pio II, che aveva per madre una Vittoria Forteguerri.
Nei primi anni i vicari curarono l'amministrazione dei beni e riuscirono a migliorare la gestione dei possedimenti monastici impostata nel 1359 dall'abate Mainiero. La maggior parte dei contratti agrari a medio termine stipulati per la concessione in uso dei propri fondi erano del tipo ad complantandum (pastinato) e per tale motivo con il passare degli anni alcuni possedimenti, come quelli del priorato di Santa Maria di Cursosimum nei pressi di Noja, si ridussero.