La storia di Erice riguarda le vicende della città di Erice, dalla sua fondazione sino ad oggi.

I miti sulla fondazione

Alcuni ritengono che la città sia stata fondata dai Troiani (insieme con Segesta)Leandro Alberti e altri, tra cui Francesco Maria Emanuele Gaetani. Scrisse Tucidide che i Troiani, in fuga dopo la presa di Ilio, approdarono in Sicilia e vennero a stabilirsi in vicinanza dei Sicani e che loro città furono Erice e Segesta.

Diodoro Siculo riportò l’antica tradizione che voleva fondatore della città Erice, figlio di Venere e di Bute, il quale avrebbe innalzato nella rocca di questa città un tempio alla madre.

La denominazione Per quanto riguarda poi l’origine del nome Erice, l’Amari suppone che esso abbia origine sicana; il Loidio ritiene che derivi dal nome usato dai Cartaginesi per indicare il monte sul quale sorge la città: ossia Harucas o Hareces. Il Pierio sostenne che la voce Erice non solo si riferisse al fondatore sicano della città, ma che derivasse altresì dalla voce greca ὲρινος, ossia fortezza. Antonino Salinas, studiando una moneta punico-sicula ericina, vi scoprì incisa la parola Erech: dichiarò quindi essere Erice nome di origine fenicia. Il nome greco fu Eryx, dal gigante figlio di Venere.

Nel XII secolo, dai normanni la città venne ribattezzata Monte San Giuliano, poiché - secondo la leggenda - durante l’assedio condotto da Ruggero I d'Altavilla, sarebbe apparso quel santo, il quale avrebbe infuso nuovo coraggio nell’animo del Gran Conte e in quello dei suoi soldati impegnati ad espugnare la città: ed è in seguito a questo episodio che il conte Ruggero avrebbe stabilito di chiamarla col nome del santo. Tale nome venne mantenuto fino al 1934: a partire da quell’anno la città si chiamò nuovamente Erice.

Età antica

Sull’epoca della dominazione sicana di Erice non vi sono certezze : né Diodoro Siculo né Erodoto narrano gli eventi di questo periodo. Tucidide attesta che i Sicani dettero all’isola il nome di Sicania, chiamata - prima del loro arrivo - Trinacria. Benché in un primo momento possedessero tutta l’isola, successivamente si spostarono nella parte occidentale, dove edificarono alcune rocche. A quest’epoca risale, secondo il Castronovo, la fondazione di Erice. Quando i Siculi, che - secondo Tucidide, Dionigi di Alicarnasso e Antioco di Siracusa - erano popolazione italica, giunsero in Sicilia, ne occuparono i territori a levante e ne scacciarono i Sicani, respingendoli nelle parti meridionali e occidentali dell’isola.

Gli Elimi Secondo una tesi prevalente Erice si ritiene sia stata fondata dagli Elimi, e dopo Segesta ed Entella, fu la terza fondata dagli Elimi. Parteggiano per questa ipotesi anche Adolf Holm e Gaetano Di Giovanni. Il primo nucleo abitativo dovrebbe risalire alla fine del II millennio a.C./inizio del primo.

Nel XII secolo a.C., fuggiaschi dalla loro patria distrutta, i Troiani vennero a stabilirsi nei territori abitati dai Sicani. Si fusero con questo popolo e con quello degli Elimi, adottando il nome dei secondi.

I Fenici predilessero gli Elimi come partner commerciali, poiché i territori da essi abitati erano quelli bagnati dal Canale di Sicilia e quindi i più vicini a Cartagine. Quando si compì la fusione dei Fenici - di essa parla Giovanni Fraccia - con il popolo Elimo-Troiano, ne nacque un unico popolo, denominato Elimo-Fenicio, che si stabilì nei territori degli Elimi: Erice divenne Elimo-Punica e fu soggetta alla dominazione cartaginese.

I cartaginesi

In seguito alla battaglia di Imera, nonostante la vittoria sui Cartaginesi dei Greci di Sicilia delle città alleate di Agrigento e Siracusa, le città Elimo-Puniche, tra cui Erice, non si fusero con quelle greche, rimanendo soggette a Cartagine. E tuttavia queste città cominciarono a mescolare alle proprie le usanze greche, abbracciando e facendo propri alcuni elementi di quella civiltà.

