Atto e potenza sono una coppia di termini complementari utilizzati in filosofia da Aristotele per spiegare il perenne divenire dei fenomeni naturali, ed ai quali egli riconduce non solo le leggi dell'ontologia, ma anche dell'etica, della psicologia umana, e della conoscenza stessa.
Storia dei concetti Aristotele introdusse i concetti di «atto» (nel latino scolastico actus, traduzione del greco ἐνέργεια, energheia) e «potenza» (in greco δύναμις, dynamis), associandoli rispettivamente a quelli di forma e materia, per cercare di risolvere la contraddizione ontologica tra l'Essere statico di Parmenide e il perenne divenire di Eraclito.
Facendo di ogni ente un sinolo, cioè un'unione indissolubile di questi due principi, Aristotele vedeva la materia animata da un suo modo specifico di evolversi, da una possibilità che essa tende a mettere in atto. Ogni mutamento della natura è quindi un passaggio dalla potenza alla realtà, in virtù di unentelechia, di una ragione interna che struttura e fa evolvere ogni organismo secondo leggi sue proprie, ovvero secondo la sua forma.
Ad esempio un seme possiede già dentro di sé la pianta in potenza, senza la quale non potrebbe svilupparsi, mentre la pianta rappresenta viceversa il seme in atto. Il non-essere in tal modo non si contrappone più rigidamente all'essere, ma vengono conciliati ammettendo un passaggio dal primo come possibile (anteriore al proprio compiersi) verso il secondo come necessario (una volta che si sia compiuto). Cercando anche di superare il dualismo di Platone tra il mondo delle idee ed i fenomeni sensibili, Aristotele sostenne così l'immanenza dell'universale nella sostanza.
Allo stesso modo si svolge il processo della conoscenza quando l'intelletto umano non si limiti a recepire passivamente le impressioni sensoriali, ma assuma un ruolo attivo che gli consenta di andare oltre le particolarità transitorie degli oggetti e di coglierne l'essenza in atto. Su queste basi Aristotele distinse un intelletto potenziale, che «diventa tutte le cose», da un intelletto attivo che invece «tutte le produce», perché «la sua sostanza è l'atto stesso».Aristotele, L'anima, III, 5, 430a 10. Ad esempio, come è l'udito a dare vita al suono, facendolo passare all'essere, o come la luce rende attuali i colori che sono solo potenzialmente visibili,Aristotele, Sull'anima, 430 a 17. allo stesso modo ciò che esiste in potenza può passare all'atto solo per il tramite di un pensiero supremo, produttivo, che abbia già in sé tutte le forme.Aristotele, Sull'anima, libro III, in F. Volpi, Dizionario delle opere filosofiche, pag. 92, Mondadori, Milano 2000.
La potenza Per Aristotele l'essere in potenza è inferiore all'essere in atto: il primo è da lui designato come materia, il secondo come forma. La potenza può essere tuttavia attiva quando abbia la capacità di produrre da sé un'evoluzione verso la forma, mentre è passiva se si limita a subirla.La potenza passiva significa la possibilità di ricevere un atto. Ad esempio, è potenza passiva quella di un pezzo di argilla che può essere modellato in un vaso. La potenza attiva significa la capacità di produrre un atto da soli. Ad esempio, la potenza attiva è quella di un artista che può formare un vaso o una brocca da un pezzo di argilla.
In seguito, con l'avvento della filosofia neoplatonica, che verrà inglobata dalla nuova concezione cristiana dell'Essere, la potenza o dynamis subirà un capovolgimento di significato, passando a indicare l'infinita energia spirituale creatrice dell'Uno, nel quale anche l'infinito riceve una connotazione di superiorità rispetto al finito.Dario Antiseri, Giovanni Reale, Storia della filosofia: Dal cinismo al neoplatonismo, volume 2, Giunti, 2014. Secondo il Lloyd si tratterebbe di un concetto di potenza attiva anteriore allo stesso Aristotele e restaurato da Plotino.Anthony C. Lloyd, Neoplatonic Logic and Aristotelian Logic, in "Phronesis", 1 (1955), pp. 58-72.
