Vera Croce è il nome dato alla croce sulla quale Gesù fu crocifisso. La reliquia sarebbe stata ritrovata a Gerusalemme nell'anno 327-328 dalla madre dell'imperatore romano Costantino I, Flavia Giulia Elena.
Secondo la tradizione cristiana, la Vera Croce sarebbe stata in parte conservata a Gerusalemme, in parte a Costantinopoli e in parte a Roma. La reliquia di Gerusalemme vi rimase fino al 1187, quando se ne persero le tracce dopo la conquista della Città Santa da parte del Saladino. In diversi luoghi esistono frammenti che si vorrebbe provengano da essa..
Data del ritrovamento
Il racconto del ritrovamento deve essere successivo al 337, anno in cui Eusebio di Cesarea scrisse la Vita di Costantino, dove racconta che Costantino I trovò il luogo della crocifissione e tomba di Gesù ed edificò il complesso della basilica del Santo Sepolcro, senza fare alcuna menzione della croce.. In particolare Eusebio ricorda che gli scavi per la scoperta della tomba furono portati avanti da Macario di Gerusalemme per volere di Costantino, il quale aveva avuto un sogno premonitore (luglio 325);. la chiesa fu dedicata nel settembre 335, ma ancora non vi è traccia della croce.. Nel 340-345 un pellegrino di Bordeaux, visitando Gerusalemme, afferma l'esistenza del complesso costruito da Costantino (una grande basilica, il martyrium, un atrio chiuso da un triportico costruito attorno alla tradizionale roccia del Calvario, e una chiesa rotonda, anastasis, che conteneva il sepolcro), ma non cita la croce.Itinerarium Burdigalense, 593-593.
Le Catechesi di Cirillo, però, riferiscono della croce; essendo state scritte tra il 348 e il 350, permettono di datare la tradizione del ritrovamento ai primi anni 340. Ai tempi di Cirillo, infatti, frammenti della Croce erano già stati distribuiti in varie regioni del mondo cristiano..
Racconti del ritrovamento
Socrate Scolastico (nato nel 380 circa) fornisce un resoconto del ritrovamento nella sua Storia ecclesiastica.Socrate Scolastico, Storia ecclesiastica, xvii. Narra come Elena, madre di Costantino I, avesse fatto distruggere il tempio pagano posto sopra al Sepolcro e, riportatolo alla luce, vi ritrovò tre croci e il Titulus crucis (il cartello posto sulla croce di Gesù). Secondo il racconto di Socrate, Macario, vescovo di Gerusalemme, fece porre le tre croci una per volta sopra il corpo di una donna gravemente malata. La donna, miracolosamente, guarì perfettamente al tocco della terza croce, che venne identificata con l'autentica croce di Cristo. Socrate sostiene che fossero stati ritrovati anche i chiodi della crocefissione e che Elena li avesse mandati a Costantinopoli, dove furono incorporati nell'elmo dell'imperatore e uno fu trasformato nel morso del proprio cavallo (questo morso sarebbe quello conservato prima nell'antica Basilica di Santa Tecla e, dopo la traslazione del 1548 voluta dal Vescovo Carlo da Forlì, nel Duomo di Milano, a decine di metri d'altezza dal suolo). Secondo una tradizione (contraddetta recentemente da un'analisi che ne ha rivelato la natura argentea) un altro chiodo dovrebbe circondare l'interno della corona ferrea, oggi conservata nel Duomo di Monza.
Sozomeno (morto nel 450 circa), nella sua Storia ecclesiastica, fornisce in pratica la stessa versione di Socrate. In più egli aggiunge che era stato detto (non specifica da chi) che il luogo del sepolcro era stato « [...] rivelato da un ebreo che abitava ad est, e che aveva tratto questa informazione da certi documenti ereditati da suo padre» (lo stesso autore mette però in dubbio l'autenticità di questo aneddoto) e che un morto era stato resuscitato dal tocco della Croce. Versioni più tarde della vicenda, di tradizione popolare, sostengono che l'ebreo che aveva aiutato Elena si chiamasse Giuda, e che in seguito si fosse convertito al Cristianesimo e avesse preso il nome di Ciriaco.