All’inizio de IV secolo a.C. Dionisio I di Siracusa dichiarò guerra a Cartagine e si portò con il suo esercito nella Sicilia occidentale, dove concluse con successo l’assedio di Mozia. Erice allora si consegnò spontaneamente al tiranno di Siracusa inviandogli anche aiuti militari, ma la reazione cartaginese non si fece attendere e dopo non molti anni il generale cartaginese Imilcone venne in Sicilia, dove sbaragliò facilmente il contingente di Sicelioti lasciato a guardia di Mozia da Dionisio e rioccupò le città che erano passate sotto il controllo di costui, tra le quali Erice.

Nel 368 a.C. Dionisio I tentò nuovamente di scacciare i Punici dalla Sicilia: forte di un esercito di 30.000 fanti e 3.000 cavalieri riconquistò Erice, Selinunte ed Entella e assediò Lilibeo, ma in soccorso della città sopraggiunse una flotta cartaginese che sconfisse e mandò in rotta quella greca. Erice tornò sotto il gioco punico.

Nel 278 a.C. Pirro, che era genero di Agatocle tiranno di Siracusa, avendone sposato la figlia Lanassa, accolse di buon grado l’invito rivoltogli da Siracusa di intervenire militarmente nell’isola per scacciare i Cartaginesi, e giunse in Sicilia con il suo esercito: Eraclea Minoa, Selinunte, Alicia e Segesta gli si arresero; Erice gli oppose resistenza e il sovrano epirota dovette cingerla d’assedio nel 277 a.C., riuscendo ad espugnarla. Nel 276 a.C. assediò Lilibeo, ma invano. Il suo atteggiamento dispotico gli alienò la simpatia dei Sicelioti che gli fecero mancare il loro appoggio. I Cartaginesi ripresero il sopravvento ed Erice con le altre città elime tornarono in loro possesso.

La Prima Guerra Punica

In seguito alla conquista di Milazzo da parte dei siracusani guidati da Gerone II, i Mamertini, i quali avevano il controllo di Messana, per difendersi dall’attacco di quel tiranno chiesero aiuto sia a Cartagine sia a Roma: è il casus belli della Prima guerra punica. In questi anni Erice cade in mano ora dell’una ora dell’altra potenza.

Il console Gaio Duilio, dopo aver sconfitto Cartagine nella battaglia di Milazzo, tornò a Roma, e Amilcare Barca ne approfittò per conquistare parecchie città in Sicilia, tra cui Erice, già passata ai Romani, i cui abitanti furono costretti a trasferirsi nel loro emporio, Drepanon.

Nel 249 a.C. il console Lucio Giunio Pullo riconquista Erice e costruisce sulla sua montagna due campi fortificati per garantire a Roma non solo il controllo della città ma anche di tutto il monte. Nonostante queste difese, Amilcare riuscì ad aggirare le due guarnigioni romane, assalendo e occupando la città: la spopola nuovamente e vi si asserraglia. I Romani stavano trincerati alla base della montagna, i Cartaginesi resistevano sulla cima.

L’arrivo dei consoli Gaio Fundanio Fundulo e Gaio Sulpicio Gallo non determinò un mutamento della situazione. Nel 242 a.C. Gaio Lutazio Catulo giunse in Sicilia e si impadronì dei porti di Drepanon e Lilibeo. I Cartaginesi inviarono nell’isola una flotta sotto il comando di Annone: il generale cartaginese progettava di accorrere in aiuto della guarnigione di stanza ad Erice, rifornirla di viveri e rafforzare la sua armata navale con gli agguerriti veterani che Amilcare gli avrebbe dati. Lutazio, avendo intuito il piano divisato dal cartaginese, veleggiò alla volta di Favignana e sconfisse Annone nella battaglia delle Isole Egadi. I Cartaginesi si trovarono nell’impossibilità di inviare ad Erice vettovaglie e soccorsi. L’armata di Amilcare rimase così isolata e al generale venne dato pieno potere di condurre le operazioni militari nel modo che ritenesse più opportuno: egli, resosi conto che resistere era diventato impossibile, si mostrò disposto a condurre trattative e negoziazioni e inviò a Lutazio degli ambasciatori che proponessero di addivenire alla pace. Così Erice fu liberata dal giogo di Cartagine.

La dominazione romana

Nel 214 a.C. ha inizio la dominazione romana in Sicilia e per lo spazio di tempo che va da quell’anno al 210 a.C. non vi è alcuna notizia di Erice come città.

