Con letteratura lombarda si intende la produzione letteraria scritta in lingua lombarda dal medioevo ai nostri giorni, proveniente dal territorio della Lombardia e dalle zone limitrofe.
Ad oggi, per via della mancanza di uno standard linguistico comune o di una koinè linguistica, è piuttosto complicato ricostruire una storia unitaria e coerente della letteratura in lingua lombarda. Nel corso dei secoli è sempre stato forte infatti il dualismo tra la letteratura milanese in lombardo occidentale e quella in lombardo orientale facente riferimento a Bergamo e Brescia. A partire dal XX secolo poi (ma con accenni già dalla fine del XIX) si sono sviluppate numerose realtà provinciali e locali che hanno complicato ulteriormente la situazione, facendo sì che attualmente tutti i capoluoghi lombardi abbiano una propria letteratura scritta, molto spesso derivata dalla tradizione orale popolare.
Storia Dal XIII al XIV secolo
I primi testi scritti in volgare di area lombarda risalgono al XIII secolo. Si tratta soprattutto di opere di tipo didascalico-religioso, come il Sermon Divin di Pietro da Barsegapè, che parla della passione di CristoBascapè, Angelo: Arte e religione nei poeti lombardi del Duecento, Olschki, 1964:
La scarsità di lavori in lingua lombarda in questo periodo è dovuta anche alla forte influenza che i trovatori occitani avevano sulla letteratura del tempo, al punto che molti poeti preferivano utilizzare la lingua d'oc per i loro componimenti,Treccani, Trovatori provenzali http://www.treccani.it/enciclopedia/trovatori-provenzali_%28Federiciana%29/ come il celebre Sordello da Goito, ricordato anche da Dante Alighieri.
Il più importante scrittore del periodo è il milanese Bonvesin de la Riva, frate terziario dell'ordine degli Umiliati: a lui si deve un gran numero di componimento di tipo morale e didascalico, oltre che il Libro delle Tre Scritture, in cui si descrive l'Inferno, la Passione di Cristo e il Paradiso. In questo libro vi sono vari elementi allegorici ed una delle prime introduzioni letterarie del contrappasso. Tra le sue opere anche alcune sulla vita di Milano ed un galateo. Altri poeti rilevanti sono Gherardo Patecchio, Uguccione da Lodi e Salimbene de Adam, oltre ad alcuni componimenti anonimi, come la lodigiana Leggenda di San Bassiano.
La lingua utilizzata da Bonvesin e dai suoi contemporanei, benché sia chiaramente di impronta settentrionale, non può essere considerata però una riproduzione fedele della lingua del tempo: vi sono presenti molti prestiti dall'occitano e dal toscano, e anche la forma grafica risente di alcuni toscanismi (come le terminazioni in -o per i sostantivi e i nomi maschili), quindi vicina alla Koinè lombardo-veneta.
Al 1280 risale la più antica citazione conosciuta della lingua lombarda, probabilmente intesa in un senso più vicino a quello dell'attuale gallo-italico: In un testo di Salimbene de Adam si dice che "optime loquebatur gallice tuscice et lombardice", ossia "parlava bene francese, toscano e lombardo"Tous vos gens a latin: le latin, langue savante, langue mondaine (XIVe-XVIIe siècles), a cura di Emmanuel Bury. Anche nel codice poetico occitano del XIV secolo Leys d'amors è citata, nelle lingue straniere, nella frase "Apelam lengatge estranh coma frances, engles, espanhol, lombard".XIV congresso internazionale di linguistica e filologia romanza, Napoli, 15-20 Aprile 1974 : atti, a cura di Alberto Varvaro
Nei primi anni del XIV secolo è collocata la traduzione in volgare mantovano, da parte di Vivaldo Belcazer, dell'enciclopedia De proprietatibus rerum.
Verso la fine del XIV secolo abbiamo inoltre le prime testimonianze di volgare dell'area bresciana; esse sono il Mayor gremezaTomasoni, Piera: Un testimone sconosciuto della scrittura rossa di Bonvesin, Rivista italiana di dialettologia, numero unico, anno XIII, 1989, pag. 179., scritta del notaio triumplino Bortolino Benolchini nel 1355, e un'anonima Passio ChristiFormignani, Federico: Parlarlombardo: storia e realtà delle parlate lombarde, Edizioni del Riccio, 1978, pagg. 205-238. in versi del 1390, da cantare a due voci.