Teodoreto di Cirro (morto intorno al 457) riferisce quella che era divenuta la versione comune del ritrovamento della Vera Croce:
Con la Croce furono anche rinvenuti i Sacri Chiodi, che Elena portò via con sé a Costantinopoli. Secondo Teodoreto, «[Elena] fece trasportare parte della croce di nostro Signore a palazzo. Il resto fu chiuso in un rivestimento d'argento e affidato al vescovo della città, che fu da lei esortato a conservarlo con cura, affinché potesse essere tramandato intatto ai posteri».
Vicende della reliquia di Gerusalemme La conservazione e la venerazione
Il reliquiario d'argento, custodito nella chiesa dal Vescovo di Gerusalemme, era mostrato periodicamente ai fedeli. Negli anni intorno al 380 una pellegrina cristiana di nome Egeria, recatasi a Gerusalemme in pellegrinaggio, descrisse la venerazione della Vera Croce in una lunga lettera, l'Itinerarium Egeriae, che mandò alla sua comunità religiosa:
A lungo in precedenza, ma forse non fino alla visita di Egeria, era possibile anche venerare la corona di spine. Dopo varie peripezie dovrebbe essere finita a Costantinopoli, dove fu molto venerata ma alla fine fu data in pegno al re di Francia in cambio di una grande somma di denaro. Restò in Francia e, per la sua conservazione, è stata costruita la Sainte Chapelle, gioiello del gotico. A Gerusalemme si poteva venerare anche il palo a cui Cristo fu legato per la flagellazione e la Sacra Lancia, che gli trafisse il fianco. Inutile ricordare che di molte reliquie della Passione vi erano duplicati in mezzo mondo.
Il poema in antico inglese The Dream of the Rood menziona il ritrovamento della Croce e l'inizio della venerazione delle sue reliquie.
Una leggenda medioevale (la Leggenda della Vera Croce) narra che essa fu costruita utilizzando l'Albero di Jesse (padre di re Davide), che è identificato con l'Albero della Vita, che cresceva nel Giardino dell'Eden.
Il trafugamento di Cosroe e la sua perdita sotto Saladino
Nel 614 il re dei re persiano, Cosroe II, dopo aver preso Gerusalemme, trafugò la Croce come trofeo e la portò nella sua capitale, Ctesifonte. Tredici anni dopo, nel 628, l'imperatore d'Oriente Eraclio sconfisse Cosroe e recuperò la Croce, che portò prima a Costantinopoli (14 settembre 628) e poi restituì a Gerusalemme (21 marzo 630).
Attorno al 1009, i cristiani di Gerusalemme nascosero la Croce e tale rimase fino al suo nuovo ritrovamento, avvenuto durante la Prima crociata, il 5 agosto 1099, ad opera di Arnolfo Malecorne, primo Patriarca latino di Gerusalemme, in un momento apparve opportuno che il morale dei guerrieri fosse tenuto alto. La reliquia scoperta da Arnolfo era un piccolo frammento di legno incastonato in una croce in oro. Divenne la più sacra reliquia del regno di Gerusalemme, e non fu soggetta ad alcuna delle controversie che avevano in precedenza caratterizzato la scoperta della Sacra Lancia ad Antiochia. Fu conservata nella basilica del Santo Sepolcro sotto la protezione del patriarca latino, che la portava in marcia in testa all'esercito prima di ogni battaglia.
Fu portata anche sul campo della battaglia di Hattin nel 1187, ma l'esercito cristiano fu messo drammaticamente in rotta da Saladino e della Vera Croce si persero le tracce. Probabilmente fu presa dai musulmani, tanto che nelle cronache islamiche si ricorda come Saladino ne rifiutasse la restituzione ai rappresentanti cristiani che gliela chiedevano, ricordando loro come Gesù fosse per l'Islam un grandissimo profeta, degno di essere ricordato.
Frammenti della Vera Croce Secondo la tradizione, già poco dopo il ritrovamento diversi frammenti vennero staccati dalle principali reliquie della Vera Croce e, dopo essere stati ulteriormente suddivisi, furono largamente distribuiti.