La concezione della potenza come potere attivo di sviluppo, anziché pura possibilità logica, permeerà i diversi esponenti della filosofia occidentale che si richiameranno direttamente o indirettamente al neoplatonismo.Francesco Romano, R. Loredana Cardullo, Dynamis nel neoplatonismo, La nuova Italia, 1996. Ad esempio in Schelling la potenza è uno dei principi del dinamismo della natura, in virtù del quale ogni livello della sua scala evolutiva deriva dalla trasformazione di quello precedente.
L'atto L'atto è definibile come l'esistenza dell'oggetto realizzata, perfettamente corrispondente alla sua forma (integritas rei); in senso aristotelico si oppone alla potenza che l'atto precede ontologicamente come sua meta.
Prima che l'atto si realizzi completamente, esso può tuttavia convivere con la potenza, essendo la sua opera di attuazione solo in parte adempiuta. Così ad esempio la virtù, in ambito etico, viene interpretata analogamente come lo sforzo attraverso il quale si cerchi di adeguare la propria esistenza potenziale all'essenza interiore in atto. Ne consegue l'identificazione di essere e valore: quanto più un ente realizza la propria ragion d'essere, tanto più esso vale.
Atto puro
Atto puro è l'atto completamente realizzato, senza più potenza. In Aristotele esso è Dio, il motore immobile,Secondo la recente traduzione della Metafisica di Enrico Berti, basata sui manoscritti della famiglia alpha della Metafisica, Aristotele non avrebbe usato propriamente il termine "atto", ma soltanto "in atto", poiché non si tratterebbe di un nominativo ma di un dativo, caso con cui si rende il complemento di stato in luogo nel greco antico. Il motore immobile è dunque in atto poiché è sostanza, ed atto è la condizione che inerisce la sostanza. La traduzione "atto puro" è dovuta ad un'aggiunta rispetto alla versione originale, operata da Alessandro di Afrodisia. (in Silvia Fazzo, Il libro Lambda della Metafisica di Aristotele, Napoli, Bibliopolis 2012 e Commento al libro Lambda della Metafisica di Aristotele, Napoli, Bibliopolis, 2014). il quale non ha bisogno di realizzarsi ulteriormente, ed è completamente privo di potenzialità e di materia.Gli enti eterni, in quanto necessari e incorruttibili, non sono soggetti al divenire e sono privi di potenza che è sempre potenza di ambedue i contrari, di essere e di non-essere. Per lo stesso motivo, la potenza è «possibilità di agire sia in senso positivo che negativo» e il male, «quindi, non può sussistere fuori dalle cose ed è proprio solo di quelle corruttibili, proprio perché potenziali» (Metafisica, θ, 9. Citato in L'Atto puro è eterno ed è privo del male. Anche san Tommaso d'Aquino identificò l'Atto puro con Dio e con il Sommo Bene.
La materia, infatti, di per sé esprime solo la possibilità, la potenza, di acquisire una forma in atto nella realtà. E perché il possibile diventi reale, occorre che ci sia già una forma in atto, un essere completamente attuato.Nella famosa questione se sia nato prima l'uovo o la gallina, ad esempio, Aristotele risponderebbe che la priorità spetta alla gallina (forma in atto) che facendo l'uovo (materia potenzialmente pulcino) dà a questo la possibilità di attuarsi, di assumere la forma di pulcino (in atto) Il passaggio dalla potenza (materia) all'atto (forma), che costituisce il divenire, è tale da poterlo concepire teoricamente come senza fine, poiché ogni atto diviene potenza per un atto successivo,Nell'esempio precedente il pulcino, atto rispetto all'uovo, sarà nello stesso tempo potenza rispetto al pollo che diverrà. ma questo d'altronde può avvenire perché soltanto un essere contenente in sé tutte le forme fa da motore all'evoluzione di un ente in potenza, un essere che abbia realizzato tutte le possibilità materiali, e quindi non avendole dentro di sé sia allora un atto puro.Puro perché in lui non c'è la presenza della materia considerata impura e corruttibile.