Dal XV al XVI secolo
Nei secoli successivi, il prestigio del toscano letterario soppianta l'uso dei volgari settentrionali che, pur influenzati dal volgare fiorentino, erano stati usati anche in ambito cancelleresco e amministrativo.Brown, Josh: Testimonianze Di Una Precoce Toscanizzazione Nelle Lettere Commerciali del Mercante Milanese Francesco Tanso (?-1398), Archivio Datini, Prato https://www.highbeam.com/doc/1G1-437059133.html Tra coloro che favoriscono questa toscanizzazione della cultura lombarda vi è proprio il Duca di Milano Ludovico il Moro, che durante il suo regno fa giungere alla sua corte numerosi uomini di cultura dal Granducato di Toscana, tra cui il più celebre è sicuramente Leonardo da Vinci. Tra Quattrocento e Cinquecento alcuni letterati toscani (come Luigi Pulci e Benedetto Dei) ci fanno pervenire, sotto forma di parodia, alcuni aspetti linguistici della lingua parlata a Milano, ma non si tratta di composizioni poetiche di rilievo letterarioTavoni, Mirko: Storia della lingua italiana. Il Quattrocento, Libreriauniversitaria.it Edizioni, 2015, pag. 152; ciò vale anche per il milanese parodiato in un'opera dell'astigiano Giovan Giorgio Allione. L'umanista fiorentino Leonardo Salviati, uno dei fondatori dell'Accademia della Crusca, pubblica una serie di traduzioni in diversi volgari (tra cui bergamasco e milanese) d'una novella boccaccesca, al fine di dimostrare quanto siano brutti e sgraziati al confronto col toscano.Salviati, Leonardo: Degli Avvertimenti Della Lingua Sopra Il Decamerone, Raillard, 1712
A partire dal Cinquecento cominciano a esserci le prime avvisaglie di letteratura lombarda vera e propria: in area orientale troviamo le poesie satiriche del bergamasco Giovanni Bressani e la Massera da bé, una "frottola" (sorta di dialogo teatrale) del bresciano Galeazzo dagli Orzi; in area occidentale abbiamo invece la produzione poetica dei Rabisch ("arabeschi") a opera dell'Accademia dei Facchini della Val di Blenio, sotto la direzione del pittore manierista Giovanni Paolo Lomazzo.
All'inizio del XVII secolo opera invece il milanese Fabio Varese (spesso indicato dalla critica letteraria come "poeta maledetto" ante litteram), morto nel 1630 di peste e autore di poesie di critica sociale che si inseriscono nel vivace filone anticlassicista del tempo. Nel 1610 esce il Varon milanes, sorta di dizionario etimologico di un discreto numero di parole milanesi, a opera dell'ossolano Giovanni Capis, il quale inoltre scrive come introduzione una serie di sonetti in milanese.
A questo trattato viene aggiunto in seguito il Prissian di Giovanni Ambrogio Biffi, testo completamente in milanese in cui per la prima volta si affronta la questione della pronuncia e della grafia.Treccani: Biffi, Giovanni Ambrogio. Dizionario biografico degli italiani. http://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-ambrogio-biffi_(Dizionario-Biografico)/
L'età moderna Il XVII secolo
Il Seicento vede poi affermarsi sulla scena il talento di Carlo Maria Maggi, figura di spicco della Milano spagnola. Egli contribuisce a normalizzare la grafia milanese e con le sue commedie e poesie inaugura una tradizione letteraria che dura ancora oggi. Il Maggi è anche il creatore e codificatore del personaggio di Meneghino, la maschera popolare di Milano: egli, servitore saggio, laborioso, cordiale e di buon senso, rappresenta tutte le virtù tradizionali del popolo milanese.Atlante del Sapere: Maschere italiane, Edizioni Demetra, 2002, pag. 116 Amico e corrispondente del Maggi è il librettista lodigiano Francesco De Lemene, autore della commedia La sposa Francesca (prima opera letteraria in lodigiano moderno)De Lemene, Francesco: La Sposa Francesca, Edizione curata da Dante Isella, Giulio Einaudi Editore, 1979. e di una traduzione della Gerusalemme liberata. Tutte le sue opere in lombardo sono uscite postume.Vita e opere di Francesco De Lemene https://www.dialettolodigiano.it/pdf/delemene.pdf
