Antichità e alto Medioevo

Attualmente non si hanno notizie storiche riguardanti il territorio di Santa Teresa di Riva anteriormente al IX secolo a.C., però appare assodato che l'area fosse frequentata dai Siculi e prima di loro dai Sicani. Secondo alcuni studiosi, nel IX - VIII secolo prima di Cristo, mercanti-navigatori fenici stabilirono, sul litorale ove oggi sorge Santa Teresa di RivaEmanuele Saitta - Salvatore Raccuglia, Santa Teresa, 1895 (Riedizione a cura di G.Cavarra e S.Coglitore, 2007.Pag.27), una piccola stazione commerciale nominata Tamàr (che nella lingua dei fenici significa palma), che, successivamente, diede origine ad un piccolo centro abitato, che, attorno al 400 a.C., ospitò una popolazione mista di indigeni Siculi e Sicelioti provenienti dalla vicina Naxos che, in quel periodo, subì la distruzione ad opera del tiranno Dionisio I di Siracusa. Furono i Sicelioti di lingua greca, scrutando la vegetazione spontanea di quelle contrade, a chiamare questo villaggio Phoinix, che significa palma. Per tutta l'epoca greco-siceliota, detto centro abitato fu sotto la giurisdizione della polis di Messana, la quale, a sua volta, fin dalla fine V secolo a.C., era ricompresa nellArcontato di Sicilia istituito da Dionisio I di Siracusa e continuato dai suoi successori. Detta situazione politica continuò anche durante la fase repubblicana del "Buon Governo" democratico di Timoleonte, iniziato con la cacciata di Dionisio II e conclusosi con l'ascesa al potere di Agatocle nel 317 a.C.Massimo Costa, Storia istituzionale e politica della Sicilia. Un compendio. Amazon. 2019.Pag.40. Phoinix e Messana entrarono, quindi, a fare parte del nuovo Regno Sicelioto che, sotto la corona del Re siracusano Agatocle, copriva per intero la Sicilia orientale, la Sicilia centrale e la Calabria meridionale, lasciando ai Cartaginesi solo l'estrema Sicilia occidentale ad ovest del Fiume Platani e dell'Imera settentrionale. Alcuni decenni più tardi, dopo la morte di Agatocle, Phoinix probabilmente fu costretta a subire la pesante occupazione dei mercenari Mamertini che in quel periodo spadroneggiavano su Messina.

La città di Phoinix è citata dallo storico Appiano di Alessandria vissuto nel II secolo d.C., il quale scrive che nell'agosto del 36 a.C. (durante le Guerre Civili) vi si accampò per una notte l'esercito di Sesto Pompeo in attesa della battaglia contro Ottaviano; Appiano riferisce che la città in questione era poco a nord del Capo Argennum (oggi Capo S. Alessio), circa 2 km, proprio dove oggi sorgono i quartieri di Bolina, Barracca, Catalmo e Cantidati. Confermano quanto narrato numerosi ritrovamenti archeologici casuali (oggi non più visibili) verificatisi negli anni passati nel quartiere Bolina e nel quartiere Catalmo, proprio nei pressi dell'omonima antica torre, sono stati portati alla luce, durante lo scavo di alcuni pozzi, monete di età traianea, piccole scalinate in pietra o mattoni, vasellame domestico, pareti di piccole abitazioniEmanuele Saitta - Salvatore Raccuglia, Santa Teresa, 1895 (Riedizione a cura di G.Cavarra e S.Coglitore. Presso "Edizioni Antonello da Messina". Messina, 2007. Pag.27. Lo storico e letterato prof. Giuseppe Caminiti (1914-2007), sindaco di S. Teresa dal 1962 al 1966, dichiara, nel suo libro "Storia di Santa Teresa di Riva" del 1996, di aver personalmente assistito al rinvenimento di resti di abitazioni costruite con mattoni d'argilla; detti ritrovamenti si verificarono nei quartieri Bolina e Catalmo durante i lavori di scavo per realizzare le fondamenta di edifici privatiGiuseppe Caminiti, Storia di Santa Teresa di Riva. Ed. EDAS, Messina. 1996.Pag.72.

