Il Demone. Storia orientale (in russo: Демон. Восточная повесть) è un poema in versi di cui Michail Jur'evič Lermontov scrisse tra il 1829 e il 1839 otto redazioni,Nelle edizioni sovietiche, e quindi nella maggior parte delle fonti italiane, è detto che Lermontov lavorò sul suo poema fino al 1841, ma studi più recenti hanno dimostrato che Il Demone non fu più toccato dopo la lettura a corte che avvenne l'8-9 febbraio del 1839 (; ). pubblicato in versione integrale solo nel 1856 a Karlsruhe. Il poema è diviso in due parti, ciascuna delle quali consta di sedici strofe, per un totale di 1132 versi. Il metro è il tetrametro giambico, con osservanza dell'alternanza delle rime piane con quelle tronche. In lingua originale il testo è ricco di forme arcaiche, accenti antichi e licenze poetiche. Si tratta del poema romantico più celebre della letteratura russa, mirabile incontro di Amore e Morte, specchio dell'anima inquieta e appassionata del suo autore.
Trama Parte prima
Lucifero, l'angelo cacciato dal Paradiso e in esilio perpetuo, vaga solitario, tediato e afflitto dalla nostalgia. Mentre sorvola la lussureggiante Georgia, la sua attenzione è rapita dalla casa di re Gudal, costruita su alte mura non lontano dal fiume Aragvi. È giorno di festa: la giovane principessa Tamara è stata promessa sposa al «signore di Sinodal»Forse la lettura corretta è "Sinandal" e non "Sinodal". Il castello di Sinandal apparteneva ai principi georgiani Ch'avch'avadze, della cui famiglia era membro Aleksandre Ch'avch'avadze. Cfr. nota 22, in Tra virgolette basse e in corsivo sono resi tutti i versi di Lermontov presenti nel corpo del testo, per non confonderli con le altre citazioni. e fervono i preparativi per il matrimonio.Sebbene Lermontov scriva al v. 105: «Fidanzava Gudal la propria figlia», i vv. 184-185 recitano: «Alla festa di nozze, verso il tramonto/Correva l'impaziente fidanzato», quindi quella in atto è una festa nuziale, come del resto risulta evidente da tutta la parte dedicata al rituale della danza. La fanciulla, circondata dalle amiche, siede, secondo un costume locale, sul tetto della casa, ricoperto di tappeti, quando si alza e danza per l'ultima volta nella vita. Dopo il matrimonio, infatti, era tradizione che le donne georgiane non danzassero più e vivessero recluse in casa, vittime sacrificali di una società patriarcale, anche se di fede cristiana. Sensuale e bellissima, «colma di gioia infantile», per quanto sovente «un segreto dubbio» le adombri il volto, Tamara balla e il Demone la vede e «di colpo un'emozione inspiegabile» agita la sua anima e riempie di «una beata armonia il deserto del suo muto cuore». Di nuovo, dopo aver ricordato con malinconico rimpianto il tempo della vita in cui fu un angelo, il Demone sente rinascere in sé l'amore.
Ma la ragazza è prossima alle nozze: il fidanzato a cavallo si dirige verso al casa di Gudal, con una carovana al seguito, e il Demone, geloso, gli inculca nella mente pensieri lussuriosi, di modo che quando passa accanto a una chiesa, non si ferma a pregare, come voleva la tradizione, e prosegue dritto, smanioso di incontrare la donna. E allora l'astuto Demone mette sulla sua strada dei briganti osseti che lo uccidono e rubano i tesori custoditi nei carri. Il «valente destriero» porta a destinazione il suo padrone morto. Il dolore di Tamara è grande, anche se mai aveva veduto il giovane. Si getta sul letto e piange; ed ecco che una voce incantevole le parla, le sussurra di non versare lacrime per colui che non potrà sentire la sua tristezza, tanto preziosa, e che già è rallegrato dai canti intonati in Paradiso. Il seduttore conclude la sua "canzone", tanto carezzevoli risuonano le parole, con la promessa di tornare e mandarle «sulle ciglia di seta sogni dorati...». Così Tamara comincia a fare sempre lo stesso sogno: un essere «nebuloso e muto», di bellezza non umana, si china sul suo cuscino e la guarda pieno d'amore e di mestizia. Chi è dunque che le turba il sonno?
Parte seconda Tamara sente di essere dominata da una forza oscura, ne prova contro la sua volontà attrazione e, nella speranza di tenerla lontana da sé, entra in convento. Di giorno però lei stessa sospira nell'attesa che lui arrivi, e di notte la creatura dagli occhi tristi e dalla voce melodiosa torna a popolare i suoi sogni. Tamara è tormentata: desidera pregare i santi, ma «il cuore manda la preghiera» a colui che teme e al contempo desidera.
Il Demone vola intorno al monastero ed esita. Non osa ancora violare la santità di quel luogo e per un attimo pensa di «abbandonare il suo crudele intento». Tamara canta nella sua cella un canto dolce e contrito, e il Demone comprende finalmente «l'angoscia dell'amore». Vuole andar via, ma le ali non gli obbediscono e una «lacrima di piombo» scende dai suoi occhi spenti, si fa fuoco e trafigge la pietra. Commosso dalla tenerezza del canto, il Demone entra nella cella di Tamara. Sente l'anima aprirsi al bene, è pronto ad amare di nuovo e ha paura, nonostante il cuore orgoglioso, come un amante qualunque al primo incontro con la persona cara, quando vede accanto a Tamara un cherubino. Con la sua canzone la ragazza ha infatti invocato l'aiuto dell'angelo e non, come ha creduto il Demone, chiamato lui. Così, invece di un tenero saluto, il Demone deve sentirsi dire dall'angelo di indietreggiare, che Tamara è il suo amore sacro, e in lui svanisce la gioia, il desiderio del bene, e l'antico odio si risveglia in tutta la sua atroce potenza.