In seguito, l'espressione venne adottata dall'idealismo, in cui atto puro è l'Assoluto. Anche qui tuttavia si è assistito ad un mutamento di significato per opera del neoplatonismo, per il quale l'atto non è più qualcosa di statico ma di dinamico, in quanto dotato di infinita potenza: esso diventa azione,AA. VV., Sophia: rivista internazionale di fonti e studi di storia della filosofia, volume 5, pag. 148, J. Benjamin, 1937. il farsi dell'Io incondizionato entro i limiti dell'agire etico.«Io non sono se non attività. [...] Io debbo nel mio pensiero partire dall'io puro, e pensarlo come di per sé assolutamente attivo: non come determinato dalla realtà, ma come determinante la realtà» (Johann Gottlieb Fichte, seconda introduzione alla Dottrina della scienza, , in Grande Antologia Filosofica, vol. XVII, pag. 962 e segg., Marzorati, Milano 1971).
Anche il neoidealismo italiano, riprendendo il concetto, lo attribuisce al pensiero: nell'attualismo di Giovanni Gentile, infatti, atto puro è il «pensiero nel momento stesso che pensa», cioè l'autocoscienza nel momento attuale, presente, in cui si manifesta lo spirito: questo comprende tutto l'esistente, così come la totalità del tempo. In altre parole, non i singoli enti pensati, ma l'atto pensante che sta loro a monte rappresenta l'unica realtà che il filosofo riconosce.
Dopo Aristotele
Polibio e Diodoro Siculo Già nelle opere di Aristotele la distinzione tra energheia e dynamis era declinata in molti modi, ad esempio per descrivere il modo in cui funzionano le metafore esclamativeAristotele, Retorica, o la felicità umana. Intorno al 150 a.C., Polibio nella sua opera Le Storie impiegò il vocabolo aristotelico energheia sia in un modo fedele all'originale che per descrivere la "chiarezza e vividezza" delle cose. Intorno al 60-30 a.C., Diodoro Siculo adottò il termine in modo molto simile a Polibio, ma anche per denotare qualità uniche degli individui: usò il termine in modi che potrebbero essere tradotti come "vigore" o "energia" (in un senso più moderno; in relazione alla società, come "pratica" o "consuetudine"; rispetto ad una cosa, come "operazione" o "lavoro"; inteso come vigore in azione.
Platonismo e neoplatonismo Già in Platone la nozione di potenza e atto si trova implicitamente nella sua presentazione cosmologica del divenire (kinēsis) e delle forze (dynamis), legate all'intelletto ordinatore (Nous), principalmente nel dialogo del Timeo dove viene descritto il Demiurgo e il suo "Ricevente". Tale nozione di potenza e atto fu associata alla Diade platonica delle dottrine non scritteTurner, John Douglas (2001). Sethian Gnosticism and the Platonic Tradition. [S.l.]: Presses Université Laval. . p. 329, nonché alla questione dell’essere e del non-essere sin dal tempo dei Presocratici, divisi fra il mobilismo di Eraclito e l’opposto immobilismo di Parmenide.
Il concetto mitologico di Caos primordiale è associato ad una materia prima disordinata, la quale, essendo passiva e piena di potenza, riceverebbe un ordinamento da parte delle forme. Questa dottrina, detta ilemorfismo, è presente nel neoplatonismo, in Plutarco, Plotino, tra i Padri della Chiesa e nella successiva filosofia medievale e rinascimentale come nel Libro del Caos di Raimondo Lullo, fino ad arrivare al Paradiso perduto di John Milton.
Nel Nuovo Testamento I concetti di dynamis ed ergon (la radice etimologica di energheia) compaiono di frequente nel testo greco originale del Nuovo Testamento. La parola dynamis è usata 116 volte, mentre la parola ergon 161 volte, di solito con i rispettivi significati di "potere/abilità" e di "atto/opera".
La potenza secondo Duns Scoto Il filosofo medievale Duns Scoto distinse tre tipi di potenza: una potenza che include tutto ciò che non è impossibile, a prescindere dalla sua esistenza come ente mentale o ente extramentale. Questa potenza è identica e coestensiva all'essere;