Inoltre, riferisce il frate cappuccino p. Giampietro da S. Teresa (al secolo Giuseppe Rigano 1881-1950) che attorno al 1865, durante i lavori per la costruzione della stazione ferroviaria di S.Teresa, ove oggi sorge il quartiere Torrevarata, fu scoperta "un'antica necropoli in stile orientale" che fu subito saccheggiata e distrutta dagli operai che la portarono casualmente alla luce. Questa necropoli constava di "numerose tombe coperte da lastroni di pietra ed al loro interno contenevano, oltre agli scheletri, monili femminili e piccolo vasellame"; questa caratteristica dimostra che questa necropoli non era "un semplice cimitero di guerra" ove i cadaveri vengono sepolti in modo frettoloso e disordinato, ma la necropoli di uno stabile e vicino centro abitato, Phoinix appunto, che sorgeva a circa 1 km di distanzaVincenzo Pugliatti, Santa Teresa di Riva fu una città Fenicia? Pubblicazione fuori commercio edita dalla Provincia di Messina. 1985.Pag.123. Tutte queste notizie sono riportate, dal manoscritto inedito redatto dal summenzionato frate cappuccino nel 1936.

Sulla fine di Phoinix sussistono due teorie: secondo la prima, la cittadina subì la distruzione da parte di Augusto, che volle punirla per aver dato ospitalità a Sesto Pompeo, seguendo la stessa sorte di Abacano e Morgantina. La seconda teoria opta per un disastro tellurico occorso nel 362 d.C., fonti storiche e rinvenimenti archeologici testimoniano che in quell'anno la vasta area dello Stretto di Messina fu interessata da un catastrofico terremoto-maremoto che, oltre a raderne al suolo tutti i centri abitati (in primis Messina e Reggio) cagionò una drastica diminuzione della popolazione stanziata nell'area. Pochi decenni dopo (agli inizi del V secolo) le incursioni e le scorrerie dei Vandali contro le coste orientali della Sicilia resero insicura la vita sul litorale, per cui gli abitanti di Phoinix, preferirono abbandonare il sito per dare vita a nuovi centri abitati più sicuri e difendibili poiché eretti sui monti circostanti.

Non è dato conoscere quale delle suesposte teorie corrisponda alla realtà storica, sembra però assodato che dalle ceneri di Phoinix nacquero nuovi piccoli centri urbani, situati in posizioni strategiche e difendibili. Stiamo parlando di Pentefur (oggi Savoca), Palaionchorion (oggi Casalvecchio Siculo), Limen (oggi Limina) e Pinax (oggi Antillo). Poi, con la caduta dell'Impero romano d'Occidente, giunsero i Vandali, gli Ostrogoti, i Bizantini e gli Arabi con l'Emirato di Sicilia.

Basso Medioevo Con la nascita del Regno di Sicilia, fu Re Ruggero II a fondare, nel 1139, la "Terra di Savoca", "accozzando insieme molti villaggi" arroccati sui monti Peloritani. Savoca fu fino al 1812 feudo dell'Archimandrita di Messina, divenendo una potente città feudale che raggiunse l'apice del suo splendore tra l'inizio del XV secolo e la fine del XVIII. Il territorio prima occupato da Phoinix, ora chiamata "Marina di Savoca" era appunto sotto la giurisdizione politica e amministrativa della Terra di Savoca ed era diviso in tre grandi feudi. Camillo Camilliani, geografo e matematico fiorentino, nel 1584 la descriveva come una landa semi deserta, popolata da pochi agricoltori e pescatori, che la notte, per paura delle scorrerie dei pirati saraceni, tornavano al sicuro nella fortificata cittadina collinare di Savoca; questi pescatori, erano costretti a trascinarsi dietro le loro pesanti imbarcazioni, tale faticosa operazione avveniva attraverso il piccolo torrente Porto Salvo ed il vallone Buzzuratti, mediante robuste funi e carrucole di legno, le barche venivano trascinate via terra fin sotto l'abitato del quartiere San Rocco di Savoca, lì erano al sicuro da eventuali razzieEmanuele Saitta - Salvatore Raccuglia, Santa Teresa, 1895 (Riedizione a cura di G.Cavarra e S.Coglitore. Presso "Edizioni Antonello da Messina". Messina, 2007.Pag.29.

Età moderna Già nei primissimi anni del XVI secolo si stabilì nella Marina di Savoca la famiglia savocese dei Bucalo, che ebbe in concessione gratuita dall'Archimandrita di Messina Alfonso d'Aragona un'enorme porzione di litorale compresa tra il torrente Savoca e il torrente Porto Salvo.

