Biografia Formazione Cresce a Terralba, quartiere popolare di Genova, in una famiglia modesta. Il padre muore quando lei ha solo due anni, sarà il fratello Mario a mantenere lei e la madre, e a consentirle di studiare e diplomarsi nel 1926 al liceo classico Cristoforo Colombo. Nel 1930 si laurea e, successivamente, si perfeziona in letteratura italiana.

Dal 1933 al 1937 frequenta a Roma la Scuola di perfezionamento in storia dell'arte dell'università la Sapienza, diretta in quegli anni da Pietro Toesca, dove si laurea con una tesi intitolata Il viaggio italiano di Antonio Van Dyck pittore che sarà suo oggetto di studio per tutta la sua carriera. Antifascista, non è chiaro se abbia avuto un ruolo attivo nella Resistenza. Tuttavia ha contatti con partigiani e ospita nella sua casa riunioni del CLN.

Attività didattica e primi incarichi Dal 1932 al 1948 insegna storia dell'arte nei licei classici genovesi Colombo e D'Oria e pubblica i primi articoli. Nel 1938, inizia a collaborare con Orlando Grosso, direttore dell'Ufficio Belle arti di Genova, per alcune esposizioni sulla pitture ligure e genovese del Seicento e del Settecento, in quegli anni in fase di riscoperta.

Nel 1945 riceve l'incarico di docente di storia dell'arte alla facoltà di Magistero; è la prima donna docente, seppure non di ruolo, dell'ateneo genovese, a cui inoltre viene affidato un insegnamento fino ad allora assente in quella università.. Lascia l'incarico nel 1951 per dedicarsi esclusivamente al lavoro presso l'Ufficio di Belle Arti del comune di Genova di cui è diventata direttrice nel 1950, succedendo a Orlando Grosso.

Direzione dell'Ufficio delle Belle Arti di Genova (1950-1971)

Palazzo Bianco (1949-1950)

Il primo intervento seguito della nuova direttrice riguarda l'allestimento di Palazzo Bianco, gravemente danneggiato durante la Seconda Guerra Mondiale. Il palazzo, passato al Comune di Genova per volere testamentario di Maria Brignole Sale De Ferrari, Duchessa di Galliera, vede una prima fase di restauro per mano del Genio Civile, ma è nel 1949 che entra in gioco l'architetto Franco Albini, segnando l'inizio di una lunga collaborazione con Marcenaro.

Il progetto prevede la realizzazione di un museo, modificando profondamente l'allestimento preesistente, curato dall'allora direttore Orlando Grosso, il quale si basava sull'idea di ricostruzione dell'ambiente originale, anteponendo il gusto del collezionista privato a criteri didattici e scientifici. Marcenaro e Albini adottano invece criteri propri della museologia moderna, rimuovendo parati ed arredi, introducendo tinte uniformi alle pareti e istallando pavimenti in ardesia e marmo biancoAfferma la Marcenaro: "È stato programmaticamente abbandonato il concetto di palazzo ed è stato rigorosamente perseguito il museo". Cfr Marisa Dalai Emiliani. I musei della ricostruzione in Italia, tra disfatta e rivincita della storia, p. 153-154. In Licisco Magagnato (a cura di), Carlo Scarpa a Castelvecchio, Milano, Edizioni di Comunità, 1982..