Nella Lombardia orientale (allora sotto il governo della Repubblica di Venezia), abbiamo autori come il bresciano Giovanni Gandini e il bergamasco Carlo Assonica. Quest'ultimo nel 1670 realizza anch'egli una celebre traduzione della Gerusalemme Liberata del Tasso, che costituisce la più importante opera letteraria bergamasca del XVII secolo.Guidi, Ulisse: Annali delle edizioni e delle versioni della Gerusalemme liberata e d'altri lavori al poema relativi, Libreria Guidi Bologna, 1868, pag. 105Cigogna, Emmanuele Antonio: Delle inscrizioni veneziane raccolte ed illustrate da Emmanuele Antonio Cigogna, cittadino veneto Volume III, Giuseppe Picotti Stampatore, 1830, pagg. 152-154
Si diffondono anche le prime bosinate, poesie popolari d'occasione scritte su fogli volanti, affisse nelle piazze o lette (o anche cantate) in pubblico, le quali avranno un gran successo e diffusione fino ai primi decenni del ventesimo secolo.Sapere.it: Bosinada https://www.sapere.it/enciclopedia/bosinada.html
Un esempio di testo in dialetto milanese del XVII secolo è questo stralcio de Il falso filosofo (1698), atto III, scena XIV, dove Meneghino, personaggio del teatro milanese divenuto poi maschera della commedia dell'arte, si presenta in tribunale:
Il XVIII secolo Nel Settecento si succedono alcuni nomi di rilievo, come i milanesi Carlo Antonio Tanzi e soprattutto Domenico Balestrieri, a cui si associano una serie di figure minori, tra cui possiamo annoverare, in area milanese, Giuseppe Bertani, Girolamo Birago e Francesco Girolamo Corio. Anche il celebre poeta Giuseppe Parini scrive più di un componimento in lombardo. Fuori Milano, ci troviamo davanti a un tentativo di commedia in bustocco, la Mommena bustese, ad opera del canonico Biagio BellottiFerrario, Luigi: Busto Arsizio: notizie storico-statistiche, Tipografia Sociale di Busto Arsizio, 1864, pagg. 172-175. A Brescia abbiamo il canonico Carlo Girelli, autore di poesie d'occasione. Uno dei più importanti autori del periodo è inoltre l'abate bergamasco Giuseppe Rota, autore di un corposo vocabolario (inedito) bergamasco-italiano-latino e diverse opere poetiche in bergamasco, da lui chiamato sempre "lingua".Biondelli, Bernardino: Saggio sui dialetti gallo-italici, Milano, 1853, pag. 106.
In questo periodo, le caratteristiche linguistiche del lombardo sono ormai ben riconoscibili e assimilabili a quelle odierne, salvo alcune particolarità fonetiche e la presenza del passato remoto, che di lì a breve scomparirà. La maggior parte degli autori milanesi fa parte dell'alta società milanese, ricca e colta, che utilizza il lombardo più per divertimento che per una reale necessità espressiva. Tuttavia, in una celebre polemica letterariaBranda, Paolo Onofrio: In difesa de' due dialoghi sopra la lingua toscana, 1760, pag. 50 tra Giuseppe Parini e l'abate toscano Paolo Onofrio Branda (che aveva trattato con disprezzo il milanese, a discapito del toscano), emerge l'orgoglio per una lingua considerata schietta e diretta, in qualche modo più sincera ed espressiva dell'italiano letterario e classicista. Posizione d'altronde già espressa da tempo, sia nelle opere del Maggi che addirittura nel Varon Milanes e nel Prissian.
Il XIX secolo
L'inizio dell'Ottocento è dominato dalla figura di Carlo Porta, riconosciuto da molti come il più importante autore della letteratura lombarda, inserito tra i grandi anche della letteratura nazionale. Con lui si raggiungono alcune delle più alte vette dell'espressività in lombardo, che emergono chiaramente in lavori universalmente riconosciuti come La Ninetta del Verzee. Il Porta diventerà poi uno dei modelli fondanti di tutta la produzione poetica successiva.