Detta contrada, situata alla destra del torrente Savoca, iniziò ad essere coltivata con vigneti e orti. Nel 1507 fu eretta una chiesetta dedicata al SS Crocifisso (che poi sarà dedicata alla Madonna del Carmelo), la prima in tutta la Marina di Savoca; fu attorno a detta chiesetta che sorse il primissimo nucleo urbano di quella che oggi è la cittadina di Santa Teresa di Riva. I Bucalo furono signori di questo latifondo per più di due secoli, generazione dopo generazione. Gli ultimi eredi di questa famiglia furono i sacerdoti Benedetto e Paolo Bucalo, i quali, nel 1708 lasciarono i loro averi per testamento ai Gesuiti, questi vi rimasero fino al 1767, anno in cui vennero cacciati con provvedimento del Re Ferdinando III di Sicilia, e i loro averi vennero confiscati e venduti all'asta. Ne approfittò subito il Marchese Carrozza (originario di Milazzo) che acquistò con poco denaro questi beni confiscati e divenne proprietario di un latifondo che si estendeva, appunto, dal Torrente Savoca al Torrente Porto SalvoGiuseppe Caminiti, Storia di Santa Teresa di Riva. Ed. EDAS. Messina. 1996. Pagg.91-97.

Solo verso la metà del XVIII secolo, quando la minaccia dei corsari barbareschi nel Mar Mediterraneo iniziò a venire meno, cominciarono a sorgere i primi insediamenti più consistenti e stabili sul litorale della Marina di Savoca. Vennero edificate case, qualche palazzo nobiliare, qualche chiesetta e alcuni opifici. Nel 1763, però, l'esistenza di questo piccolo centro abitato venne messa duramente a repentaglio da un violento tifone che seminò morte e distruzione per quelle contrade. Superate le avversità naturali, le borgate risorsero lentamente, tanto che, verso il 1820, la Marina di Savoca era un piccolo ma fiorente centro agricolo, commerciale e artigianale, contava più di mille abitanti ed era in continua espansione grazie alla coltura della vite, del limone e del baco da setaEmanuele Saitta - Salvatore Raccuglia, Santa Teresa, 1895 (Riedizione a cura di G.Cavarra e S.Coglitore. Presso "Edizioni Antonello da Messina". Messina, 2007).Pagg.35-38.

La prima metà del XIX secolo. L'autonomia da Savoca (1820-1853) Nel 1810, sulla riva sinistra della fiumara d'Agrò, venne stabilito un campo militare dell'Esercito britannico avente il compito di impedire, nel Regno di Sicilia, alleato della Quinta coalizione antinapoleonica, possibili sbarchi e invasioni degli eserciti nemici provenienti dal Regno di Napoli di Gioacchino Murat. Nel 1812 venne promulgata la nuova Costituzione del Regno di Sicilia che, all'avanguardia nel panorama giuridico europeo, abolì il feudalesimo nell'Isola, ciò comportò la fine del mero e misto imperio degli Archimandriti messinesi sulla cittadina di Savoca. Tuttavia, l'8 dicembre 1816, dopo più di sei secoli di indipendenza, il Regno di Sicilia veniva proditoriamente soppresso da Ferdinando III di Borbone e accorpato al nuovo Regno delle Due Sicilie, generando un'onda di malcontento nel Popolo siciliano. In quegli anni lo sviluppo della Marina di Savoca era tenuto a freno dalla municipalità savocese, gestita da una classe dirigente costituita da poche facoltose famiglie appartenenti al notabilato e alla piccola nobiltà reazionaria. Il 23 luglio 1820, in occasione dei moti carbonari e indipendentisti, gli abitanti delle contrade rivierasche assalirono Savoca, i suoi centri del potere (municipio, carcere, giudicato e archivio) e le residenze di alcuni notabili, tra cui quella dello stesso sindaco dott. Domenico Scarcella. La rivolta era ordita da alcuni nazionalisti siciliani antiborbonici appartenenti alla borghesia locale, quali: Angelo Caminiti, che più di tutti si distinse nella lotta per l'autonomia municipale; Nunzio Cuglitore e il notaio Luigi TrischittaSanto Lombardo. Vicende storico-amministrative del Comune di Savoca (1818-1848). Ed. Comune di Savoca. Savoca. 1998. Pag.4.