Le opere vengono ordinate dalla storica dell'arte secondo criteri storico-artistici e cronologici, presentate su supporti mobili in ferro, a parete o sostenuti da piantane tubolari, che consentono una disposizione elastica e facilmente modificabile. Vengono creati depositi organizzati e consultabili, ospitanti le opere non esposte, in linea con le teorie allora emergenti sul museo come luogo di studio, educazione e ricerca. La maggior parte dei quadri sono presentati senza cornici (perché non originali) per favorire un rapporto diretto con i visitatori e una lettura autonoma, senza interferenze, dell'opera d'arte. In alcuni casi, i dipinti vengono montati su dispositivi dotati di cerniere, per consentire la lettura fronte-retro. Le celebri sedute "tripoline", progettate da Albini, costituiscono gli unici arredi delle sale.. Il risultato è uno spazio espositivo radicalmente moderno, improntato a neutralità e essenzialità, in linea con i principi museografici sviluppati da Albini e pienamente condivisi dalla direttrice. Particolarmente emblematico nel nuovo allestimento studiato per Palazzo Bianco è la collocazione dell'Elevatio animae di Margherita di Brabante di Giovanni Pisano, studiata da Albini e Marcenaro.. La scultura spicca su un fondo nero in ardesia, la pietra locale, ed è esposta su un supporto metallico mobile, a cannocchiale, regolabile in altezza e girevole. I visitatori possano così interagire con l'opera, facendola ruotare e osservandola da punti di vista diversiL'allestimento è smantellato nel 1968 quando Palazzo Bianco diviene pinacoteca; il frammento viene trasferito al Museo di Sant'Agostino. " [...] lo spostamento in un'altra sede della Margherita di Brabante, eliminando l'opera su cui fa perno l'allestimento quella sala, finisce per rendere incomprensibile e superflua sia la presenza della parete di ardesia sia il rivestimento della pavimentazione[...]" . Cfr.: .

Palazzo Bianco viene inaugurato nel 1950 e l'allestimento non subisce sostanziali modifiche fino al 1968, quando Marcenaro avvia una trasformazione dell'istituto in una vera e propria Pinacoteca, in previsione del trasferimento delle sculture al nuovo Museo di Sant'Agostino, la cui realizzazione in quegli anni sta finalmente prendendo forma.

Palazzo Rosso (1953-1961)

Nel 1953 si apre il cantiere di Palazzo Rosso, gravemente danneggiato dai bombardamenti del 1942 e regolato dal vincolo testamentario della duchessa di Galliera, che impone il mantenimento di arredi e disposizioni originari. Dopo un acceso dibattito con i sostenitori della "casa-museo" ottocentesca, Marcenaro e Albini impostano un intervento volto a restituire all'edificio la sua forma barocca: vengono rimossi numerosi aggiustamenti tardo settecenteschi e ottocenteschi, riaperta la loggia delle Rovine e ripristinati gli equilibri spaziali del secondo piano nobile, decorato da importanti cicli ad affresco di Gregorio e Lorenzo De Ferrari, Domenico e Paolo Girolamo Piola, Giovanni Andrea Carlone e altri protagonisti del barocco genovese. L'intervento si fonda sulla lettura del palazzo come fonte barocca per l'architettura organica, secondo una visione che Marcenaro elabora anche nel suo saggio del 1961 e che recepisce le teorie sulla "vera forma" architettonica discusse da Renato Bonelli e Bruno Zevi.

Parallelamente al restauro architettonico e pittorico, Marcenaro e Albini progettano un nuovo ordinamento museale, inaugurato nel 1961 alla presenza del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, che supera la tradizionale quadreria a favore di un'esposizione più rarefatta e leggibile: le pareti sono rivestite di tessuti, i pavimenti di moquette rossa, alcuni dipinti sono montati su strutture metalliche distaccate dalla pareti e rotabili per permettere la visione fronte-retro; l'illuminazione combina luce naturale filtrata e proiettori disegnati ad hoc. Il percorso si amplia con sezioni dedicate alle arti decorative, un gabinetto di designi e stampe e nuovi depositi visitabili. Tra gli interventi architettonici più noti figura la scala ottagonale con tiranti d'acciaio, divenuta una degli elementi distintivi del nuovo percorso museale.

Nel 1966, la storica dell'arte pubblica Gli affreschi del Palazzo Rosso di Genova, un ricco volume che accompagna il lavoro di restauro e riordino del palazzo, offrendo una dettagliata analisi storico-critica dell'architettura e delle decorazioni barocche.

La casa di un amatore d'arte Nel sottotetto delle Dipendenze di Palazzo Rosso, Franco Albini progetta l'appartamento destinato alla direttrice, impostato secondo gli stessi criteri adottati nel resto del museo. L'abitazione, organizzata come un open space articolato tra soggiorno, pranzo e studio, combina elementi moderni - tra cui il camino in ferro e arredi designati dall'architetto - con oggetti antichi, accogliendo la collezione personale di Marcenaro. L'intervento prevede la demolizione del solaio per ottenere un'altezza maggiore e l'inserimento di un ballatoio destinato alla biblioteca; l'illuminazione è affidata a piccole lampade a presa fissate a una struttura metallica continua che funge anche da supporto per i dipinti.

