Il termine protofemminismo (dal prefisso greco , "primo, che precede") è utilizzato in forma retrospettiva per designare idee, pratiche, testi, pensatrici e figure storiche che hanno preceduto la nascita del femminismo come movimento politico organizzato, generalmente collocata nel XIX secolo.
Questo concetto è stato impiegato in numerosi studi per la sua utilità nel riconoscere, in epoche anteriori, espressioni precoci di critica all'ordine patriarcale o di rivendicazione di soggettività femminile, contribuendo a restituire visibilità a figure spesso escluse o rimosse dalla narrazione storica dominante.
L'uso del termine resta tuttavia controverso: alcuni studi ne hanno contestato l'applicazione generalizzata e astorica, e l'implicita assunzione di una storia unica, lineare e teleologica del femminismo, non da tutti condivisa. Più in generale, sul piano storiografico, sono state espresse posizioni diverse sulla definizione di "femminismo", delle sue origini e periodizzazioni, su cui il termine si fonda, rendendo problematica ogni retrodatazione, strettamente legata al quadro interpretativo adottato.
Origini e uso del termine Gli studi sulle "antesignane" del femminismo si sviluppano a partire dai primi decenni del Novecento sia in ambito anglo-americano, dove si tende a far risalire l'inizio del movimento alla Convenzione di Seneca Falls nel 1848, sia in area francese, dove figure come Christine de Pizan sono talora considerate come le prime esponenti di un pensiero protofemminista.
Il termine "protofemminismo" si afferma a partire dagli ultimi decenni del XX secolo nell'ambito teorico e storiografico. Uno dei primi riscontri si trova nel saggio Proto-feminism e anti-feminism pubblicato nel 1975 dalla sociologa e teorica femminista francese Christine Delphy. L'autrice impiega il termine protofemminismo per descrivere una fase iniziale di consapevolezza femminile, segnata dalla domanda "Sono inferiore?" e distingue questi "primissimi momenti della rivolta individuale" dall'azione collettiva che caratterizza il femminismo come movimento organizzato. In questa prospettiva, il protofemminismo è concepito come una forma di ribellione individuale, ancora priva di un’elaborazione politica strutturata.
Negli anni ottanta del Novecento, il concetto comincia a essere discusso anche in campo storiografico. Karen Offen critica l’uso disinvolto di termini come protofemminismo, pre-femminismo o "antesignane del femminismo", considerandoli concettualmente incoerenti e anacronistici. Tra i casi citati figura il saggio Pre-Feminism in Some Eighteenth-Century Novels di Edna L. Steeves (1973), che contribuisce alla diffusione del termine pre-feminism in ambito letterario.
Nancy F. Cott, nel 1987, osserva come la proliferazione nel lessico storiografico di termini composti per definire varie forme di femminismo – tra cui protofeminism, domestic feminism, liberal feminism, relational feminism – rifletta la difficoltà di raggiungere un consenso sul significato stesso di "femminismo", e quindi sulle sue possibili articolazioni storiche. A suo avviso, tali espressioni emergono anche dalla necessità di evitare un uso indistinto e astorico del termine femminismo, quando chiamato a designare «qualsiasi cosa come "femminista" o "femminismo" prima degli ultimi cento anni» e dall'esigenza di distinguere le diverse e contrastanti voci di protesta femminile del passato.
Il termine protofemminismo si diffonde nei decenni successivi soprattutto in studi dedicati a singole figure femminili e si applica a contesti e periodi storici molto eterogenei. Compare anche in prestigiose collane, come The Other Voice in Early Modern Europe dell'University of Chicago Press, dove viene utilizzato per designare testi e idee di autrici considerate precorritrici del femminismo moderno. Altri filoni di ricerca, come quello sul Renaissance feminism, continuano invece a usare il termine femminismo anche per esperienze femminili anteriori alla sua formulazione tardo ottocentesca, evitando il prefisso "proto".
Periodizzazioni Anche sull'estensione cronologica del concetto di protofemminismo non esiste un consenso definito. La maggior parte degli studi, ritenendo che non sia più giustificata una netta dicotomia tra una "storia" e "preistoria" del femminismo, tende a collocare l’origine di un pensiero femminista nel tardo Medioevo e, in particolare, nel contesto della Querelle des femmes.
Altri propongono una retrodatazione più ampia, fino all’alto Medioevo o all’antichità, a seconda dei criteri adottati. Uno dei primi importanti contributi in questo senso è offerto dalla storica statunitense Gerda Lerner nel volume The Creation of Feminist Consciousness: From the Middle Ages to Eighteen-Seventy (1993), che pur non utilizzando il termine protofemminismo, introduce l’idea di una "coscienza femminista" emersa progressivamente attraverso le esperienze spirituali e intellettuali di donne vissute tra il VII e il XIX secolo. Secondo Lerner, si tratta spesso di "intuizioni isolate di singole donne" – da lei definite parte di una "millennia of women’s pre-history" – che tuttavia rappresentano momenti cruciali nel lungo processo di formazione di un pensiero critico femminile. Nel suo approccio, Lerner esamina figure molto diverse – mistiche, scrittrici, filosofe, esegete – accomunate dal fatto di aver sfidato l’ordine patriarcale dominante. Tra le autrici discusse vi sono Roswitha di Gandersheim, Ildegarda di Bingen, Margery Kempe, Glückel von Hameln, Christine de Pizan, Mary Astell e Bettina Brentano von Arnim. La loro inclusione si fonda sulla convinzione che il loro pensiero e la loro opera «abbiano contribuito direttamente allo sviluppo della coscienza femminista, che esse lo volessero o meno.»
