Il rito mozarabico (o altrimenti detto visigotico, ispanico, toledano o isidoriano) è una liturgia della Chiesa cattolica nata nel IV secolo nella Penisola iberica (più precisamente nelle regioni appartenenti all'antico regno visigoto di Toledo), che è stata praticata fino all'XI secolo nei territori ispanici, tanto in quelli cristiani quanto in quelli musulmani. Questo rito è tuttora utilizzato dalla Chiesa latina in alcune regioni spagnole e per la Chiesa spagnola riformata episcopale (anglicana). Ad esso si associa un tipo di canto, impropriamente chiamato canto mozarabico.
Etimologia Dopo la conquista araba e la conseguente espansione dell'islam nella penisola iberica dopo il 711, i cristiani ispanici continuarono a celebrare i riti secondo la loro liturgia. Costoro venivano chiamati dai nuovi dominatori mozárabes (muzárabes, mostárabes). L'origine del termine non è nota precisamente; si presume che derivi da musta'rab, parola che designava una persona arabizzata.
Evoluzione storica La ricostruzione della storia della liturgia ispanica è molto difficile, e ciò è dovuto al fatto che le fonti letterarie più antiche risalgono soltanto al VII-VIII secolo; la maggior parte del repertorio utilizzato in Spagna e nella Gallia Narbonense ci è stato trasmesso in codici di datazione compresa tra il VIII e il XII secolo, ed un importante numero di copie sono state realizzate nelle legatorie toledane ancora nel XIV secolo, con la conseguente perdita di fedeltà alle notazioni musicali che i copisti non conoscevano più.
Origine della liturgia Sappiamo davvero poco dell'origine e della formazione del rito mozarabico e del canto ad esso associato. Ovviamente, si ebbero in relazione alla diffusione del Cristianesimo nella penisola iberica durante i primi secoli dopo la morte di Cristo. La provincia dell'Hispania, infatti, fu una di quelle che più velocemente vennero convertite al nuovo culto tra tutte quelle dell'Impero romano d'Occidente, evento favorito da tre importanti fattori: l'esistenza di una ricca e antica comunità ebraica, probabilmente legata alle coste spagnole già dai tempi della colonizzazione fenicia - fatto attestato dai riferimenti al commercio con la città di Tartesso che appaiono nella Bibbia (I libro dei Re, Tobia, Giona). Questa comunità crebbe notevolmente dopo l'esilio degli ebrei da Roma (sotto l'imperatore Claudio) e la diaspora seguita alla repressione delle ribellioni dei Giudei nel I e II secolo, sotto gli imperatori Vespasiano, Tito, Domiziano e Adriano; la numerosa popolazione militare stanziata al confine con i Cantabri; l'alacre attività di evangelizzazione compiuta dai discepoli di san Giacomo Maggiore (se non da lui stesso) e da san Paolo, che raggiunse la penisola iberica durante i suoi viaggi, ed è tradizionalmente considerato il fondatore delle diocesi di Carthago Nova (odierna Cartagena) e di Hispalis (oggi Siviglia).
Influenza della liturgia sinagogale La maggior parte delle comunità ebraiche spagnole, durante i primi secoli dell'era cristiana, rimase fedele alle proprie credenze religiose: nella penisola era già presente un'efficiente organizzazione sinagogale, dalla quale successivamente deriveranno sia la corrente sefardita sia la Qabbalah. Al contrario, una discreta parte degli ebrei arrivati dopo le ribellioni degli Zeloti e la distruzione di Gerusalemme (70) si convertì alla nuova religione cristiana, che, in un primo tempo, non era considerata altro che una "setta" dell'Ebraismo stesso.
Dopo il Concilio di Gerusalemme e l'integrazione a tutti gli effetti dei gentili nelle comunità cristiane, queste si distanziarono definitivamente dalle sinagoghe e cominciarono a sviluppare culti propri, fondamentalmente incentrati su questi tre aspetti: la celebrazione della domenica in luogo del sabato ebraico; la commemorazione dell'Ultima Cena nei riti eucaristici; la lettura delle Sacre Scritture, che, mano a mano, incorporarono anche il Nuovo Testamento.
Formalmente, il culto cristiano al principio non era differente da quello giudaico, e lo divenne separandosi a poco a poco da esso, anche laddove la presenza di elementi "gentili" era preponderante. Alcuni affermano che fino agli inizi del IV secolo non si sia attuata de facto la divisione tra ebrei e cristiani nella Penisola, che le relazioni tra le due comunità fossero stretti, e che tenessero pratiche liturgiche comuniStoria, evoluzione e caratteristiche della liturgia mozarabica sulla Catholic Encyclopedia, articolo di Henry Jenner..
In realtà il processo di persecuzione perpetrato contro le comunità cristiane sotto diversi imperatori (Nerone, Vespasiano, Adriano, Settimio Severo, Decio, Diocleziano, ecc.) e dai governatori locali, furono fattori importanti per la separazione tra le due comunità. Così appare raccolto negli atti del Concilio di Elvira (odierna Granada), che si svolse verso l'anno 300 o 303, anteriore alla grande persecuzione di Diocleziano. In questo sinodo, presieduto da Osio, vescovo di Cordova, padre della Chiesa Spagnola, vi si definirono le relazioni tra i cristiani e le altre comunità ebraiche, eretiche e pagane e, specificatamente, si allude alla celebrazione della messa e dei sacramenti, trasmettendoci le prime notizie attendibili riguardo al rito che sarà successivamente chiamato mozarabico.