Nel 1955, la rivista Domus pubblica l'appartamento con il nome La casa di un amatore d'arte all'ultimo piano di un antico palazzo, definendo un esempio emblematico della commistione fra antico e moderno nella produzione di Albini.

Marcenaro si trasferisce nell'abitazione nel 1953, e vi risiede fino alla sua morte.

Nel 2004, un restauro ha integrato gli spazi nel percorso di visita di Palazzo Rosso con una ricostruzione parziale e rievocativa dell'assetto originario, presentandolo al pubblico con il nome di appartamento di un amatore d'arte.

Museo del Tesoro della Cattedrale di San Lorenzo (1952-1956)

Tra il 1952 e il 1956 Marcenaro collabora con Franco Albini e Franca Helg, che dal 1951 lavora nello studio di dell'architetto, alla progettazione del Museo del tesoro della cattedrale di San Lorenzo. L'intervento nasce dall'esigenza di dare una sede adeguata ai preziosi oggetti liturgici del duomo, fino ad allora conservati nella sagrestia senza un ordine definito. Dopo un lungo confronto con il Comune e con la Curia, guidata in quegli anni dal cardinale Giuseppe Siri, il gruppo individua come sede un nuovo spazio interrato ricavato nel cortile del Palazzo Arcivescovile, a circa tre metri di profondità, soluzione che permette di evitare interferenze con le strutture storiche della cattedrale.

La fase di progettazione conduce alla definizione di una serie di ambienti circolari ispirati alla struttura delle tombe a thòlos a Micene, soluzione che Albini ed Helg approfondiscono anche in seguito a un viaggio in Grecia intrapreso su indicazione della direttrice. Tale scelta, sostenuta da Marcenaro per il forte valore simbolico e sacrale degli spazi sotterranei, dà forma a un percorso articolato in tre thòloi di dimensioni differenti, raccordati da un vano esagonale che funge da nodo distributivo; l'ingresso, collocato all'interno della sagrestia della cattedrale, conduce attraverso una rampa al tholos minore, dove è esposto il Sacro Catino, l'oggetto più celebre della collezione.

Le pareti in cemento armato sono rivestita con pietra grigia simile a quella del promontorio della Lanterna, materiale utilizzato storicamente nella cattedrale. La luce naturale penetra dall'alto attraverso piccoli lucernari in vetrocemento, mentre l'illuminazione artificiale è garantita da proiettori puntuali integrati nelle strutture espositive. Albini e Helg progettano le vetrine e un sistema di "prese continue" che consente una moderata flessibilità nell'esposizione, pur all'interno di una raccolta chiusa.

Il percorso espositivo presenza una selezione mirata delle opere del tesoro - reliquiari, arche, paramenti e sculture - con particolare attenzione ai pezzi di maggiore rilevanza storico-artistica. Le teche, prevalentemente poligonali, sono concepite per una visione ravvicinata e controllata; il Sacro Catino è collocato all'interno di una vetrina cilindrica. Alcune opere di grandi dimensioni, tra cui la statua della Vergine dello scultore Francesco Schiaffino sono esposte senza teca. Il museo viene inaugurato nel 1956 e riceve ampia attenzione sulle riviste di architettura in Italia e all'estero. Per la documentazione fotografica Marcenaro coinvolge il fotografo Paolo Monti, i cui scatti documenteranno molti degli interventi realizzati nei musei genovesi. Nel 1969, la direttrice pubblica un catalogo monografico dedicato al museo, che descrive nel dettaglio il progetto e la scelta dei materiali.

Nel corso del tempo, gli spazi espositivi mantengono gran parte dell'impianto originale, pur subendo necessari interventi di adeguamento, in particolare nel 1994. Nonostante queste modifiche, l'allestimento di Albini, Helg e Marcenaro rimane uno dei più significativi esempi di museografia italiana del dopoguerra e uno dei meglio conservati della loro collaborazione.