Il lavoro di Lerner ha esercitato una notevole influenza sulla storiografia del pensiero femminista, contribuendo a legittimare l’indagine sulle sue radici profonde. In una recensione critica al libro, Judith M. Bennett ha posto domande che restano centrali nel dibattito: «Tutte queste donne possono davvero essere considerate femministe? In che misura opere a lungo trascurate hanno inciso nello sviluppo di un pensiero femminista? Che cosa cambierebbe adottando una prospettiva meno eurocentrica nella ricostruzione di questa storia?»
Quale femminismo prima delle femministe? Sebbene il termine protofemminismo (o prefeminism, o primitive feminism) non designi un movimento unitario né una tradizione coerente di pensiero, il suo impiego storiografico comporta una periodizzazione retrospettiva che seleziona momenti, testi e figure del passato secondo criteri eterogenei, spesso non espressamente dichiarati.
Genere, razza e classe nella storiografia femminista
Nel corso del Novecento le genealogie femministe sono state sovente ricostruite a partire dal riconoscimento delle donne come gruppo sociale oppresso, privilegiando approcci centrati su genere e patriarcato. A partire dalla fine degli anni ottanta, tuttavia, il dibattito sulla differenza tra donne e il concetto di intersezionalità, sviluppato nel contesto del femminismo nero statunitense, ha introdotto una critica strutturale a questa impostazione. Le riflessioni di attiviste e studiose afroamericane, native, asiatico-americane e latinoamericane hanno evidenziato l’insufficienza di una storia del femminismo fondata su esperienze di donne bianche della classe media, mostrando come genere, razza, classe e altri assi di oppressione si intreccino in modo strutturale.
Questa critica ha sollecitato un ripensamento non solo dei contenuti, ma anche delle categorie storiografiche attraverso cui si definiscono i confini del femminismo, mettendo in discussione ogni pretesa di universalità o linearità nel suo sviluppo.
Tipologie di femminismo Nel tentativo di classificare i diversi orientamenti teorici e politici emersi nel tempo, la storiografia femminista ha individuato numerose tipologie di femminismo: liberale, marxista, socialista, radicale, culturale, della differenza, psicoanalitico, esistenzialista, nero, decoloniale, ebraico, islamico, queer, transfemminista. Tuttavia, tali categorie, elaborate per lo più nel secondo Novecento, non risultano immediatamente applicabili a periodi precedenti, né universalizzabili in chiave globale.
Riflettendo su questa complessità, la studiosa Marlen LeGates, autrice di un volume che esplora venti secoli di ribellioni individuali e collettive alle norme di genere, ha posto alcuni interrogativi critici: qual è il confine tra una coscienza femminile e una coscienza femminista? Le autrici che hanno contribuito a costruire una tradizione letteraria al femminile possono essere considerate femministe, anche se non denunciano esplicitamente l’oppressione delle donne? È sufficiente che un testo metta in discussione, anche in modo implicito, le norme di genere dominanti per essere definito femminista?
LeGates invita ad aprire possibilità interpretative più ampie, riconoscendo forme di resistenza e consapevolezza anche là dove non si producono enunciazioni teoriche sistematiche, ma sottolinea al contempo la necessità di collocare tali fenomeni nei propri contesti storici e culturali, evitando anacronismi.
Geografie del femminismo
In questo quadro, la storiografia più recente ha cercato di superare l'eurocentrismo, la storia del femminismo scandita in "ondate" successive, tipica della narrazione femminista occidentale, adottando una prospettiva comparativa e transnazionale. I femminismi non vengono più letti come stadi di sviluppo di un modello unico, ma come pratiche e discorsi plurali, espressione di bisogni, aspirazioni e condizioni locali. Questo approccio consente di riconoscere genealogie multiple e, al tempo stesso, di interrogarsi su come concetti e rivendicazioni femministe siano stati tradotti, adattati o contestati in contesti culturali differenti.
La storica Lucy Delapp, nel suo libro Feminisms: A Global History (2020), si chiede, ad esempio, se non dovremmo considerare come "movimento originario" anche la prima Conferenza delle donne egiziane a Rashid nel 1799, seguita alla protesta contro la presa di Alessandria da parte dei francesi nel 1798, o il diritto di voto concesso alle donne indigene capofamiglia in Sierra Leone nel 1792, perso con la colonizzazione britannica nel 1808.
Percorsi storici del femminismo: testi, contesti e interpretazioni In molti casi, le figure e i testi che gli studi femministi hanno identificato come espressioni di critica o rottura rispetto ai modelli di genere dominanti, in epoche precedenti alla nascita dei movimenti femministi moderni, sono stati interpretati attraverso la categoria "protofemminismo". Questo termine verrà qui impiegato non come etichetta retrospettiva, ma come strumento analitico utile a indagare le modalità attraverso cui, nel corso della storia, sono state messe in discussione l'inferiorizzazione delle donne e le gerarchie di genere.
Tali percorsi storici del femminismo sono presenti dalla tarda Antichità e dal Medioevo, fino alle prime formulazioni moderne di istanze emancipazioniste tra il XVIII e il XIX secolo, e ripresi nei principali risultati della ricerca maturati nell'ambito dei feminist e women’s studies. In seguito, ci si riferisce, dal punto di vista della copertura geografica, prevalentemente all'area europea e statunitense, includendo anche riferimenti a contributi sviluppati in altri contesti, considerando il femminismo come processo storico plurale e categoria critica articolata, non riconducibile a una narrazione unica o lineare.
Antichità e Medioevo (V secolo a.C. – XIV secolo)