Quattro schegge della Croce - di dieci frammenti, con prove documentate degli imperatori bizantini, provenienti da chiese europee: Santa Croce in Gerusalemme a Roma, Notre Dame de Paris, il Duomo di Pisa e Santa Maria del Fiore - sono state analizzate al microscopio, concludendo con: «I pezzi vengono tutti da legno di olivo».
La distribuzione e la numerosità dei frammenti Nel 348, in una delle sue Catecheses, Cirillo di Gerusalemme sostiene che "tutta la Terra è piena delle reliquie della Croce di Cristo", e in un'altra «[...] il santo legno della Croce ci porta una testimonianza, visibile tra noi in questo giorno, e che da questo luogo adesso si è diffusa nel mondo intero, per mezzo di coloro che, nella loro fede, ne asportano dei pezzi». Il resoconto di Egeria dimostra quanto queste reliquie della crocifissione fossero ritenute preziose. Giovanni Crisostomo riferisce che i frammenti della Vera Croce erano conservati in reliquiari d'oro, «che gli uomini con reverenza portavano sulla loro persona».
A conferma della vasta estensione geografica della distribuzione delle reliquie sin dal primo ritrovamento si dice che un'iscrizione del 359, trovata a Tixter, nei dintorni di Sétif, in Mauretania (attualmente in Algeria), riportasse, in un elenco di reliquie, un frammento della Vera Croce, secondo una voce delle Roman Miscellanies, X, 441.
Attorno all'anno 455, Giovenale di Gerusalemme, patriarca di Gerusalemme inviò a papa Leone I un frammento del "prezioso legno", secondo le "Lettere" di papa Leone. Una parte della Croce fu portata a Roma nel VII secolo da papa Sergio I, che era di origine bizantina.
Ma la maggior parte delle reliquie più piccole arrivò in Europa da Costantinopoli, dopo che la città era stata aggredita e saccheggiata dai Veneziani del doge Enrico Dandolo durante la Quarta crociata, nel 1204:
Alla fine del Medioevo così tante chiese sostenevano di possedere un pezzo della Vera Croce, che Giovanni Calvino in aperta polemica contro la Chiesa cattolica e riprendendo di fatto quanto già osservato da Cirillo di Gerusalemme, affermò sarcasticamente che tutte queste supposte reliquie avrebbero potuto riempire una nave:
Ciononostante, alcuni autori hanno comunque tentato di dare spiegazioni alternative. Ad esempio, nel 1870 Rohault de Fleury, nel suo libro Mémoire sur les instruments de la Passion ("Memorie sugli strumenti della Passione"), stese un catalogo di tutte le reliquie conosciute della Vera Croce, sostenendo che, al contrario di quanto affermato da altri autori, i presunti frammenti della Croce, raccolti insieme, ammonterebbero al volume di soli 0,004 metri cubi, cioè 4 dm cubi corrispondenti ad un volume di appena 4 litri. Rohault calcolò, supponendo che la Croce fosse stata di legno di pino (in base alle sue analisi al microscopio dei campioni) e assegnandole un peso complessivo di circa settantacinque chilogrammi, che il volume originale della croce dovesse essere di 0,178 metri cubi. Resterebbe quindi un volume di 0,174 metri cubi di legno ancora dispersi, distrutti o non conteggiati, il che induce anche a pensare che ad Hattin sia andata perduta quasi l'intera croce. In effetti non abbiamo informazioni credibili né sulle dimensioni né sulla struttura della croce, che a volte non era in un pezzo unico, ma costituita da un palo (fisso) e da un'asse (mobile); quindi il volume stimato da Rohault potrebbe essere errato.
La quantità di legno della croce presente nell'antichità impressionava comunque anche i credenti, e coloro che credevano all'autenticità della reliquia davano diverse spiegazioni. Ad esempio san Paolino invoca il miracolo della "reintegrazione delle croce": ovvero, per quanti pezzi e schegge se ne possano togliere, la Vera Croce resta sempre integra. The Catholic Encyclopedia, vol. 4, p. 524.
Principali frammenti