Satana grida all'angelo che la donna è sua e l'angelo scompare. Perché? Che senso ha avuto l'intervento dell'angelo? La spiegazione potrebbe essere che il destino di Tamara deve compiersi e infatti più oltre, al verso 1038, l'angelo dice che la fanciulla era attesa in paradiso da tempo. E con quello di Tamara anche il destino del Demone deve compiersi: egli è stato condannato da Dio all'esilio e all'eterna solitudine. Comincia il dialogo tra Tamara e il Demone, che rivela la sua identità, a lei già ben nota. Egli è «colui che nessuno può amare», il «signore di scienza e libertà», il nemico del cielo e il male della natura. Nonostante l'infinito potere di cui è portatore, è ai suoi piedi. Nulla gli importa più ormai, senza di lei l'eternità è orrore. Tamara gli domanda perché tra tutte le donne ha scelto di amare lei. Il Demone non lo sa. Sa solo che la sua anima è inquieta, che anche in paradiso la felicità non era perfetta dal momento che lei non c'era. Le descrive la sua vita satura nei secoli di «amara gioia e amara sofferenza», le confida quanto sia triste vivere solo per sé, sprofondato nella noia, quanto anche compiere il male lo lasci indifferente. La sua infelicità non può mutare, né cessare con la morte essendo egli immortale, nondimeno la sua vita, prima di amare, era del tutto simile alla morte, priva di speranza e di moti del cuore.
Tamara non disdegna il sofferente demone, ne è attratta, ma teme che la sua parola sia ingannevole, che lui voglia solo sedurla, perciò gli chiede di farle un giuramento solenne: che il suo è amore e non menzogna. E il Demone promette. Con bellissima poesia imbastisce un modello di alta retorica in cui viene a confluire la «sua energia erotica», la conoscenza del cuore femminile, la sicumera del grande tentatore. A Tamara offre l'amore eterno e immutabile, la farà «regina dell'universo», le rivelerà «l'abisso dell'ardita conoscenza», le darà il dominio del mondo e, trascinato dall'eloquenza, anche l'impossibile: palazzi di ambra e di turchese, la corona nuziale strappata dalle stelle e bagnata nella rugiada. «Amami!», prega e ordina il Demone, a conclusione del giuramento.
Allora Tamara si lascia baciare. Le ardenti labbra di Satana sfiorano la sua bocca tremante, i suoi occhi la guardano con sovrumana, insostenibile intensità, e la folgorano. Il bacio del Demone dona la morte, è veleno che penetra nel cuore. Il grido di lei lacera la notte. Con quel grido, un misto di terrore, amore, rimprovero, supplica, la fanciulla dice addio alla vita.
Tamara morta, distesa nella bara ha sulle labbra un sorriso strano, come a voler fermare il ricordo del bacio travolgente, anche se fatale. Gudal la fa seppellire nel tempio degli antenati, tra le nevi del monte Kazbek. Poco dopo, l'angelo vola nello spazio del cielo infinito, stringendo al petto l'anima di Tamara. Appare come un fulmine il Demone e grida di nuovo, ribollente di odio e con sguardo maligno: «Lei è mia!», ma stavolta l'angelo s'impone. L'anima di Tamara – chiarisce – è di quelle «la cui vita è un unico momento di un insopportabile dolore, e di mai raggiungibili diletti», un'anima non creata per il mondo, che ha dubitato, errato, sofferto ed amato, e perciò predestinata al paradiso.
Storia della creazione
Il Demone è la creazione artistica su cui più a lungo Lermontov lavorò e che lo accompagnò per un arco di tempo di circa dieci anni, in modo da crescere con essa sia come artista che come uomo. Secondo la principale edizione critica delle opere di Lermontov, a cura dell'Accademia delle scienze dell'URSS, sono riconosciute otto versioni del poema, compresa la IV, sotto ogni aspetto non assimilabile alle altre, ed esclusa una variante della VI, solo recentemente accreditata come autentica.Nel 1939 è stato scoperto in Armenia un documento composto tra la fine del 1837 e l'inizio del 1838, il cosiddetto manoscritto di Erevan, che studi posteriori, condotti principalmente dal professor Iraklij Andronikov (1908-1990), uno dei maggiori conoscitori di Lermontov, hanno dimostrato essere una copia da un originale perduto di mano del poeta. Quindi la sesta redazione avrebbe due versioni, e non una. Cfr. .
Il poeta vi pose mano una prima volta nel 1829, appena quindicenne. Il testo, poco più di un abbozzo, consta di due brani in prosa, nei quali è delineata la trama, e di 95 versi, cui occorre aggiungere quelli della dedica, scritta in due varianti. Alcuni particolari sono presenti fin da subito e saranno conservati anche in seguito, a eccezione della quarta redazione: il primo verso, la solitudine del Demone, il rimpianto del paradiso, la lacrima di piombo, il sentimento d'amore che rinasce per una mortale, un principio di dialogo tra i due protagonisti. Il Demone, volando nel cielo illuminato dalla Luna, vede un monastero e vi entra. Attratto da dolci note che paiono generate da un liuto, «"il proscritto del cielo"» sente rinascere in sé sentimenti d'amore da tempo sopiti. Una bellissima monaca è all'origine di quei suoni e lui se ne innamora, ricambiato, finché non ne provoca la morte per odio e invidia del suo angelo custode. L'anima della fanciulla precipita all'inferno e il Demone deride le lacrime della creatura angelica che la piange dalla sommità dei cieli.