I Romani, quali discendenti di Enea, collegando la loro stirpe alla dea che era adorata sull’Erice, le tributarono onori e ne venerarono il tempio, accordando ad esso notevoli privilegi: era frequente che i consoli e i pretori, giungendo in questa provincia, si recassero a visitarlo.

Cicerone, nelle Verrine, parla sovente del Monte Erice, del suo tempio e del culto di Venere Ericina.

Sotto Tiberio Erice risulta quasi disabitata e il suo tempio, scarso di sacerdoti, in parte distrutto: Tacito scrive che in quell’epoca la cura del tempio era affidata ai Segestani, poiché ad Erice non restava che un forte presidiato dai Romani. Nel 25 d.C. l’imperatore fece ristrutturare il tempio. Del lungo periodo romano sono concreta testimonianza il gran numero di monete rinvenute in gran numero nella città e nel suo contado. Plinio il Vecchio, descrivendo la Sicilia durante il principato di Vespasiano, menziona fra gli altri popoli dell’isola gli ericini, chiamandoli stipendiarii, cioè tributari dell’Impero.

Con l’introduzione del Cristianesimo il tempio di Venere Ericina venne abbandonato.

Nel 440, con la conquista dell'isola ad parte del re Genserico, iniziò la dominazione vandala della Sicilia, alla quale seguì la dominazione ostrogota, che iniziò nel 493 e si concluse nel 555, con la definitiva conquista dell’isola da parte dei bizantini in seguito alla guerra greco-gotica.

Età medievale

Si ignora l’anno preciso in cui Erice cadde in mano musulmana: la conquista della città avvenne tra l’831 e l’841. Pochissimo si sa di Erice in questa epoca: nella storia della città si incontra una lacuna di quasi due secoli e mezzo. Monsignor Alfonso Airoldi annovera, fra le altre città dell'Emirato siciliano, anche Erice, che chiama Ailigi o Erik, riferendo che la sua popolazione era di abitanti: eppure questa notizia non viene ripresa né dal Caruso, né dal Gregorio, né dal Lanza, né dal Martorana né dall’Amari. Castronovo avverte che se in quest’epoca non era una città popolosa, restava comunque un’importante fortezza, e aggiunge che il suo contado fu disseminato di casali e popolato da numerosi coloni. Molte contrade dell’agro ericino conservano ancora oggi i nomi di origine islamica.

Nel 1077 i normanni comandati da Giordano d'Altavilla conquistarono Trapani, mentre i mussulmani si asserragliavano nella fortezza di Gebel-Hamed. Sopraggiunto il Gran Conte Ruggero, li avrebbe cinti d’assedio. Poiché quelli resistevano strenuamente, Ruggero avrebbe implorato l’aiuto divino invocando, tra gli altri santi, anche San Giuliano: vinti gli arabi, Ruggero fece edificare una chiesa che intitolò a San Giuliano e comandò che Erice si chiamasse da quel momento in poi Monte San Giuliano.

Quella dedicata a S. Giuliano fu la prima chiesa sorta ad Erice dopo l’espulsione dei musulmani; stando a un'antica tradizione riportata dall’arciprete Vito Carvini, la seconda fu quella di Sant'Ippolito, chiesa rupestre ancora esistente.

Durante la Dinastia Altavilla del Regno di Sicilia, Erice torno ad avere importanza e taluni storici ritennero che essa sia stata in parte edificata in questo periodo. Il Castronovo sosteneva che i normanni ne avessero restaurato le mura, rendendola la città considerevole descritta da Ibn Jubayr, e ne avessero ricostruito la fortezza.

Michele Amari però nota - non senza meraviglia - che durante il regno di Guglielmo I la città era abbandonata e il suo castello senza guarnigione. Guglielmo II concesse ad Erice il possesso di un amplissimo contado con un diploma che poi sarebbe stato richiamato nel privilegio di Federico II di Svevia del 1241. Nel 1185, durante il regno di questo sovrano, la città veniva definita considerevole dal viaggiatore Ibn Jubayr e la sua fortezza inespugnabile.

Marcaldo, balio e procuratore di Federico II di Svevia, confermò agli ericini il possesso del vasto contado già loro assegnato da Guglielmo il Buono, e nel 1241 l’imperatore ratificò tale possesso con un diploma.