L'importanza del culto sinagogale nella liturgia cristiana è presente e rintracciabile soprattutto in due aspetti: la salmodia (la recitazione dei Salmi) la lectio (la lettura della Bibbia)
Altri apporti
Oltre alla liturgia ebraica, ci furono altri fattori che influirono nella formazione e configurazione del rito e del canto mozarabici. Tra questi è necessario citare elementi pre-romani (Celtiberi) e romani.
Le diverse celebrazioni religiose dell'antichità racchiudevano tutte le liturgie, i sistemi di recitazione e di organizzazione musicale. L'interrelazione culturale che si produsse all'interno dei territori dell'Impero romano ha reso molto difficile distinguere le une dalle altre, soprattutto quando entrarono in contatto i cristiani di diverse aree d'Oriente e d'Occidente. Certamente si può ben notare un sostrato comune nelle differenti liturgie cristiane di aree distinte dell'impero, soprattutto tra quelle occidentali che ci sono giunte più complete: la romano-gregoriana, la milanese o ambrosiana, e la mozarabica o ispanica. Questo sostrato comune si è riflesso in particolare nell'evoluzione del responsorio, canti salmodici di origine ebraica che in questi tre riti cattolici si sono convertite in melodie molto melismatiche. Un altro esempio di questa comune evoluzione è il recitativo.
Consolidamento del rito mozarabico Dopo la fine dell'Impero romano d'Occidente ad opera del capo guerriero erulo Odoacre (476) e con la formazione in Hiberia e in Gallia meridionale del regno visigoto di Toledo, si consolidarono l'unità e la specificità della Chiesa Spagnola, strettamente legata alla tradizione latina e in perenne lotta con l'eresia ariana dei nuovi dominatori.
La derivazione del clero cattolico ispanico dalla popolazione romana, contro quello ariano di origine germanica, fissarono le tradizioni culturali dell'impero nella Penisola iberica più che in qualunque altra regione dell'occidente europeo. Di fatto, il caso spagnolo fu un'eccezione di sviluppo culturale in quei tempi così turbolenti, che terminò con il III Concilio di Toledo (aperto l'8 maggio 589), quando il re Recaredo I si convertì, insieme con la nobiltà sueba e visigota.
La forza della Chiesa spagnola si riflesse tanto sulla sua attività conciliare (si tennero ben quattordici concili nazionali a Toledo, più numerosissimi provinciali: a Saragozza, Tarragona, Cartagena, Siviglia ecc.), quanto nella quantità di ecclesiastici eruditi, tra cui i santi Isidoro di Siviglia, Fruttuoso e Martino di Braga, Leandro di Siviglia, Ildefonso di Toledo, Braulione di Saragozza, ecc.
La fissità e la ricchezza del rito mozarabico si incontrano rispecchiate nei canoni conciliari e negli scritti ecclesiastici, specialmente nel De Ecclesiasticis Officiis e nella Regula Monachorum di Isidoro di Siviglia e nelle regole dei santi Fruttuoso e Martino di Braga. Si incorporò il sistema di notazione musicale greco-romano attraverso le opere di Boezio, Cassiodoro e altri, diffuse nelle Etymologiae di Isidoro, e si assunse l'organizzazione di canti distinti in diversi messali, codici liturgici e regole monastiche.
In questo periodo si cristallizzò anche l'influenza di altre liturgie cristiane: quella mozarabica acquisì l'Inno, proprio del rito ambrosiano, la Scholastica dalla tradizione romana; e si diffusero ampiamente le musiche cantate di origine orientale a causa della presenza bizantina, per più di un secolo, sulla costa orientale della Penisola.
Chiesa mozarabica
Dopo la conquista musulmana della penisola iberica nel 711, la vitalità e l'originalità della liturgia ispanica rimasero sorprendentemente incorrotte, tanto nei nuclei cristiani rimasti isolati nel nord della regione, quanto nelle comunità assoggettate al dominio arabo.
Subito la Catalogna, inglobata nel regno dei Carolingi, abbandonò il rito mozarabico e adottò modelli pre-gregoriani, con la diffusione già nel IX secolo della liturgia romana in molte delle sue diocesi. Questo fenomeno non si verificò negli altri due regni cristiani spagnoli, la Navarra e le Asturie, che mantennero come simbolo di identità nazionale l'eredità visigota. Furono estremamente restie all'acquisizione del rito romano, sempre associato al potere imperiale franco e, successivamente, del Sacro Romano Impero Germanico.
Sebbene l'apertura della società andalusa avesse permesso ai cristiani la partecipazione alla vita culturale e civile, grazie all'assunzione dell'arabo (o degli idiomi berberi) come lingua colta, essi mantennero il latino come lingua privata e rituale, conservando intatto il legame liturgico e musicale con l'epoca visigota. La costante pressione sulla popolazione cristiana, tuttavia, provocò un crescente movimento migratorio dal sud della Spagna verso nord. Il trasferimento di questa enorme massa di persone (e il suo conseguente insediamento nei regni settentrionali) generò due tradizioni liturgiche che si evolsero differentemente, e una terza nata nei monasteri spagnoli: la tradizione toledana, più conservatrice, nei territori musulmani. Il suo centro originale fu senza dubbio Siviglia. Successivamente, dopo la migrazione dei Mozárabes nel nord, si sviluppò in diverse aree, in particolare nel regno di León. la tradizione castigliano-leonese, con importanti centri nei principali monasteri centrali: Frómista, Silos, Sahagún, e nelle cattedrali di León, Oviedo, Pamplona e Burgos. la tradizione riojana (o de La Rioja), con il centro principale nel monastero di San Millán de la Cogolla, e che nacque dal "patto monastico" sancito dai diversi gruppi di monaci mozarabi che si allontanarono da queste terre dopo l'esodo dai territori musulmani.
Lotta contro la liturgia romana